Gli aspetti occulti delle Arti Marziali

Le Arti Marziali, antiche e tradizionali, non quelle spesso caricaturali oggi conosciute dai più, sono un esempio applicativo di ciò che ho scritto nel mio post sulla “fisiologia occulta”. Le tecniche di combattimento ancestrali nascevano da una cultura che ancora aveva la percezione cosciente dell’anatomia invisibile dell’uomo.tumblr_nblqneEY2k1te1uz0o1_400

Nel kung fu stile Hung gar  vi è una postura della mano (tan ji kiu), impiegata come esercizio di allenamento, che è molto caratterisitca e consiste nello stendere in avanti il palmo con le dita piegate ad eccezione dell’indice e del pollice che puntano in alto. Questo era anticamente anche un segno di riconoscimento di un’ organizzazione clandestina, la Società della Triade, in cui si formavano questi combattenti.

Ora questa postura della mano può essere compresa osservando che è la perfetta inversione del jnana-mudra dello yoga, in cui indice e pollice piegati si incontrano mentre le altre tre dita sono distese. In questo caso indice e pollice che sono gli elementi più sottili (spazio e aria) vengo racchiusi nello stato meditativo mentre le tre dita che sono gli altri elementi più grossolani sono in “stand by”. Al contrario, nell’atto marziale, sono le tre dita degli elementi attivi (fuoco,acquaterra) ad essere contratte e le altre due sono aperte, ma solo apparentemente in riposo: esse fungono da antenne e orientano secondo il qi celeste l’azione di spinta orizzontale.4110468021 La mano del praticante deve diventare un apparecchio radionico  in grado di veicolare una forza di spinta che trascende il semplice atto biomeccanico, grazie ad un addestramento che permette di integrare nella propria pratica il corpo eterico ( o quel campo di forze detto qi o ki). La parola “mano vivente” o “mano misteriosa” nel karate denota proprio questo aspetto. La sola idea che le “tecniche di rottura” (shiwara) possano essere praticate come atto fisico denota solo incomprensione anche delle scienze naturali.

Alcuni kata tradizionali come il Sanchin nel Karate o il suo antenato cinese, San zhan (le “tre battaglie”), per chi pratica la “boxe dei Cinque Antenati”, sono esemplari di come venisse allenata la potenza iperfisica del colpo.

Proprio in vista di questo scopo nel Tai-ji più moderno (lo stile Yang) i movimenti vengono coltivati con una lentezza innaturale: il corpo eterico infatti segue una dinamica più lenta del corpo fisico, e questo addestramento mira a far allineare gradualmente queste due componenti, sviluppando appunto quello che in cinese è detto fa-jing, un colpo in grado di trasmettere non solo energia fisico-meccanica. Qualcosa di simile si ritrova nello shin-jitsu giapponese.

Ovviamente non è l’unica metodica di addestramento sottile, ve ne sono molte: il kung fu pa kua, lo stile delle guardie del corpo dell’Imperatore, si addestra secondo la “camminata in circolo” per sviluppare l’energia della spirale, la stessa che in Giappone agisce nello Stile del Raggio Viola (Akko Ryu) e nell’Aikido.

Solo avendo sviluppato questo livello ha senso parlare di quelle tecniche di percussione di punti vitali (kyusho-jitsu, atemi-jitsu, in giapp., dim mak in cin.). Anche qui la vulgata occidentale è sbagliata. Non si tratta di colpire più o meno duramente una zona “a rischio”, ma nel doppiare in rapida successione, e con il giusto kime,  due agopunti  (tsubo) o almeno due plessi nervosi, per causare un collasso del sistema neuro-sensoriale o addirittura della circolazione del qi. In questo secondo caso andrebbe però integrato lo studio dell’agopuntura, senza trascurare che i fondatori degli stili erano spesso dei medici.

