Che cos’è una preparazione spagyrica

Sotto il nome di preparato spagyrico si indica un tipo di lavorazioni farmaceutiche erboristiche (in alcuni casi anche minerali o animali) che non sono riconducibili alla tradizione galenica. La comparsa in occidente di questa metodica, e l’identificazione con questo preciso nome si deve soprattutto a Paracelso (XV sec.) e alla sua scuola, e alla corrente che prende il nome di Iatrochimica ed ebbe il suo periodo di maggiore diffusione fra il XVII e il XVIII, tuttavia già autori medievali come Raimondo Lullo e Giovanni de Rupescissa avevano testimoniato l’esistenza di questo filone, che ha forti legami storici con l’Alchimia, disciplina che tuttavia persegue fini ben più profondi. Il termine indica nel suo etimo l’essenza del metodo: spao (in grc. “separare”) + ageiro (“unire”), secondo un’interpretazione ormai ben nota. Tale metodo prevede infatti l’estrazione separata di differenti frazioni di una droga vegetale o animale o di un minerale, loro separata elaborazione e purificazione (sia fisica che “energetica”) e ricongiungimento onde riprodurre il composto originario ma ricostituito ed elevato ad un’ “ottava superiore”. Il prodotto della congiunzione viene infatti esaltato attraverso alcuni processi come la circolazione e la solarizzazione. Viene così sviluppato un processo che porta un determinato Ente di Natura ai massimi limiti della Natura stessa attraverso l’Arte spagyrica (se vogliamo, accelerando un processo di evoluzione che la Natura di per sè già persegue). Le frazioni che la spagyria considerano sono- in analogia ai tre principi alchemici- detti Zolfo, Mercurio e Sale. dragotritestegrandeNel mondo vegetale sono rispettivamente: l’olio essenziale, l’alcolato, e infine i sali derivati dalla combustione del corpo vegetale. Queste tre diverse sostanze rappresentano, in analogia con gli insegnamenti ermetici, lo Spirito, l’Anima e il Corpo dell’Ente vegetale. Possiamo già anticipare che, per analogia, essi agiranno principalmente sui corrispondenti principi nell’essere umano.

Il lettore che si accosta a questa studi noterà che spesso alcuni autori fanno corrispondere la sequenza Anima, Spirito, Corpo a Zolfo, Mercurio e Sale, in questo ordine, cioè commettono un duplice errore dottrinale: in primo luogo fanno corrispondere l'”anima” allo Zolfo e poi ritengono di conseguenza l’Anima superiore allo Spirito. Si tratta di una confusione terminologica che spesso molti autori spagyrici hanno conservato per tradizione e per imitazione delle autorità, e probabilmente da un certo punto in poi si deve essere perso il senso di questa identificazione. Normalmente nella nomenclatura “tradizionale” per Spirito si intende il principio intellettuale, sovrannaturale e trascendente, mentre per Anima si intende il “corpo astrale”, lo psichismo superiore, un aspetto sovrasensibile del mondo naturale o della manifestazione. L’occidente tuttavia perse nel tempo il senso di questa distinzione poiché la teologia cristiana a partire dal IV Concilio di Costantinopoli bandì la dottrina della tripartizione dell’anima. É fuori discussione che in Alchimia lo Zolfo rappresenti il principio più elevato, l’elemento igneo-maschile agente della trasmutazione; il Mercurio invece il “mediatore” rispetto al Sale-Corpo. Perché dunque gli autori spagyrici ( a volte) fanno uso di una nomenclatura invertita?

