I Campi Morfici. Una scienza nuova

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1La fine della Scienza

Secondo alcuni la scienza sarebbe arrivata ad un capolinea. Essa semplicemente ha scoperto tutto ciò che poteva scoprire in termini di grandi leggi e  probabilmente non vi saranno più né “rivoluzioni scientifiche” né più grandi scoperte, ma solo dettagli e acquisizioni settoriali (cfr. J.Horgan, La fine della scienza, Adelphi). In effetti da più di mezzo secolo, ad esempio nel campo della chimica, non si scoprono nuove leggi. La chimica è una scienza “stabilizzata”:  i modelli quantistici degli atomi,degli orbitali molecolari e il legame chimico fra gli elementi sono stati compresi in maniera praticamente esaustiva. Anche se l’equazione di Schrödinger è ben poco “gestibile” per atomi più complessi di quelli dell’idrogeno e i modelli quantistici hanno ben poche possibilità di prevedere l’esito delle reazioni organiche complesse, questo sembra più un limite dei nostri strumenti matematici e del numero di variabili che non di eventuali leggi ancora non scoperte. Tutti i processi chimico-fisici riproducibili sono stati osservati e spiegati. Ma non solo: anche la probabilità di incontrare fatti in grado di smentire le attuali teorie sta divenendo sempre più bassa (in particolare per le scuole epistemologiche che si ispirano alla statistica bayesiana).

Sostanzialmente possiamo affermare che il mondo della nostra esperienza macroscopica è perfettamente spiegato in termini di chimica-fisica e di meccanica (sia classica che quantistica). Tutti i processi meccanici, chimici, ottici, termodinamici, fanno capo a quattro forze fondamentali:

  • la forza gravitazionale
  • la forza elettromagnetica
  • la forza nucleare forte
  • la forza nucleare debole

I processi su cui la scienza si è concentrata e che ha ritenuto di dover classificare come “fenomeni” sostanzialmente sono ormai tutti spiegati con queste quattro leggi e non si vede come (o perché) se ne potrebbero immaginare delle altre, dato che queste forze e gli enti oggi noti (particelle e onde) sono sufficienti a costruire e descrivere tutte le leggi fisiche, dalle più complesse alle più elementari. Si può dire che almeno il mondo dell’esperienza macroscopica è stato perfettamente mappato dalla scienza.  Forse possono rimanere dei punti aperti a livello di fisica delle particelle subatomiche però, se è vero che la fisica non è arrivata alla teoria unificata del campo e per quanto riguarda la fisica teorica restano ancora dei punti irrisolti e misteri sulla “materia oscura”, d’altra parte si può dire che attualmente il Modello Standard delle particelle elementari ha retto tutte le prove ed è rimasto sostanzialmente valido.

Traendo le conclusioni insomma è più probabile che la fisica vada più “a fondo”, unificando le quattro forze fondamentali, che non in “larghezza”, aumentando cioè la gamma dei processi fisici conosciuti e delle forze atte a spiegarli. In teoria, il nuovo eventuale modello teorico sul “campo unificato” dovrebbe poter portare a prevedere nuovi fatti (almeno l’epistemologia questo si aspetterebbe da una nuova teoria per ritenerla “progressiva”), tuttavia potrebbe benissimo accadere che una eventuale nuova teoria unificatrice in fisica si possa risolvere unicamente in un elegante e poco utile modello teorico, atto a spiegare meglio i rapporti fra le forze note, ma dotato di scarso valore euristico e predittivo,  e possa rivelarsi poco di meglio di una poco gloriosa ipotesi ad hoc.

Rimane in fondo il sospetto che abbiamo più o meno scoperto tutto quello che c’era da scoprire, soprattutto in relazione all’esperienza del mondo macroscopico. Del resto, una volta scoperta l’America non si può scoprirla di nuovo! Il mondo dell’esperienza umana non è infinito, e fintanto che si estende in un’unica dimensione, incontrerà solo un numero finito di famiglie di enti (limite ontologico all’esperienza possibile).