Un secondo elemento correlato alla pratica interna è rivolto non tanto, come nei casi precedenti, all’azione proiettiva (colpi) quanto a quella ricettiva. Sono state elaborate, sulla scorta delle esperienze meditative oltre che addestrative, delle metodiche di sviluppo di una super-sensibilità in grado di potenziare all’estremo la capacità di percezione e di prevenzione del pericolo. In giapponese queste metodiche si ricollegano alla facoltà chiamata Haragei, e correlata ad un particolare centro energetico [per chi fosse interessato cfr. “Hara. Il centro vitale dell’uomo secondo lo Zen“, di Karlfried von Durkhheim]. Le tecniche di allenamento al buio, “in notturna” -spesso necessario per evitare le persecuzioni contro le arti marziali, come ad Okinawa ai tempi dell’editto Satsuma- conducono a sviluppare una sorta di sensibilità… di “preveggenza” dell’attacco (o del pericolo, quando non si è ancora in situazioni di combattimento), che i giapponesi chiamano “Spirito dell’Assassino”. Si tratta chiaramente di applicazioni che senza troppi veli possiamo chiaramente ascrivere al dominio della parapsicologia. Più oltre questi aspetti furono coltivati nell’ambito dello  Shinobi jitsu, o più in generale dello Shugen-do, in un contesto che va anche molto oltre quello strettamente marziale.

Vi sono poi, tornando alle pratiche “corporee”, tutti i sistemi di condizionamento del corpo alla resistenza.kongo rikishi Nelle arti marziali interne, o negli aspetti “interni” dei vari stili, sono coltivati, specie in Cina, le nozioni di “camicia di ferro” e di “campana di ferro”. Qui ad esempio si supera l’ambito del semplice condizionamento fisico degli arti e dell’ossatura in vista di una maggiore resistenza. Specie nell’ambito del kung fu, in cui vi è un particolare settore – il Qi kung– esplicitamente dedicato a questo sviluppo, l’oggetto del condizionamento è piuttosto quello che gli occidentali chiamano “corpo aurico“. D’altra parte in questa disciplina si passa facilmente dal Qi kung marziale a quello medico, con finalità di rafforzamento dell’energia degli organi e di prevenzione delle malattie, in quella che è la ricerca della “longevità “nel contesto delle pratiche taoiste.

Questi dati ci inducono a delle riflessioni più generali. Tali sviluppi di capacità iperfisiche, che per la mente  occidentale sono per lo più leggende o, al massimo interesse erudito per antropologi, sono realtà consustanziali alla civiltà tradizionale orientale, più o meno come i fenomeni di fachirismo che pure sono un aspetto particolare e per certi versi deviato. Queste tradizioni di addestramento sono in realtà riservate alle elites più avanzate nell’addestramento delle varie scuole (a seconda dei differenti contesti marziali), non di meno sono state l’essenza della cultura marziale orientale). Anche le differenze – ad esempio nel kung fu- fra nei chia e wei chia, stili interni ed esterni, è in fondo secondaria, relativa alle metodiche di addestramento che prevedono un interesse maggiore agli aspetti fisico-muscolari o a quelli sottili in percentuali e con tempistiche diverse nel corso della formazione. Tuttavia convergono sempre su livelli realizzativi analoghi se non identici.

Un aspetto molto interessante, che forse circoscrive però queste possibilità all’uomo orientale e soprattutto all’orientale “antico”, è la componente sciamanica. Soprattutto le arti marziali cinesi (in particolare l’antico Shaolin) era legato all’imitazione delle attitudini di combattimento degli animali – tale tendenza era peraltro ben radicata nella particolare inclinazione cinese alla contemplazione della natura. L’elemento non compreso è che non si trattava di una imitazione estrinseca, per creare forme e sequenze di movimento codificate: il tutto derivava invece da contatti profondi di tipo sciamanico da parte di avanzati e rari praticanti (spesso monaci buddhisti o taoisti) con il Genio di un determinato fenomeno naturale o di una specie animale, di cui si assumevano per continuità e comunione determinate qualità marziali. La codifica di forme (taolu) riguardava un elemento successivo e meno diretto, rivolto soprattutto a fini didattici o di trasmissione istituzionale. La differenza semmai è fra l’attitudine cinese e giapponese.ea7b10e14f2b8d5a8436163b5dd8b031 Mentre il marzialista cinese, soprattutto delle epoche antiche, cercava la comunione totale e l’identificazione con lo spirito totemico di una specie animale -fatto ravvisabile anche nelle posizioni – la mentalità giapponese, che era già più simile a quella dell’uomo occidentale o se vogliamo “moderno”, tendeva ad uniformare non il praticante sul modello animale (cosa che potremmo riscontrare anche in molte tradizioni del sud-est asiatico come l’indonesiano Silat) quanto piuttosto proiettare sull’Uomo virtù o aspetti dei vari animali, anche molteplici, ma senza la promiscuità o la soggiacenza al “modello animale”. Si tratta già di un uomo in cui la differenziazione dal primitivo contorno naturale è pienamente maturata, che punta ad assimilare le forze archetipiche centripete del cosmo animale unificandole in sé, invece che venirne assimilato come nell’antica cultura marziale cinese su base sciamanica.