La ragione sta in usi terminologici trasmessi per abitudine e convenzione, di cui dopo un po’ si perse il contesto ermeneutico di origine. Ad esempio in epoca paracelsiana si faceva corrispondere alla triade questa interpretazione: il Sale come  la “Vis mineralis”, il Mercurio la “Vis vegetans” e lo zolfo la “Vis Animans”. Si noterà quindi che con questa spiegazione si può fugare ogni dubbio: lo Zolfo è di fatto il principio che domina la triade, e il Mercurio, o forza vegetabile, è quella che presiede agli psichismi e allo sviluppo sottile del nucleo igneo e noetico (Briah), di cui appunto il mercurio è lo sviluppo formativo (Yetzirah). Si nota quindi che il mercurio è proprio il principio delle forze animiche sia microcosmiche che macrosmiche. Lo Zolfo altresì rappresenta l’essenza e il divino. Il participio “animans” è stato riferito allo Zolfo ma in un contesto diverso da quello che contrappone l’Anima allo Spirito, infatti esso qui è contrapposto al mercurio come forza solamente vegetativa:  lo Zolfo in questo senso “anima” davvero perché è l’essenza di un processo. Tuttavia l’abitudine di seguire questa spiegazione così come la prevalenza nel mondo cristiano ad usare il termine “Anima” piuttosto che Spirito (cioè di fatto a chiamare “Anima” lo Spirito) ha nel tempo fatto aderire in modo poco esatto lo Zolfo all’anima. L’accostamento di “spirito” o meglio “spiriti” al Mercurio-principio sta invece soprattutto in una erronea traduzione dall’alchimia araba. Come vedremo più avanti il mercurio in spagyria identifica la frazione alcolica. Ora, la parola “alcol” viene dall’alchimia araba che usava il termine al-ghul = lo “spirito” e per molto tempo l’alcol nelle lingue europee si è denominato ‘spirito’.  Tuttavia, in arabo, al-ghul non indica affatto lo Spirito Divino, neppure in senso generico, indica semmai spiriti della natura, esseri del mondo intermedio, quali ad esempio i fantasmi o i Jinn del deserto, forze ai limiti del demoniaco; del resto le proibizioni religiose islamiche sull’alcol basterebbero a fugare ogni dubbio.

Così, prima per abitudine, poi per ignoranza, la tradizione spagyrica ha ereditato, in alcuni autori un lessico fuorviante, che tuttavia non ha inciso sulle pratiche operative, ma che può aver creato qualche confusione in molti ricercatori.


 

                                                              LE OPERAZIONI  

La  spagyria ha fatto uso di numerosi procedimenti che solitamente gli autori indicano in: Calcinazione, Putrefazione, Soluzione, Distillazione, Sublimazione, Unione,  Coagulazione Moltiplicazione (ma il numero in alcuni autori, es. il Le Breton, sale da sette a dodici). Queste singole operazioni, concatenate nei vari passaggi, conducevano all’ottenimento dei preparati spagyrici “canonici”. Prima di descrivere nel dettaglio le diverse preparazioni è bene indicare due punti di notevole importanza che denotano lo scarto abissale fra i metodi e i risultati dell’attuale chimica profana e la chymica degli Adepti, di cui la spagyria fu un’applicazione. Scrive il noto autore spagyrico van Helmont, peraltro importante per essere stato al contempo anche uno dei primi chimici moderni:

Il Primun Ens è l’alkaest. Se non riuscite ad ottenerlo imparate almeno a volatilizzare il sale di tartaro, per poter fare le vostre soluzioni con esso

I punti che vogliamo indicare sono essenziali anche per far intuire alcune distinzioni fra Spagyria e Alchimia, distinzione anch’essa di notevole portata. Veniamo dunque a sottolineare:

  1.  l’utilizzo dell’alkaest, necessario per certe operazioni essenziali all’ottenimento di tinture minerali.
  2.  L’ottenimento di una sale fisso reso volatile (cioè in grado di sublimare).

L’alkaest è il solvente universale, esso rimanda ad uno specifico risultato di operazioni alchemiche, preliminari alla Grande Opera. Non tutti i manipolatori spagyrici o iatrochimici dei secoli passati erano giunti ad ottenere questo “preparato”. Esso era indicato anche come spiritus vini philosophici o acetum philosophicum o con altri nomi: si tratta di un ottenimento essenziale per procedere in Alchimia alla Via Umida, mentre non ricorre (in questa forma) nella Via Secca. Esso aveva la capacità di “aprire” ogni sostanza cioè di estrarne l’essenza e di legarla al solvente in modo indissolubile, e ciò non solo in senso lato, o a livello “energetico”, ma persino sul piano fisico, nel senso di una reale solubilizzazione. Esso era in grado di portare in forma di soluzione metalli e sali minerali così da ottenere olii e tinture metalliche (punto su cui tornerò alla fine di questa esposizione), ovviamente senza ricorrere ad artifici della chimica moderna ad esempio l’uso di reagenti corrosivi, il che è ritenuto assolutamente impossibile dalla chimica attuale! Il Menstruum minerale era dunque in grado si dissolvere sali metallici e di renderli volatili. La stessa cosa dicasi per il Sale di Tartaro volatilizzato (il Sale di tartaro è derivato dal tartaro di botte, chimicamente rispondente alla formula del tartrato di potassio C4H5KO6 , passato a carbonato di potassio per calcinazione).