Possiamo anche vederla così: le attuali leggi scientifiche sembrano effettivamente poggiare su un qualcosa di “trascendentale” (nel senso kantiano) e sono così radicate nella struttura dei processi cognitivi dell’umanità attuale che sembrerebbe un puro delirio immaginare che possano solo essere formulate diversamente: abbiamo solo questo tipo di matematica e queste strutture di pensiero, così come – a titolo di metafora- possiamo osservare solo una determinata porzione dello spettro. Non c’è da stupirsi allora se, date queste premesse e i postulati su cui poggiano i nostri processi di pensiero sul mondo naturale, abbiamo esaurito o quasi ciò che si poteva scoprire.

 


 

2. Gli spazi lasciati vuoti

Malgrado quanto si è esposto, vi sono delle “anomalie”, dei fenomeni (del tutto naturali e ben conosciuti) che non sono spiegabili né sarebbero immaginabili o prevedibili sulla base delle attuali leggi e modelli scientifici. Perché dunque dico che non potrebbero essere spiegati da nuove leggi fisiche? Mi starei apparentemente contraddicendo, rispetto a ciò che ho sostenuto poco fa?

In realtà certi fenomeni naturali non solo non sono spiegabili nei termini delle leggi e degli oggetti che le scienze fisiche e naturali hanno appurato esistere, ma addirittura non dovrebbero neppure sussistere, pur trattandosi di processi banalmente osservabili, anzi ben noti a tutti, e forse proprio questa loro ovvietà ha fatto sì che non fossero percepiti come potenziali minacce alla stabilità della Weltanschauung fornita dalle scienze attuali. E ci sono fondate ragioni per ritenere che, finché la Scienza continuerà a basarsi sugli stessi postulati e sugli stessi processi epistemici, tali fatti continueranno a costituire dei “vuoti normativi” rispetto al dominio delle cosiddette leggi naturali, sebbene si tratti – lo ripetiamo-  di fatti non paranormali ma anzi ben noti a tutti e facilmente osservabili.

Esaminiamone alcuni, un elenco non esaustivo ma sufficiente a indicare in che direzione guardare:

1 – Il preteso effetto di capillarità con cui si pretende di spiegare la risalita della linfa nelle piante, che notoriamente non possiedono sistemi di pompaggio. Sfortunatamente le spiegazioni addotte sono tutte inconsistenti. Si pretende che la causa della risalita sia un insieme di fattori quali la capillarità, l’osmosi, la pressione radicale e la traspirazione. tall-forest-landscape-wallpaper-1024x768Già il fatto che i testi di biologia vegetale facciano questi elenchi più o meno lunghi di meccanismi coinvolti indica che un preciso computo del bilancio delle forze meccaniche e della massa di linfa spostata non è mai stato fatto: si tratta infatti di una supposizione fatta tirando in ballo tutti i processi apparentemente coinvolti. Il problema è che la capillarità, che spiega la risalita di un liquido in piccolo tubo per effetto della tensione di superficie del liquido, è inversamente proporzionale al raggio del capillare. Forse in una piccola pianta erbacea la capillarità può spiegare in parte la risalita, ma ciò non può valere per gli alberi a medio fusto, figuriamoci per un’altissima sequoia; in questo caso infatti per poter sfruttare la capillarità i vasi linfatici dovrebbero avere un raggio che tenderebbe allo zero! La seconda spiegazione che dovrebbe sommarsi alla prima sarebbe la pressione negativa indotta dalla traspirazione: anche qui purtroppo manca un presupposto essenziale alla creazione di una vera pressione negativa, cioè il sottovuoto. Poiché la traspirazione avviene dai pori delle foglie, ma questi sono beanti (in comunicazione permanente con l’esterno), nessun gradiente di pressione può mantenersi nei capillari, perché la pressione in essi andrebbe rapidamente in equilibrio con l’atmosfera esterna (cosa che si osserva se si buca la fusoliera di un aereo o la pleura del polmone). Se anche si ipotizzasse che la traspirazione di nuova linfa compensasse la caduta di pressione creando una sorta di “equilibrio dinamico”, anche questa ipotesi cadrebbe osservando che di notte la traspirazione si riduce di molto, e basterebbe questo a spostare l’equilibrio dinamico riportando la pressione nei vasi, di nuovo, in equilibrio con l’esterno. Purtroppo l’unico modo per ottenere pressioni negative stabili nel tempo è, proprio per una legge fisica, quello di applicare un vuoto in un sistema chiuso, e le piante, termodinamicamente, non sono sistemi chiusi!