D’altra parte non sono solo gli animali, ma anche i fenomeni naturali o gli “elementi” (i cinque elementi della cosmologia taoista (acqualegnofuoco-terra-metallo) ad essere presi come centro di sviluppo differenziato di tecniche e capacità: un caso esemplare è lo stile interno Xing Yi del kung fu cinese, in cui la Terra corrisponde all’avambraccio (in percussione o parata), il Metallo al colpo percussivo dall’alto, l’Acqua al montante, il Legno al pugno diretto e il Fuoco alla parata alta e al pugno diretto simultanei. Spesso il modello animale ed elementare coesistono, come nei livelli più alti del Xing Yi o come nella forma Sap Yin Kune dell’Hung gar ( “Le Dieci Vie” – cinque animali e cinque elementi). Spesso gli animali cardine sono 5, il che deriva dalla tradizione Shaolin che aveva cinque animali di riferimento: tigre, leopardo, gru, serpente, drago. Considerando anche aspetti secondari, gli animali spesso salgono a  dodici, per completare la corrispondenza con un altro aspetto della scienza tradizionale orientale: le dodici ore doppie del giorno, i dodici zang-fu della medicina cinese e gli anni dello zodiaco cinese. Scimmia, aquila e mantide sono pure animali-modello molto importanti nella tradizione cinese, a cui singolarmente sono ispirate scuole/stili di combattimento. Nel Tode di Okinawa, l’antico antenato del Karate, i cinque animali  sono gli stessi  dello Shaolin ma al più esoterico drago è sostituito l’orso (kumade) la cui “pesantezza” è evocata dal colpo circolare sferrato con le dita parzialmente ripiegate sul palmo. Il tode dava comunque centrale importanza ai cinque elementi: tutte le tecniche di colpo, calcio, parata potevano essere ricondotte a questa serie quinaria, tuttavia abbiamo anche osservato che nel Tode antico di Okinawa il modello elementare era quello legato alla nomenclatura: TerraFuoco – Acqua AriaEtere, denotando un influsso più indiano che cinese.  Nell’attuale Karate i cinque elementi soprattutto di tradizione cinese sono rinvenibili nelle tecniche:

  • Mawashi tzuki (gancio) per il Legno,
  • Seiken tzuki (diretto) per il Fuoco,
  • Shotei uchi (colpo di palmo) per la Terra,
  • Shuto uchi (colpo di taglio) per il Metallo,
  • Nukite (mano a lancia) per l’Acqua.

A nostro avviso, il vantaggio di questa costruzione su base cosmologica è che la circolarità degli elementi e la loro complementarità fonda un equilibrio universale, in cui il soggetto umano non rischiava di essere schiacciato – perché lui stesso ne è composto – a differenza del modello “animale”, per il quale l’antico sciamanesimo poteva condurre in modo promiscuo ad effetti perfino di invasamento e perdita dell’individualità: aspetti generalmente “regressivi”e involutivi che sono rischio potenziale legato allo sciamanismo in sé ma  che comunque sono ormai abbastanza  estranei alla complessione psichica dell’occidentale moderno.

In altri casi erano invece i trigrammi e gli esagrammi dell’I ching a fondare la base simbolico-energetica per la creazione dello stile, es. nel Pa kua.  Il perché di questi modelli elementari (o animali) è che questi sono forze-modelli archetipici di accesso alla realtà, secondo modi di comprensione lontani da quelli della scienza occidentale, ma non di meno concreti. Pur senza immaginare di seguire schematismi psichici (= sciamanesimo) inadeguati allo stadio dell’umanità attuale, queste forme esperienziali possono ancora, mutatis mutandis (cioè riportate alla nostra fase evolutiva), aprire a forme superiori di accesso al Reale. Scrive lo studioso di arti marziali Francesco Palmieri (I Sentieri del Drago, ed. Settimo Sigillo):