Sale fisso volatilizzato
Sale fisso volatilizzato

Questo sale fisso diventava allora volatile, se correttamente preparato: diveniva cioè in grado di evaporare insieme al solvente, fatto facilmente dimostrabile osservando la sua ri-cristallizzazione sul capitello della storta e non sul fondo del recipiente. Anche questo dato viene ritenuto impossibile dalla chimica moderna… che non conosce il modo di rendere volatili i sali fissi ottenuti per calcinazione! Il Sal Tartari volatilizzato aveva grandi proprietà terapeutiche, note a tutti gli spagyristi, che lo ritenevano essenziale per guarire le malattie che rispondevano a questo rimedio, dette appunto “tartariche” (soprattutto “coaguli” come litiasi, ateromi ecc.).  Tuttavia, come lascia intendere il passo di van Helmont, non era necessario aver ottenuto l’alkaest per ottenere dei sali volatilizzati. I preparati farmaceutici che richiedevano l’intervento di sostanze “filosofiche” venivano classificati come Arcani, Magisteri etc. e rientravano nel campo delle conoscenze propriamente alchemiche. L’adepto in Alchimia aveva appreso ad utilizzare lo Spiritus Mundi e il sale della terra (l’ “umido radicale“) e la conoscenza del Fuoco salino gli dava l’accesso a certi regni della Natura su cui sapeva intervenire. Lo spagyrista in sè stesso non faceva invece null’altro che operare (per lo più solo nel campo del vegetale, salvo eccezioni) utilizzando esclusivamente i componenti della stessa pianta su cui lavorava, al massimo impiegando acqua o un distillato di vino, lo spiritus vini, ma senza ricorrere a materie “filosofiche” cioè ottenute per via alchemica. Alcune risultati -di cui la volatilizzazione degli alkali fissi è l’esempio più importante- potevano nonostante tutto essere ottenuti con operazioni spagyriche e con lavori più lunghi, impiegando i componenti stessi della pianta. Dopo aver fatto questa anticipazione di certi aspetti tecnici – esemplificativa per chiarire sin da subito le differenze specifiche tra la spagyria e la moderna chimica profana, ma anche fra la spagyria e l’Alchimia – entriamo nello specifico illustrando i tipi di preparazioni che la farmacopoiesi spagyrica ha elaborato e le operazioni con cui ottenerle, e le frazioni di cui sono composte.


