La iatrochimica – parte II

…segue dalla parte I.

 

L’ultimo elemento su cui fare luce delle incomprensioni della storia della medicina è l’uso di rimedi metallici.

Crisopeya
Immagini tratte dalla Chrysopoeia di Cleopatra, testo egizio-ellenistico

Normalmente si suole ritenere che sia stata un’innovazione di Paracelso che avrebbe anticipato l’ uso di medicinali preparati chimicamente e non vegetali. In realtà l’uso di preparazioni metalliche o minerali era molto antico.
Già la Materia Medica di Dioscoride comprende diversi rimedi di origine minerale. l’alchimista egizio-ellenistico Zosimo di Panopoli, nel suo trattato sulle tinture, parla di lavorazioni fatte per fusione a partire da “terre” e  “sabbie”, e si trattava di “tinture tempestive” perché fatte secondo prescrizioni di tempi particolari riconducili all’alchimia, in contrapposizione  alle “tinture naturali”.(cfr. J.Lindsay, Le origini dell’alchimia nell’Egitto greco-romano). Ugualmente l’alchimia indiana ha conosciuto una sua specializzazione nel Rasayana, la scienza di produrre succhi erbo-metallici o solo metallici derivati da calcinazione di ossidi e dall’uso del Mercurio.

Ovviamente l’impiego dei minerali e soprattutto dei metalli è stato sempre fortemente limitato dalla potenziale tossicità di molti di questi elementi. Come vedremo tuttavia è stata sempre una caratteristica della pratica alchemica quella di preparare adeguatamente le sostanze minerali in modo da ottenere rimedi prodigiosi e ovviamente assolutamente sicuri, questo sia nell’alchimia egiziana e poi araba (al-chymia), indiana (rasayana) o cinese (wei dan). Anzi la preparazione di rimedi vegetali non era normalmente connessa con la lavorazione alchemica. Semmai è stato Paracelso (in parte sulla scia di Raimondo Lullo) ad introdurre la pratica spagyrica nel perfezionamento della medicina vegetale, sul parallelo analogico dell’Opera metallica.  Purtroppo gli storici della medicina non hanno mai considerato l’Alchimia e la Spagyria; proprio a causa di questa ignoranza di fondo hanno completamente stravolto la realtà: l’innovatività di Paracelso sta semmai nell’aver introdotto un nuovo settore della pratica alchemica, quella sul vegetale, essendo le lavorazioni su metalli e minerali assai più antiche e “prestigiose”. Paracelso ha esteso, attraverso procedimenti analogici, i processi alchemici in funzione di un perfezionamento alchemico anche nel regno vegetale, cosa precedentemente considerata con scarso interesse dagli alchimisti. Il paradigma storico va allora completamente rovesciato.

Il motivo per cui l’uso dei metalli non era parte integrante della medicina comune sta proprio nei successi e nel segreto alchemico. La preparazione del rimedio metallico è opera non comune. Il regno minerale veicola “forze” molto più distanti dall’umano del regno vegetale e anche sul livello semplicemente fisico la tossicità del minerale fu sempre un ostacolo notevole per i medici anche antichi, parlando ovviamente della medicina corrente e comune.

titleTradizionalmente l’alchimia possedeva la tecnica per “aprire” i metalli cioè per eseguirne la lavorazione così da ottenere un olio o tintura metallica  edibile e non tossica, e in grado di esprimere tutte le potenzialità curative portate alla massima esaltazione possibile per quel metallo. Ciò era possibile perché l’artista sapeva come preparare un Alkaest, un solvente adeguato a solubilizzare i metalli e i minerali, e anche a renderli in grado di sublimare! Fra l’altro uno dei risultati di ciò era di poter impiegare i metalli in dosi ponderali.
In questo tipo di preparati la tossicità dei metalli veniva completamente eliminata. Ovviamente tutto ciò rimane assolutamente incomprensibile per la chimica profana. Da notare che nel ciclo di purificazione di un metallo, ad esempio l’Antimonio, si ottiene come scarto un “Sale Arsenicoso” o “Solfo arsenicale”, per usare il linguaggio alchemico-spagyrico,  in massa superiore a quella contenuta nel prodotto di partenza.
Tutto ciò è una palese violazione della Legge chimica di Lavoisier sulla conservazione della massa (“nulla si crea nulla si distrugge“). In realtà quella che avviene (con apporto reale di materia!) è una cristallizzazione delle forze sottili e invisibili che determinano la tossicità del metallo e la sua “imperfezione”, tossicità che non è presente solo a livello fisico. Peraltro va notato che i meccanismi tossicodinamici dei metalli pesanti non sono completamente spiegati dalla scienza ufficiale.