Le spiegazioni addotte cozzano in realtà proprio con le leggi fisiche. Inoltre non solo non sono mai stati fatti calcoli reali per verificare quanta forza occorrerebbe applicare per la risalita su alberi ad alto fusto ma, mi permetto di lanciare questa sfida: se si costruisse un modello artificiale che riproducesse i meccanismi di capillarità/osmosi/traspirazione per volumi, altezze e in condizioni identiche a quelle di un albero ad alto fusto, l’esisto sarebbe un fiasco, proprio per gli impossibilia ora enunciati. Il fenomeno della risalita della linfa può avvenire solo nelle piante e non in modelli meccanici, perché esso sfida ogni legge costruita su modelli meccanicistici. Solo un sistema vivente nel suo insieme, cioè un olos, può farlo; non così un sistema somma di parti meccaniche.

2– Le forme micro-macroscopiche che si ottengono con la cristallizzazione di soluzioni di sali organici o di acqua (congelamento) sono o sarebbero soggette unicamente a processi casuali secondo le leggi fisiche. Tuttavia c’è un’evidenza empirica che in questi processi casuali si inserisca un “fattore orientante” che allinea i risultati con, ad esempio un’informazione, di tutt’altra natura. E’ il caso degli esperimenti di Masaru Emoto con l’acqua, dove la regolarità e simmetricità delle forme si correla alla qualità del “campo psichico” (informazioni, parole, emozioni) con cui l’acqua viene irradiata. Ma gli studi di Emoto, sebbene famosi, non sono gli unici. Le cristallizzazioni sensibili messe a punto da E. Pfeiffer (1899-1961) di liquidi organici in presenza di cloruro di rame e condizioni standardizzate, permettono ad un osservatore allenato di rintracciare la provenienza del liquido (animale o vegetale), il tessuto di provenienza o le condizioni in cui è stato  coltivato, mostrando quindi una significativa regolarità specifica.

Il fatto che fenomeni “casuali” si mostrino ancora una volta interrelati a informazioni di natura psichica ci spinge a richiamaci al concetto di Sincronicità, una nozione irrinunciabile per la “scienza di frontiera”, sia per l’importanza diretta che essa ha in molti campi di indagine, sia per le sue implicazioni,  ad esempio nella psicosomatica. Questo  concetto, introdotto da C.G.Jung insieme al fisico W.Pauli, è stato definito come una “correlazione a-casuale fra stati psichici ed eventi oggettivi”. Ciò fu possibile postulando un quarto termine, la Sincronicità appunto, rispetto alla terna di principi supposti dalla fisica: Spazio, Tempo e Causalità. Il principio di causalità correla eventi che si succedono nel tempo, la sincronicità correla eventi non dipendenti l’uno dall’altro, nello stesso tempo ma in spazi differenti. La sincronicità introduce una correlazione non basata sul principio lineare di causa-effetto, e permette di introdurre un ordine laddove il vuoto lasciato aperto dalla sola terna di principi fisici permette solo di vedere il puro “caso”. Punto essenziale, come vedremo, è che essa è in grado di correlare fatti oggettivi col dominio psichico (intenzioni, informazioni, emozioni, valori, e anche “coscienza”).

Rimane da concepire un veicolo, un supporto, su cui “gira il programma” della Sincronicità…Passiamo quindi a:

