La iatrochimica – parte III

…segue dalla parte II.

L’effettiva capacità terapeutica dei rimedi di Paracelso ( e della spagyria minerale e vegetale in genere) fu incontestabile: le “miracolose” guarigioni ottenute in tempi piuttosto rapidi e in gran numero (cosa su cui le fonti storiche concordano) non ci lasciano dubbi al riguardo, così come il fatto che Paracelso ottenne in tempi rapidissimi onori e cariche amministrative in campo sanitario e a livello accademico malgrado il suo famigerato “caratteraccio”, cosa che certo non gli sarebbe stato possibile se la sua medicina non fosse stata di indiscussa efficacia.

74-0687-1Dopo Paracelso la tradizione iatrochimica e spagyrica conobbe almeno due secoli di enorme successo. Fu portata avanti dal suo discepolo, Rhumelius e altre notevoli figure furono De le Boe Sylvius, Kerkring, Van Helmont, Welling, Kirchwger, Starkey, Glauber (inventore del “sale inglese”), Hollandus,  Agricola, Weidenfeld (autore del “Segreto degli Adepti“), Crollius (con la sua “Basilica Chymica“) e il medico napoletano Donzelli (autore del “Teatro farmaceutico, dogmatico e spagyrico“), il francese Le Breton, a testimonianza della sua diffusione in tutta Europa.

Nelle opere di questi autori, ad esempio nella “Chymische Medizin“di Agricola,  troviamo citati i casi clinici da essi trattati e i notevoli successi anche in casi di patologie tutt’oggi ritenute inguaribili.

Tuttavia la natura segreta di alcune operazioni e di alcuni ingredienti, soprattutto relativi all’ottenimento dell’alkaest e alla volatilizzazione degli alcali, ha creato un certo limite alla sua diffusione e “standardizzazione”.
Nemmeno tutti gli autori nominati furono effettivamente degli “Adepti” nel senso stretto e tecnico del termine, cioè non tutti furono in grado di ottenere l’alkaest e di proseguire nell’Opera. Anche se la spagyria era solo un campo applicativo e minore dalla Tradizione alchemica ne mantenne la segretezza (per varie e a mio avviso giustificate ragioni). Sul finire del XVIII secolo i reali possessori dell’Arte divennero in numero sempre minore. La spagyria, vegetale o minerale, perse la visibilità e la rinomanza di cui godette anche nella cultura ufficiale dei secoli precedenti. Col tempo essa si “eclissò” gradualmente e rimase appannaggio della tradizione interna di alcune logge rosicruciane soprattutto in Germania, nei cui scritti a stampa (soprattutto del XVIII sec.) si trova traccia del sicuro deposito di questa tradizione.

 

plates58-61elementa(sized)1718Ciò che attirò le critiche fu il fatto che la medicina allopatica successiva provò la strada dei preparati metallici ma senza le “chiavi” alchemiche. Ovviamente però i sorprendenti successi della vera spagyria minerale non furono nemmeno lontanamente uguagliati dalla medicina e profana la quale, provando ad imitare Paracelso, non riuscì mai ad eliminare il problema della tossicità nè ad attivare le  forze sottili di guarigione che sono attive nei metalli resi “filosofici“.  Ne derivò l’accusa di ciarlataneria dovuta soprattutto all’incomprensione e all’incapacità di padroneggiare i segreti dell’arte, da cui la fama di inconsistenza e pericolosità della medicina metallica e iatrochimica. Basta prendere un libro qualsiasi di storia della medicina e della chimica per per vedere deriso il metodo di cura della sifilide per mezzo del Mercurio.