                                                                        I TRE PRINCIPI

  • Il Solfo. Questo principio si manifesta nel Regno Vegetale nella frazione più volatile dei principi attivi della pianta, gli aromi, i profumi, che danno luogo all’olio essenziale. Esso è l’elemento più alto e nobile, ciò che definisce l’Individualità della pianta, non a caso è rimasta infatti anche nell’erboristeria comune il termine “olio essenziale”, perché individua l’essenza di un certo Ente naturale, in  questo caso un Individuo vegetale. Il Solfo rappresenta il principio più spirituale, il veicolo più alto e “rarefatto”,  l’Invisibile:  non a caso esso risuona nel profumo, percepibile ad un senso differente da quello della vista. Esso corrisponde anche all’elemento Fuoco.
  • Il Mercurio. Indica le componenti liquide della pianta, soprattutto la linfa, ma anche nell’alcol che si forma per fermentazione dagli amidi e dalle cellulose della pianta. Esso è il veicolo dei principi attivi (in gran parte riferibili al Principio Solfo), è anche il veicolo della “memoria energetica” della pianta, il mediatore che accumula le informazioni e le vibrazioni provenienti dal Solfo (secondo l’idea oggi nota come “memoria dell’acqua). A questo principio è riferibile in genere la componente idroalcolica del preparato corrispondente agli elementi Aria (l’alcol) e Acqua (l’acqua).
  • Il Sale. Ottenuto dalla calcinazione della pianta – a differenti temperature a seconda che non si vogliano o meno perdere frazioni volatili del sale stesso – esso è composto da un sale inorganico che per la chimica non è altro che carbonato di potassio  (K2CO3) e, in misura assai minore, pochi altri sali inorganici. Questo è il sale fisso, solubile in acqua, ma non in grado di sublimare a basse temperature. Il Sale rappresenta il principio Corpo, la materia, ma è anche la sintesi degli altri due principi; inoltre il Sale incarna l’Intelligenza vegetale (Sale = Sapienza).  Anche per questo il Sale  è indispensabile a che un preparato sia davvero spagyrico. L’aggiunta del sale è indispensabile per “rivestire” una tintura: esso conferisce, oltre che maggiore stabilità al preparato, delle caratteristiche energetiche e vibrazionali insostituibili. Esso fa da “magnete” infatti per i principi sottili incarnati nel Solfo e nel Mercurio. Per esaltare al massimo grado quest’azione serve però che esso abbia raggiunto la stessa volatilità degli altri due principi ( = spiritualizzazione del “Corpo”) così da costituire con essi un’entità unica. Si vedrà così che lo spagyrista tende a rendere volatile il fisso e fisso ciò che è volatile, e questo è il vero nesso che collega la Spagyria alla tradizione alchemica.  Aggiungiamo che la scienza attuale non riconosce nessuna differenza d’azione a sali provenienti da piante differenti. Tuttavia la Spagyria riconosce differenti proprietà terapeutiche ai diversi sali, malgrado la formula chimica possa essere la stessa (quella del carbonato di potassio) segno che certe informazioni non sono contenute a livello fisico.

Aggiungiamo che in ognuno di questi principi sono riscontrabili ulteriormente un Solfo, un Mercurio, e un Sale, così avremo un Solfo del Sale, un Mercurio del Sale, un Sale del Sale, un Solfo del Mercurio etc.