Nel Kung fu studiando la tigre si esplora l’emotività dell’essere umano. Si porta il peso nelle ossa. Si incrementa il coraggio. Al termine si comprende qual è nel nostro cosmo l’essenza della tigre, e il suo posto reale nel cuore dell’uomo. Lo si capisce meglio che studiando molti libri di zoologia, meglio che osservando l’animale da vicino. Lo si capisce in una fusione di corpo e mente che gli occidentali hanno dimenticato, offrendo strade non più percorse in Occidente. E con questo sistema si capisce anche l’essenza del drago, dell’unicorno e della fenice: essi esistono al pari della tigre e del leopardo, nel cuore dell’uomo. La loro consistenza “fisica” è un fattore puramente secondario. L’uomo contemporaneo, del resto, ha generalmente con la tigre la stessa dimestichezza che ha con l’unicorno, cioè nessuna. Al più ne ha realizzata una costruzione lontana e uno stereotipo culturale. Il Kung fu gli apre le porte e gli consente si scoprire. Superando l’intellettualismo, il vitalismo, l’irrazionalismo, il razionalismo e tutte le distorsioni della mente moderna

 

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Vi è poi un aspetto ulteriore, tipicamente spirituale che faceva delle arti marziali un Dō, una “via” cioè di autorealizzazione del Sé, qualcosa di analogo alle vie religiose o mistiche quanto a meta e risultato, ma del tutto autonomo da esse. Sebbene sviluppata in contesti di prossimità ai centri religiosi: i monasteri mahayana di Shaolin o quelli giapponesi, i grandi monasteri feudali buddhisti come lo Enryaku-ji, che contendevano il potere temporale con i daimyo e persino con gli Shogun, oppure con nei centri ancora più inaccessibili degli Yamabushi, i monaci guerrieri delle montagne che coltivavano lo Shugen-do (un sistema occulto basato sul sincretismo di buddhismo vajrayana, tradizioni occulte locali dello shinto e metodiche di derivazione taoista), di fatto la via marziale era un’esperienza realizzativa autonoma rispetto alla sfera religiosa (non tutti i monaci praticavano la via guerriera, né tutti i guerrieri erano monaci). La stressa origine delle arti marziali cinesi, almeno quelle buddhiste, era legata la patriarca Bodhidharma, un principe indiano, che derivava le sue conoscenze dalle tradizioni marziali della classe aristocratica indiana degli Kshatriya, di cui queste tradizioni erano pieno appannaggio, in autonomia rispetto alla via sacerdotale dei Bramana.  L’elemento realizzativo era ed è imperniato sull’esercizio del corpo, sulla pratica di condizionamento e di autodisciplina, di creazione di un corpo specializzato, sia a livello fisico che sottile, secondo un’idea non molto diversa da quella del tantrico “corpo di vajra“. Come nelle tradizioni esoteriche tantriche, il trascendimento della limitatezza della coscienza legata al corpo, non ha per base l’ascesi mistica di rinuncia al corpo e alla dimensione umana (attitudine mistico-contemplativa) ma il corpo stesso e la dimensione ordinaria della vita, da ri-addestrare in vista di un fine superiore e di una trasformazione in senso trascendente. In particolare nella via marziale, si usa l’addestramento al dolore, alla sopportazione, all’autodisciplina come arma per uccidere la mente egoica. In realtà il campo di battaglia è ad un certo punto – anche se in modo non del tutto conscio- la mente stessa, ed il fine è quello, attraverso il superamento della paura e del dolore, di allentare la presa dell’ego, del suo potere di attaccamento ed autoconservazione… fino all’esperienza trasfigurante della preparazione alla morte, di cui il samurai è la più emblematica manifestazione. L’accettazione continua del rischio della morte porta al trascendimento dell’ego, e di ogni attaccamento illusorio. Si tratta di una pratica trasformativa reale, di un mezzo di glorificazione attraverso la morte, che anche l’India e  l’antichità classica conoscevano nella nozione della mors triumphalis: la via della divinizzazione attraverso l’eroismo delle anime umane, di una mente che già in vita era stata addestrata a superare le limitazioni della paura e del dolore. Ciò era anche favorito dalla praxis ermetica di appoggiare l’ascesi eroica allo spirito di Ordine, cavalleresco o anche monastico-cavalleresco, ad una gens familiare  o clan militare, o semplicemente alla tradizione di una scuola marziale (ryu). Tanto bastava per fornire la forza eggregorica anagogica necessaria sia nell’addestramento e nell’ascesi, sia in extremis, nell’atto di glorificazione finale. Persino il kamikaze giapponesi delle Seconda Guerra Mondiale avevano conservato gesti e ritualità operative dello shinto tradizionale, per immortalarsi come anime eroiche glorificate nel pantheon degli eroi nazionali. In ogni caso, l’esperienza di affrontare attivamente la morte è considerata in tutte le tradizioni spirituali un’esperienza trasfigurante.