La verità è che nessuno storico della medicina conosce l’esatta preparazione dei rimedi mercuriali spagyrici di Paracelso, e furono semmai i medici successivi ad impiegare amalgame grossolanamente preparate con effetti disastrosi e di notevole tossicità.  Ad esempio, a questo riguardo, sappiamo sia dagli scritti di Basilio Valentino, sia da quelli di Paracelso, dell’effettiva capacità di guarire il “mal francese” o Lue, con l’uso di derivati mercuriali.  Gli iatrochimici sapevano preparare il Sublimato di Mercurio (o “Serpente pietroso” degli alchimisti”) in maniera da farne un rimedio sicuro che poteva essere assunto in dosi ponderali! Paracelso era famoso per portarne con sè sempre una dose nel pomello della spada.Paracelsus_1 Ugualmente non poteva essere compreso il metodo per rendere solubili metalli come l’oro e l’argento, sino ad ottenere soluzioni di argento potabile o di oro potabile (che non era il cloruro d’oro, o aurum muriaticum) e a poterli impiegare in dosi ponderali. Aggiungo solo che numerosi risultati di cura di patologie cancerose furono riportati dagli iatrochimici, ad esempio dal citato Agricola del XVII secolo,  proprio impiegando l’ “aurum potabile“, uno dei più elevati e potenti rimedi spagyrici, insieme all’Antimonio, nella cura delle malattie cancerose. Agricola riferisce che si potevano ottenere guarigioni rapide e sorprendenti, ad eccezione dei casi in cui la patologia avesse già “corroso e invaso le vene” [metastasi]. Questo passaggio fa fede anche della verosimiglianza di queste guarigioni, del rigore clinico nelle osservazioni degli iatrochimici e della loro onestà nel riscontrare i limiti terapeutici.

L’unico modo per recuperare – anche se solo in parte- la capacità penetrativa di questi rimedi, soprattutto quelli minerali fu, per lungo tempo, solo l’omeopatia. Sicuramente introdurre la diluizione, perfino subponderale, fu una necessità ineluttabile per non rinunciare a questi potenti rimedi anche da parte di preparatori e farmacisti che nulla sapevano di alchimia. Hahnemann ebbe dunque l’intuizione di usare le diluizioni per abbattere la tossicità (altrimenti non rimossa) anche se tuttavia l’idea stessa fu attinta da Paracelso (di cui il fondatore dell’omeopatia fu un serio lettore) il quale descrisse metodi di preparazione e diluizione delle polveri per mezzo della triturazione, anche se altrove nella sua opera Hahnemann ha inspiegabilmente mosso parecchie critiche alla medicina di Paracelso definendo la dottrina delle Segnature “la follia degli antichi medici“.

In realtà alcuni rimedi omeopatici hanno sorprendentemente – al di là della giustificazione legata alla pur reale sperimentazione del proving patogenetico-  un’origine nelle associazioni e segnature derivate dalla medicina paracelsiaca. Prendiamo il caso della cura della Lue. Ora, in omeopatia, uno dei rimedi classici per la diatesi luetica (connessa anche a un atavismo “sifilitico”) è proprio il Mercurius omeopatico, sia solubilis che il sublimatus corrosivus.

Un discorso analogo si potrebbe fare anche per altri rimedi come Antimonium tartaricum e Stibium sulforatum crudum vel nigrum.

Una volta calcinato per via spagyrica il tartrato diventa, chimicamente, null’altro che carbonato di potassio. Tuttavia sappiamo che esso, se preparato secondo l’Arte, garantisce delle proprietà che non sono quelle di questo semplice sale.  Il Sale di Tartato reso volatile (per via spagyrica) era il rimedio per ogni concrezione e deposito di tossine (urati, ossalati ecc..), la cura delle calcolosi e della gotta, così come per la disostruzione delle vie arteriose, respiratorie ecc… Van Helmont scrive:

“quando i sali refrattari al fuoco vengono resi volatili acquistano poteri prossimi a quelli dei Grandi Arcani. Arrivano fino all’inizio della quarta digestione e rimuovono tutti gli ingorghi.”

Nella medicina paracelsiaca le malattie “tartariche” corrispondono a quelle che più tardi in omeopatia verranno definite “sicotiche”.