3– L’osservazione che i processi di acquisizione di forma (morfogenesi) negli organismi viventi non sono spiegabili su base genetica, almeno non direttamente né deterministicamente. image043Sebbene di molte specie viventi si sia arrivati a sequenziare completamente il genoma, non è stato mai possibile comprendere i processi di morfogenesi, cioè il meccanismo con cui un sistema vivente acquisisca la sua forma. Al massimo si conoscono geni che controllano, ad esempio, il numero degli arti in un animale, o il numero di lobi di una foglia. Ma in realtà non esistono “geni della forma”. Non esistono geni o gruppi di geni che dirigono lo sviluppo spaziale di un embrione, non esistono strutture genetiche che determinino la conformazione di un essere vivente nelle tre dimensioni.  In realtà il DNA contiene il codice di sequenza delle proteine, ma il problema è passare dalle proteine alla morfogenesi. Il genoma contiene le informazioni per la formazione delle proteine che costituiscono i mattoni e il cemento con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega in che modo questi elementi vengano a comporsi in particolari modelli e forme. Il progetto della costruzione -per continuare la metafora edilizia- non è un tipo di informazione contenuta dal genoma. Semplicemente il DNA non contiene quel tipo di informazioni: le uniche informazioni che contiene sono relative alla composizione delle proteine, ma nulla di più. E in realtà nessun meccanismo è stato ipotizzato per spiegare il modo in cui, date certe proteine, le cellule, i tessuti e soprattutto gli organi si organizzino nello spazio, eppure il modo in cui lo fanno è regolare, è stabile nel tempo fra le generazioni. Si deve dunque ammettere che esiste un tipo di informazione ereditaria non contenuta nel genoma.  Sicuramente il solo genoma contiene tutte le informazioni relative ai tipi di cellule che possono servire ad un organismo,  le informazioni in base a cui un tessuto può differenziarsi, ma non quelle necessarie a definire la forma di un organo.  Basterà osservare che le cellule di uno stesso tipo, in coltura, possono formare solo masse indifferenziate, al massimo organizzarsi per formare un abbozzo di tessuto. Dei miocardiociti in coltura – con tutti i fattori di crescita opportuni – possono dare una formazione che riproduce il tessuto del muscolo cardiaco, ma non potranno mai aggregarsi a formare un cuore (a prescindere dal fatto che un  organo comprende cellule di tipi differenti e differenti tessuti). Il motivo è essenzialmente che i tessuti sono perlopiù strutture amorfe (non sempre in realtà), mentre gli organi richiedono per la loro funzione una indispensabile conformazione spaziale che ne condiziona l’attività. Ora, nelle morfogenesi non è il genoma da solo a dirigere lo sviluppo e la differenziazione, perché le cellule del miocardio, se così fosse, conterrebbero tutta l’informazione sufficiente a ottenere un cuore, né da cellule staminali possiamo far sviluppare da solo un intero completo organismo! Questa semplice osservazione è sufficiente a comprendere che non è il genoma contenuto nella cellula a dirigere lo sviluppo e la morfogenesi: questa avviene infatti solo in presenza di un olos, di un’unità completa vivente. E’ infatti lo stesso organismo vivente (e non un certo numero incoerente di cellule) a dirigere il proprio sviluppo utilizzando i mattoni forniti dalle proteine, e indirettamente dall’RNA e dal DNA.

Serve necessariamente ipotizzare un campo informativo e ordinatore (di natura non genomica), a cui gli embrioni di una data specie accedono per attingere le informazioni relative alla forma, e ad anche – dato l’innegabile finalismo che dirige i processi viventi- una Intelligenza auto-organizzatrice della specie.

spiral-natureIn biologia ricorrono peraltro forme ad alto contenuto informazionale (bassissima entropia) quali gli sviluppi secondo la sequenza numerica di Fibonacci o la sezione aurea, oppure dei frattali. Di nuovo, nulla di tutto ciò trova spiegazione nel DNA, mentre è curioso che nessuno abbia ritenuto come un “fatto” da spiegare che quelle medesime strutture si trovino anche, ad esempio in cosmologia, nella conformazione delle galassie. Tuttavia qualora ci si ponesse in quest’ottica di cambiamento di paradigma si otterrebbe un modello interpretativo di enorme portata che permetterebbe di avvicinarci a comprendere perché nel mondo fisico, sia vivente che inorganico, ci siano forme “privilegiate” e delle strutture ricorrenti.