                                                                                   LE PREPARAZIONI

  1.   –  GLI ELIXIR. I733829_713841748628987_736278082_nn questi preparati il Mercurio deriva direttamente dalla pianta stessa per fermentazione (a volte certi autori antichi la indicano come putrefazione, termine che, come spesso accade in contesti alchemici, assume molti significati differenti). La fermentazione deve avvenire ponendo la pianta fresca in acqua di fonte (viva) in presenza di lieviti naturali, in condizioni d’ombra e senza sbalzi di temperatura. Questa, come ogni lavorazione deve sempre cominciare in luna crescente e favorevole (se la Luna è in Capricorno ad esempio è in esilio). Il ciclo di fermentazione deve durare di regola per una lunazione intera. Terminata la fermentazione si filtra il liquido ottenuto per ottenere una miscela idroalcolica; quest’ultima verrà sottoposta a distillazione così da avere un alcol più concentrato. La distillazione va compiuta a temperatura dolce, in genere è sufficiente arrivare ad un alcol a 50°. Il Mercurio che si avrà sarà dunque una miscela di alcol e di una frazione non trascurabile di acqua “informata” dalla pianta. Come si vedrà la differenza di fondo rispetto alla Tintura è proprio che negli Elixir il “mercurio”, impiegato per estrarre lo Spirito e l’Anima vegetale, è quello derivato dalla pianta stessa. Ora si metterà a macerare altra pianta fresca in questo “mercurio” lasciando raggiungere il tutto dai raggi solari, sino a che tutto il materiale solido non sia stato digerito (rimane solamente lo scheletro della foglia, ad esempio); questa operazione dura in genere un’intera stagione. Alla fine, la componente solida rimanente viene torchiata, asciugata e calcinata per estrarre dalle ceneri i sali solubili. Questi verranno uniti all’estratto liquido per la circolazione finale (su cui torneremo alla fine).
  2.  –  LE TINTURE .    In questo caso il Mercurio (solvente) utilizzato per l’estrazione del Mercurio e del Solfo vegetale non deriva dalla pianta stessa ma da un altro solvente, un solvente universale (sia pure limitatamente al Regno vegetale). Dunque questo alkaest è vegetale è lo Spiritus vini rettificato. Si tratta di un distillato di vino, di altissima gradazione ottenuto solo con mezzi naturali e con accorta distillazione. Il termine acquavite deriva proprio dalla tradizione alchemica. La gradazione alcolica dello Spiritus vini se magistralmente preparato deve arrivare a circa 96° per successive distillazioni. 1505544_713841978628964_287444092_nInoltre la rettifica prevede di aggiungere il “suo” sale, cioè di nuovo il Sale fisso di Tartaro; questa mineralizzazione è necessaria a togliere la memoria residua all’acquavite proveniente dal vino a renderla un perfetto “solvente universale” in grado di ricevere ed estrarre in modo assoluto i Principi (l’insieme di Solfo e Mercurio), cioè  l’ “anima tingens” della pianta di cui si vuole fare la tinctura. Rispetto ad un’acquavite industriale, sebbene di identica formula chimica e composizione percentuale, queste preparazioni spagyriche portano ad uno spiritus vini davvero “vivo”. Le caratteristiche organolettiche sono infatti inconfondibili: hanno un sapore e un odore dolce e gradevolissimo che nessuna preparazione “morta” cioè industriale riesce a riprodurre; inoltre sebbene si tratti un alcol ad altissima gradazione esso non brucia in bocca! Esso ha proprietà energetiche notevoli (che un soggetto sensibile può riconoscere) e già di per se possiede proprietà curative. Pende un grande mistero della Natura sul perché si usi proprio il vino per preparare un tale mercurio universale ; ci limiteremo a far osservare che forse non è un caso se il sacerdote nella Messa usi appunto proprio il vino e che esso è stato spesso usato in numerosi riti religiosi della Tradizione mediterranea a cui le stesse origini dell’Alchimia sembra potersi collegare.  L’uso di questo “mercurio” implica un potere estrattivo differente rispetto a quello del “mercurio” che si vede in azione negli Elixir: in questi si ha un’azione assolutamente organica e armoniosa come in ogni opera spagyrica e certamente l’uso del “mercurio” proprio della piante stessa rafforza questa armonia nel ricostituire l’Ente originario, ma nella Tintura trova impiego in questo ruolo una Spirito universale (vegetale) che conferisce un potere estrattivo massimo rispetto ai principi sottili della pianta. E’ quindi naturale aspettarsi da un preparato sotto forma di tintura un’azione energetica o psichica notevolmente più forte, laddove l’elixir avrebbe un’azione più moderata.Ovviamente anche nelle tinture si completa il tutto con l’aggiunta dei sali della pianta calcinata e la circolazione.
  3.  – LE QUINTESSENZE . Si tratta della preparazione spagyrica per eccellenza, e soprattutto la più “completa” in quanto estrae, purifica e lavora separatamente tutti e tre i Principi. Per estrarre il Solfo (gli oli essenziali) dobbiamo partire anzitutto da una pianta essenzifera, che produca questa componente in quantità sensibile, condizione indispensabile per questo tipo di preparazione. L’estrazione egli oli può avvenire in vari modi. Laddove non si può eseguire spremitura a freddo, allora si dovrà procedere a distillare in corrente di vapore partendo dalla droga vegetale, usando acqua di fonte. Il risultato sarà allora quello di ottenere così l’olio essenziale ed un residuo di idrolato, un’acqua aromatica (il “Mercurio del Solfo”). Ciò che resta del residuo solido della pianta verrà poi messo a fermentare così da dare un vino vegetale (come sopra si è detto) che generalmente avrà bassa gradazione alcolica, ed esso sarà il nostro Mercurio. E’ necessario che esso venga portato per distillazione a 96°, perdendo l’acqua (queste successive distillazioni corrispondono ad altrettante purificazioni anche in senso “energetico”). L’acqua che residua dalla distillazione del Mercurio è detta Flegma.  Vi è anche un’altra strada per estrarre il Solfo ed è quella indicata da Von Bernus: si tratta di far macerare la pianta in un alcol a basso tenore (sui 5°) per ‘aprire’ il vegetale, magari tramite aggiunta di poco aceto, ma senza far fermentare – Von Bernus sconsiglia la fermentazione spagyrica perché essa fa perdere molti principi attivi, riservandola unicamente a piante velenose come il Conium (cicuta),o la Nux Vomica (stricnina). Il Mercurio, in questo secondo metodo, viene estratto per lenta distillazione, lasciando sul fondo un residuo della consistenza del miele, che sono gli oli condensati (Solfo). Una volta separati Mercurio e Solfo, il residuo solido della pianta viene calcinato in coppella, alla temperatura necessaria dando per residuo delle ceneri. Queste saranno trattate per lisciviazione con il Flegma, di cui sopra, per separare il sale insolubile (la scoria terrosa detta “caput mortuum“) dal sale solubile fisso, in genere di colore bianco o con tenui sfumature legate alla presenza di alcuni elementi. Questo è il Sale Fisso che dovrà essere reso volatile per dare una vera Quintessenza. Crediamo di non svelare nessun segreto accennando che una delle chiavi per ottenere la volatilizzazione degli alkali fissi sta proprio nel Solfo con cui si dovrà animare questi sali, prima di condurli a “circolare” per successive coobazioni con il loro Mercurio. Il risultato finale sarà infatti un preparato totalmente anidro e totalmente volatile. Anidro in quanto il sale (carbonato di potassio) che è igroscopico adsorbe, cattura la percentuale di acqua presente nell’azeotropo, cioè nell’alcol che è stato portato a 96°. Si giunge così, ricongiungendo le diverse frazioni, nella Congiunzione, a creare una reale Quintessenza per via dell’intima connessione fra i quattro elementi che compongono l’Ente originario: Fuoco (l’olio essenziale), Aria (l’alcol), Acqua (il Flegma della distillazione), Terra (il Sale). I quattro intimamente riconnessi ricostituiscono l’unità originaria, la Quintessenza in senso aristotelico, ma dopo che ogni singola parte è stata purificata e perfezionata. L’Individuo vegetale è stato così rigenerato e perfezionato.