Il Tartrato d’Antimonio, un sale erbo-metallico, assommava le capacità detossificanti dell’Antimonio (principalmente diaforetiche) con quelle disostruenti del Sale volatile del Tartaro. Non stupisce allora che, nell’omeopatia attuale, Antimonium tartaricum sia sopratutto usato per disostruire le vie respiratorie.  L’Antimonium crudum invece è esattamente lo stibnite cioè il solfuro di Antimonio allo stato nativo quello non trattato ancora spagyricamente, è allora indicato per i disturbi digestivi, secondo la descrizione della tossicità dell’Antimonio nativo descritta da Basilio Valentino. E’ evidente allora la natura omeo-patica di quest’ultimo rimedio. Ugualmente avrei agio a mostrare la validità della dottrina delle segnature, pur criticata da Hahnemann (cfr. “Esame delle fonti della Materia Medica“, 1801) proprio osservando che l’omeopatia conferma di frequente gli impieghi tradizionali basati sulle segnature: si pensi ad un Aurum cloratum, notoriamente cardiotonico e antiaritmico, indicato soprattutto in presenza di forti palpitazioni, o di un Aurum metallicum, entrambi possibili rimedi per pazienti depressi. Sappiamo dalla dottrina delle segnature che proprio l’Oro è il governatore della funzionalità cardiaca e della vitalità generale (al cui venir meno possono essere associate certe depressioni- segnatura solare).  Anche il potenziale impiego di certi rimedi di Aurum, sia il muriaticum che il natronatum muriaticum, in alcune patologie neoplastiche (specie uterine) era già noto agli spagyristi fra le indicazioni dell’ Oro Potabile (ved. supr. Agricola, op.cit.). 1

Va detto ovviamente che l’omeopatia nasce per via del tutto indipendente e i due sistemi di cura sono differenti, ma è più che probabile che alcuni rimedi originariamente introdotti da Hahnemann siano stati suggeriti anche dalla considerazione della letteratura spagyrica, anche se rimane, questa, una semplice ipotesi. Pur nella indipendenza delle due vie si nota in effetti la concomitanza di certi rimedi. La via spagyrica e quella omeopatica rappresentano allora su certi “rimedi coincidenti” i due poli di uno stesso Ente Naturale, le due polarità estreme: una omeo-patica e l’altra omeo-fisiologica. La Iatrochimica indicava la via per “aprire” i metalli e perfezionarli per via alchemico-spagyrica onde renderli del tutto a-tossici. Si esaltava così il potenziale naturale rendendolo assimilabile al livello “vibratorio” (si direbbe oggi) di quel metallo o minerale  (eliminando le fecce o le crudità avrebbero detto gli spagyristi). Il risultato è un rimedio fisiologico in grado di sostenere l’analogo Ente-principio nell’essere umano (su tutti tre i livelli, fisico-corporeo, animico e intellettuale, rappresentati dalla triplicità Sale-Mercurio-Zolfo).

L’omeopatia non rettificando i metalli  per via alchemica ne depotenzia tuttavia ogni tossicità fisica per via della progressiva diluizione la quale ha, peraltro, anche l’effetto di amplificare il potenziale sottile, in ragione inversa alla diminuzione di materia grossolana. Essendo un processo omeo-patico, tuttavia, l’informazione (energetica o vibrazionale) che essa conserva è di tipo “patologico” o meglio “patogeno-simile”. Conservando a livello sottile le potenzialità tossico-patogeniche (che la preparazione spagyrica “purifica” o, se vogliamo, sopprime) e le potenzialità “squilibranti” insite ad ogni Ente di Natura ( “imperfetto” per definizione) essa ne mima il potenziale patogeno cioè la corrispondente alterazione indotta nell’omeostasi fisiologica degli altri esseri viventi. Crea in sostanza un modello patologico, simile ma non uguale alla patologia che si vuole curare. In questo modo stimola la  Vis Vitalis a reagire attivando un surplus di risposta. Questa differente potenzialità d’azione fra omeopatia e spagyria, è facilmente dimostrata: tornando all’esempio citato dell’Oro, Aurum metallicum ha anche indicazioni per soggetti che fra i segni psicologici riportano anche una particolare tendenza all’orgoglio eccessivo e all’arroganza, segni simili a Platinum. Ora, è evidente in queste manifestazioni l’azione squilibrata del principio “solare”, il suo modello patologico o pervertito!