 


3. La nozione di campo morfico

 

Queste ed altre osservazioni devono indurci a considerare le teorie del biologo inglese R. Sheldrake, che ha introdotto i concetti di causalità formativa e di campo morfogenetico. Sheldrake ritiene che i sistemi siano regolati non solo dalle leggi conosciute dalla scienza, ma anche da “campi” (diversi dai campi della fisica) veicolatori di un tipo di causazione strutturale o formativa, secondo le sue parole:

“Quello di cui si occupa la mia teoria sono i sistemi naturali che si organizzano da soli, e riguarda la causa della forma. E la causa di tutte queste forme per me sono campi che organizzano, campi che definiscono, che io chiamo ‘campi morfogenetici’, dalla parola greca che significa forma”.

campo morfogenetico (1)Si tratta di un tipo di struttura sottile cioè non-fisica (o strumentalmente non rilevabile)  necessaria tuttavia a spiegare processi dei regni naturali, dai cristalli fino al comportamento di gruppi animali o a certe attività umane. E’ per certi versi una nozione che richiama a fondo il concetto di entelechia del pensiero aristotelico, e di causa formale. Tuttavia essa è stata rintrodotta come paradigma per una nuova scienza o meglio come modo per comprendere più a fondo molti processi naturali, che le leggi materialistico-meccanicistiche stentano a spiegare. Secondo la teoria di Sheldrake tutti i membri di una classe naturale accedono a un campo di in-formazioni, comuni alla propria specie, che ad esempio sono in grado di guidare lo sviluppo tridimensionale degli embrioni. Il modo in cui gli individui di una specie attingono a questa “riserva” di informazioni è detto risonanza morfica. Non si tratta però di realtà separate o trascendenti (come ad esempio le Idee Platoniche, extratemporali e immutabili), perciò vanno pensati piuttosto  secondo la nozione aristotelica di entelechia: il campo di informazioni è “inerente” a tutti i membri di una specie. In secondo luogo esso non è immutabile: esso anzi si modifica in relazione alle esperienze dei membri di una specie, trasferendo determinate informazioni adattative a tutta la specie. Si tratta dunque di un rapporto biunivoco tra i membri della specie e il campo morfico di essa, concepito come realtà dinamica.

In etologia animale sono stati osservati comportamenti spiegabili solo in termini di risonanza morfica. Ad esempio il comportamento delle scimmie Macaca fuscata, presenti su molte isole del Giappone, in cui fu registrato negli anni ’50 il famoso “fenomeno della centesima scimmia“. Sull’isola di Koshima una femmina chiamata Imo fu notata ripulire dalla sabbia, usando l’acqua del mare, delle patate che gli scienziati lanciavano a queste scimmie per scopi di osservazione. Tale comportamento si diffuse rapidamente fra le altre scimmie per normale apprendimento imitativo. La cosa sorprendente fu osservare che, una volta raggiunta una certa “soglia critica” di scimmie che avevano appreso quell’informazione, il nuovo comportamento si diffuse contemporaneamente a tutte le scimmie della specie comprese quelle separate da limiti geografici invalicabili, come quelle presenti su altre isole. Era entrato nel campo morfico della specie. In seguito, osservazioni di questo tipo divennero piuttosto frequenti per gli etologi in relazione a varie specie animali, ad esempio le cinciarelle che appresero a togliere la lamina di alluminio dalle bottiglie di latte. In questo caso non solo tale comportamento si diffuse rapidamente dall’Inghilterra ad altri paesi del continente, pur essendo le cinciarelle dei voltatili stanziali, ma tornò ad essere praticato dopo che la distribuzione delle bottiglie, sospesa durante la Secondo Guerra Mondiale, riprese; in tale periodo dovevano essere spariti tutti gli individui della generazione che aveva appreso quel comportamento. Tuttavia esso tornò ad essere appreso più rapidamente della prima volta!

Si può inoltre far notare come persino le nuove molecole modifichino la loro capacità di cristallizzare. A noi sembrerebbe normale pensare che una molecola organica o inorganica cristallizzi sempre in base alle sole leggi della chimica e della fisica, e che queste siano immutabili. Questo può valere per il cloruro di sodio o altri minerali che esistono da milioni di anni. Ma per quanto riguarda i nuovi composti di sintesi l’esperienza e la dimestichezza con il laboratorio indicano una realtà sorprendentemente differente! La glicerina ad esempio fu scoperta da Schieele nel 1779 e fu sempre un composto liquido, nessuno riusciva a farla cristallizzare. Nei primi anni del XIX secolo, quando essa era ormai impiegata da diversi decenni per la produzione di esplosivo, avvenne che un barile di glicerina cominciò a formare cristalli nel trasporto da Londra a Vienna. Da quel momento in tutti i laboratori, contro l’evidenza che la glicerina non potesse cristallizzare, questa sostanza al contrario incominciava a presentarsi sotto forma di cristallo, sempre più facilmente, via via che questo fenomeno si ripresentava. Oggi non sorprende più che la glicerina cristallizzi e il suo punto di cristallizzazione è a 17°C. Ugualmente possiamo dire del trealosio (un disaccaride) che per decenni rimase liquido e solo nel 1920 cominciò a formare cristalli; attualmente esso si presenta in forma cristallina già a temperatura ambiente.