L’ultima tappa del processo – comune ad ogni preparazione spagyrica, è dunque infatti la Circolazione: rota-02 Una volta ricongiunte tutte le componenti vengono poste e chiuse ermeticamente in pallone ad espansione (o ‘testa di moro’), sottoposti ad una temperatura costante detta di “ventre di cavallo” (a questo alludono i testi alchemici quando parlano di “sterco di cavallo”) o di “chioccia”. La temperatura è di 40° gradi e questo processo durerà per un mese filosofico ( canonicamente 40 giorni) o quanto l’artista spagyrico valuterà necessario. Nel recipiente per effetto del calore i liquidi si espanderanno, evaporeranno e ricondenseranno precipitando. Questo solve et coagula riproduce il moto ciclico delle meteore atmosferiche (il ciclo dell’acqua della scienza moderna), tutto ciò che avviene nel recipiente spagyrico infatti non è altro che la vita di un microcosmo che segue l’ordine analogico del macrocosmo. In questo continuo rarefarsi e ricondensarsi della materia, le interazioni elettrostatiche (legami idrogeno e  di Van der Waals) tra le molecole del liquido si rompono e si ricompongono ciclicamente, in continuo: questo continuo riconfigurarsi delle interazioni intermolecolari corrisponde a ciò che la preparazione omeopatica fa con la succussione del solvente. Si tratta dunque di una effettiva e indispensabile dinamizzazione. Akhenaten-aten-2Vi è un ulteriore fattore: durante tutto questo periodo il recipiente di vetro trasparente viene esposto ai raggi dei luminari: la Luna (mediatrice di tutte le influenze cosmiche) e il Sole, che attivano questo ‘microcosmo’ dall’esterno. Questo tipo di “dinamizzazione” per solarizzazione è una tecnica che è stata poi utilizzata anche dal dott. Bach nel preparare molti suoi rimedi floreali. Questo è il modo per rendere al massimo grado la capacita energetiche di un Individuo vegetale. Scrive Von Bernus: “Gli Iatrochimici ottenevano una vera Quinta Essentia che possedeva un enorme potere terapeutico, non paragonabile a quello delle odierne tinture, omeopatiche e allopatiche”.  Anche rispetto all’omeopatia vi è una notevole differenza: le estrazioni “parziali” sono, dal punto di vista spagyrico, potenzialmente poco sicure perché non esprimono tutta l’Intelligenza  della pianta, ad esempio i dinamismi sottili dei principi volatili (Solfo e Mercurio) non hanno un’intelligenza salina a bilanciarli. La tintura madre da cui si preparano le diluizioni omeopatiche ad esempio sono espressione solo dello “Spirito mercuriale“. Si sa che l’omeopatia sfrutta volutamente questi aspetti “squilibrati”, diluendo la tossicità ponderale che sarebbe spesso fatale, per costringere la forza vitale a reagire ad uno stimolo patologico estremante sottilizzato per attivare le sue capacità reattive latenti, in questo agendo in modo appunto omeo-patico, di contro alla spagyria che agisce invece in modo omeo-fisiologico, potenziando le capacità vitali in modo diretto. Maggiormente, rifacendosi alla sapienza naturale degli spagyristi si può leggere, negli oli essenziali normalmente impiegati in aromaterapia, un Solfo non purificato né rettificato (almeno a livello sottile, mentre a livello fisico è possibile un buon grado di purezza) ed inoltre non bilanciato dagli altri due Principi. Questo fa intuire che l’aromaterapia ordinaria comporta una certa dose di “problematicità” in effetti a noi nota, ma che la tradizionale Sapienza spagyrica, ben più antica, saprebbe ben spiegare.