Ovviamente questi risultati sono ottenibili solo per via filosofica (cioè alchemica) e partendo da metalli di miniera e viventi (cioè senza processi meccanici che compromettano le potenzialità sottili). Più avanti spero di poter dare maggior dettagli tecnici (nei limiti della tradizionale riservatezza del tema) su questi processi. Per ora mi limito a far notare -da chimico- che nessun artificio della chimica profana, che lavora su materie “morte”, è in grado di eguagliare né di spiegare questi risultati che può solo denigrare come “fantasie”…

Gli alchimisti e spagyristi rinascimentali riconoscevano i Sette Metalli della Tradizione: Piombo, Stagno, Ferro, Oro, Rame, Mercurio e Argento a cui venivano aggiunti i metalli bastardi (per noi sarebbero dei metalloidi o dei solfuri), cioè le Marcassiti (a cui Paracelso dedica un capitolo dei suoi Arcidoxa) e poi il Bismuto ( Wiszmut, termine coniato sempre da Paracelso) quale “bastardo” fra Stagno e Ferro e infine l’Antimonio (conosciuto fin da tempi remotissimi) quale “bastardo” fra il Piombo e lo Stagno.

stibnite-and-caustic-red-liquidIn realtà in molte vie alchemiche il famoso “piombo”, volgarmente ritenuto la “materia prima” degli Alchimisti, era in realtà non il Piombo elemento chimico, ma un particolare solfuro nativo dell’ Antimonio avente certe “somiglianze” con il piombo. Sino a Basilio Valentino quasi nessun autore osò esplicitare questa materia prima nominandola direttamente. Con Basilio Valentino si apre il filone della letteratura alchemica antimoniale. La sua opera “Il Carro trionfale dell’Antimonio” è un’opera alchemica ma contiene anche numerose indicazioni per la lavorazione medico-spagyrica dell’Antimonio per finalità terapeutiche, in particolare un modo per confezionare l‘olio rosso di Antimonio, perfettamente privo di ogni tossicità e in grado di eliminare ogni forma di concrezione o accumulo tossico dai corpi. il Benedettino di Erfurt scriveva anzi che proprio l’Antimonio  così velenoso possa diventare un ottimo “purgante” di ogni veleno. Ciò che rende velenosa una sostanza minerale per gli organismi animali è la presenza di un qualcosa di “crudo”, una “terra mercuriale” non cotta che rende inidoneo, non fruibile o addirittura dannoso lo stadio energetico elementare che si trova in molti esseri del Regno Minerale, così distante da quello Animale (ragion per cui invece i rimedi vegetali sono spesso più prossimi e adatti all’uso, sebbene poi non posseggano la profondità del Minerale). Ma sono proprio i veleni i migliori  detossificanti (per azione diaforetica, diuretica ecc..), per la presenza di uno “spirito volatile mercuriale” , tuttavia sarebbero i rimedi fissi -secondo Basilio Valentino- ad avere la piena capacità di rimuovere alla radice i mali e non solo gli aspetti sintomatici o superficiali (cosa che spetta ai rimedi “volatili”). La preparazione dell’Antimonio serve esattamente a separare il fisso dal volatile, il buono dal venefico, per azione del fuoco microcosmico (fornello) e di un secondo fuoco (“nuovo Vulcano” nel testo di Basilio Valentino) cioè il fuoco segreto dell’alchimia, che giungono a portare a compimento un processo di maturazione che il Vulcano macrocosmico (il fuoco terrestre) ha lasciato imperfetto.M2

Lo iatrochimico cercava di ottenere i rimedi minerali solubilizzando i metalli per mezzo di ciò che Paracelso chiamava il Circulatum Maius (altro nome dell’alkaest) e di ottenere soprattutto olii o elixir di colore rosso, segno indicativo della “vita minerale” e soprattutto del fatto che la preparazione avesse raggiunto il massimo perfezionamento sottile.
L’impiego tradizionale era la via del Simile: l’astro è guarito dall’Astro, insegnava Paracelso. Si introduceva la qualità carente attraverso l’uso di un rimedio di uguale polarità o segnatura, dunque il criterio d’uso era di tipo omeo-fisiologico e non omeo-patico (ricerca del simile fisiologico e non del simile patologico). Le tradizionali segnature e corrispondenze sono:

  • Sole – Oro – cuore e sistema vascolare/circolatorio.
  • Luna – Argento – gonadi, secrezioni umorali,stomaco, sistema nervoso centrale.
  • Mercurio –Mercurio – polmoni (Gemelli), sistema nervoso periferico, circolazione linfatica.
  • Marte – Ferro – emopoiesi, vescica biliare, succhi acidi dello stomaco, vulva, uretra.
  • Venere – Rame – reni, gola, laringe, alcune funzioni sessuali.
  • Giove – Stagno– fegato, membro maschile.
  • Saturno – Piombo– milza,articolazioni, ossa, mineralizzazione, corretto bilancio salino.
  • Terra – Antimonio –  eliminazione di tutte le tossine/ accumuli tossici endogeni o esogeni, depurazione del sangue, diaforetico, malattie della pelle.

(Come si nota l’Antimonio corrisponde alla Terra, madre dei metalli e questo può dare dei suggerimenti per la comprensione di alcuni  Arcani naturali…)

 

Continua….

 

Annunci

2 commenti Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...