Questo impiego del rimedio omeopatico non sarebbe “mimabile” dal rimedio spagyrico, il che dona grande flessibilità all’omeopatia. D’altra parte indica anche un limite dell’omeopatia: quello di costituire una via  di “reazione”. In certi casi però potrebbe essere necessario integrare il principio carente piuttosto che stimolare il complesso psico-fisico umano a concentrarsi sulla propria manifestazione squilibrata; così come nei casi in cui la Vis Vitalis è bassa o insufficiente (soggetti anziani o convalescenti dopo lunga e spossante malattia, o fortemente intossicati). In tali casi la risposta omeopatica sarà condizionata dalle scarse riserve energetiche e quindi potrebbe trovare una battuta d’arresto (cosa a  volte constatabile anche in presenza di rimedi ben scelti). In quei casi sarebbe utile far aprire la strada ad altro genere di rimedi. In ogni caso credo sia una conseguenza della complementarità d’azione fra la via omeopatica e quella omeo-fisiologica.

Questi sono solo dei cenni ai rapporti intercorrenti fra la spagyria e l’omeopatia, ma spero di aver esposto alcuni punti.

Fortunatamente il secolo scorso ha visto l’inatteso riemergere in superficie di una tradizione alchemica che si riteneva sparita e si è manifestata attraverso autori diversi (non solo il “mitico” Fulcanelli) fra i quali Frater Albertus in America, Solazaref in Francia e altri autori anche solo interessati alla spagyria vegetale come lo svizzero Augusto Pancaldi. In questo contesto, miracolosamente dovrei dire, è stato anche possibile che almeno due laboratori siano stati in grado di fare preparazioni spagyriche in particolare metalliche, entrambi operanti in Germania, sin dalla prima metà del Novecento. Si tratta del laboratorio di Glückselig e quello del barone von Bernus, i cui prodotti sono dei complessi erbometallici di notevole efficacia [pur essendo preparati spagyrici a tutti gli effetti, sia pure sotto l’elaborazione personale degli autori, per ragioni di registrazione la Farmacopea tedesca li ha assimilati a prodotti omeopatici, specie per i componenti minerali, i quali hanno assunto la nomenclatura dei “corrispondenti” omeopatici, anche se sono rimedi di preparazione differente].

Sicuramente le lavorazioni spagyriche hanno una chiave posseduta da pochi (specie per le lavorazioni minerali) e questo rischia di segnarne la sopravvivenza; noi ovviamente auspiachiamo che ciò non accada.Con questo auspicio si chiude la presente trattazione.

Quanto al primo divulgatore-riformatore di questa Tradizione, Paracelso, ci piace ricordare che egli ormai vive come Archetipo di un particolare modo di intendere la Medicina. Ciò è vero specie nei paesi di lingua tedesca. Nell’Inconscio Collettivo tedesco Paracelso è andato incontro ad un processo di divinizzazione che l’ha visto trasposto in  una sorta di Genio della Medicina, cosa che accadde al medico Asclepio presso i Greci (secondo un processo che gli storici delle religioni chiamano “evemerizzazione”). Quando, nel 1831 la zona delle Alpi austriache fu colpita da una pericolosa epidemia di colera, gli abitanti si recarono in processione a Salisburgo -dove riposano i resti di Paracelso- piuttosto che dal santo patrono della città, a chiedere il suo intervento miracoloso per la fine dell’epidemia. Un dato interessante sul piano antropologico, e non solo.

 

 

 

 

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