Vi sono poi delle tinture metalliche a cui ho accennato sopra, così come nel mio articolo sulla Iatrochimica. La medicina spagyrica prevedeva infatti di operare non solo sul vegetale ma anche sul Regno animale (ad esempio le corna di cervo) e sul Minerale. A questo settore afferivano le Tinture di minerali e coralli (molto importanti questi ultimi per la cura di disturbi neurologici e psichiatrici). Non si trattava ovviamente di aggredire i metalli per ottenere la solubilizzazione con reagenti altamente corrosivi o aggressivi (le varie acque forti o acqua regia, pur scoperte dagli Alchimisti) per poi allontanare il solvente con etere e avere una dispersione colloidale del metallo. Questi sono meri artifici chimici che nulla hanno a che vedere con la vera Arte. Infatti i minerali di miniera nativi, se aggrediti con questi mezzi violenti e non naturali diventano morti, e nulla hanno da offrire in termini di reale Tintura (intesa come estrazione dell’ anima tingens). Per ottenere una tintura metallica occorre partire da un minerale del metallo estratto dalla terra, sgangato e reso in polvere fine, ma è solo attraverso l’alkaest che questa può davvero “putrefare”, dando poi luogo ad una massa resinosa detta “vetro” da cui per varie e spesso lunghe distillazioni di possono estrarre i tre principi del minerale. Non di tratta di sciogliere il metallo con qualche artificio chimico ma di “aprirlo” e con successive e spesso lunghe distillazioni, estrarne l’anima tingens, decolorando effettivamente un metallo anche nobile, ad esempio l’oro per la Tintura aurea di Paracelso. Tuttavia quasi nessuno di questi risultati si può raggiungere senza aver ottenuto lo Spiritus Vini philosophici o Alkaest, e pertanto la Spagyria minerale, pur essendo altra cosa dall’Alchimia, sfuma in essa. Gli Iatrochimici del  passato e coloro che oggi vogliono ottenere medicamenti dal minerale devono necessariamente muovere dei passi sul sentiero alchemico. Il Regno minerale ha una profondità, come sa chi studia omeopatia, che né l’animale né il vegetale raggiungono.

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