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Queste finalità estreme sono più legate al Giappone o all’India, dove erano appannaggio ed espressione di una casta guerriera. Meno in Cina ed Okinawa, dove la pratica era destinata a monaci, contadini, popolani, attori, vagabondi, funzionari imperiali, cioè chiunque, ed aveva per finalità l’autodifesa e quindi la propria conservazione, e al tempo stesso fini medici e preventivi. Vi è da considerare che la via autorealizzativa taoista era non legata al sacrificio e alla mors triumphalis, non era via guerriera ma contemplativa, e il suo fine di realizzazione del Sé passava per l’ottenimento intermedio della longevità sovrannaturale, il che comportava un’ascesi più graduale e modalità e atteggiamenti spirituali totalmente differenti. Del resto anche gli esiti tecnici che si traducevano nelle diverse modalità di approccio al combattimento evidenziano questa differenza.

Riassumendo abbiamo tre livelli di aspetti paralleli al semplice addestramento:

  1. un aspetto medico-preventivo, legato alle tradizioni mediche orientali, che permetteva di ottimizzare il Qi e svilupparlo a fini salutistici. Un esempio si ha nelle tecniche di leva e chiavi articolari che, se allenate in modo morbido e con lievi variazioni, possono costituire massaggi terapeutici sui meridiani, con effetto di medicina interna, non molto dissimili dalle manipolazioni dello shiatsu, che peraltro sono derivate da conoscenze comuni.
  2. un livello intermedio di sviluppo del corpo sottile, e dello sviluppo dei sensi, con esiti spesso nel campo dell’extra-normale, il che evidenzia già un livello di pratica estremamente molto avanzato e condizioni non comuni di partenza.
  3. un livello sommo che è tipicamente evolutivo-realizzativo ed ha finalità tecnicamente spirituali, di vera e propria”tecnica”di auto-elevazione secondo finalità che sono proprie alle grandi tradizioni iniziatiche ed esoterico-religiose.

Ma questi aspetti sottili della coltivazione del qi – per non parlare di quelli eminentemente spirituali vengono ovviamente non più compresi nell’Occidente che guarda piuttosto alla costruzione di personaggi hollywodiani, inseguendo un mito forse più estetico che marziale.Il risultato è che questi supereroi estetici hanno un ciclo vita brevissimo. Dopo dieci anni di allenamento duro, il che spesso prevede anche il bodybuilding, queste persone hanno consumato notevolmente la loro energia vitale (Jing), e si troveranno rapidamente abbandonati dalle loro forze.Il fine dell’addestramento antico era invece quello di sviluppare un “struttura energetica” che sopperisse via via al decadere del corpo fisico, e questo spiega l’invulnerabilità anche da anziani di grandi maestri antichi o recenti, come il grande Gogen Yamaguchi (1909-1989), cosa del tutto impensabile ad esempio in un pugile che dopo dieci anni di attività è praticamente bollito.

Purtroppo anche a causa del modello universitario giapponese, copia dell’occidente, di queste discipline si è perso il cuore, e si sono trasformate in sport in cui l’occidentale magnifica il proprio ego, lo spirito di competizione o il narcisismo “estetico”. Questo bullismo tradisce completamente la stessa etica marziale del Bushido, che era essenzialmente una “via spirituale”come abbiamo già detto sopra. Inoltre ci sta a cuore segnalare i danni fisici ed energetici che una non corretta pratica marziale (non correlata ad un corretto qi kung medico e marziale, ad una scienza del respiro) può portare ad occidentali non preparati ed esaltati.

 

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