E’ un’evidenza che tutti i chimici che ottengono un nuovo composto incontrino una certa difficoltà il più delle volte a farlo cristallizzare, processo che avviene spesso lentamente e con basse rese, le prime volte. Solo nel tempo il processo comincia ad avvenire. Ci sono composti che non cristallizzano per anni, poi questo fenomeno comincia a verificarsi ovunque, con la stessa facilità, in tutti i laboratori al mondo. Addirittura è molto curioso il caso dello xylitolo, dolcificante per chewing gum, sintetizzato nel 1891: non cristallizzò mai fino al 1942. Da quell’anno cominciò a comparire  un cristallo con punto di fusione a 61°C; in seguito ad alcuni anni comparve una seconda forma cristallina con punto di fusione a 94°C. Poco dopo, la prima forma cristallina scomparve definitivamente. Il modo in cui emergono polimorfi cristallini mostra che la chimica non è “senza tempo, essa invece è storicizzata ed evoluzionistica, come la biologia” (R. Sheldrake, Science set free, 2012,Crown Publishing Group, pag. 103).
Le stesso limite deterministico che contrapponeva il mondo inorganico o minerale a quello biologico sembra, da questa prospettiva, destinato ad assottigliarsi indefinitamente.

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Diagramma che mostra l’influenza dei sistemi passati sui sistemi simili successivi per “risonanza morfica”.

Tutti questi esempi di osservazione – compresi quelli tratti dall’etologia animale – supportano una definizione di campo morfico in grado di fornire un “veicolo” alla nozione di sinconicità junghiana e pauliana perché in effetti il campo morfico mette in connessione sia lo sviluppo fisico che comportamentale, sia i fatti oggettivi che fattori di tipo psichico e informazionale. Si noterà inoltre come la nozione di campo morfico di una specie, che correla al presente le esperienze passate dell’evoluzione, sia anche in  stretto rapporto con la nozione junghiana di “inconscio collettivo”. I campi morfici sono teorizzati come integrabili gli uni negli altri, in ordine gerarchico, come l’inconscio collettivo secondo  M.L. von Franz.

 


4.  Implicazioni ed applicazioni

Non esiste branca delle leggi naturali che non avrebbe una fonte esplicativa ulteriore nei campi morfogenetici. Pensiamo a ciò che concerne la struttura tridimensionale delle proteine, da cui dipende il loro funzionamento. Quando emersero per la prima volta, le molecole di proteine avrebbero potuto ordinarsi in un numero qualsiasi di modelli strutturali: sulla base delle leggi conosciute in realtà non sappiamo prevedere nessuna di queste forme (struttura terziaria), come già Sheldrake ha rilevato.

Espongo una mia osservazione per esplicare questa posizione.  Attualmente la biochimica sostiene che le strutture terziarie delle molecole e i loro conformeri (o rotameri) dipendano dalle leggi della termodinamica: sarebbe cioè favorita la conformazione termodinamicamente più stabile. Tuttavia questo è semplicemente un dogma (effettivamente chiamato “dogma di Anfinsen“), anche perché dovremmo modellizzare tutte le interazioni elettriche e il potenziale energetico di ogni conformero per verificare quale sia quello effettivamente il potenziale energetico più basso! Semplicemente in linea teorica si ritiene ragionevole presupporre  che le proteine passino la maggior parte del tempo nel conformero termodinamicamente più stabile, tuttavia non ci sono prove che la proteine che esce assemblata dalle chaperonine (o HSP, macrostrutture che fungono da zona di assemblaggio delle molecole proteiche) siano effettivamente nel conformero termodinamicamente favorevole. L’acceso allo stato termodinamicamente favorevole a volte viene dirottato in favore di un’altra struttura favorita da un punto di vista cinetico. E’ possibile anche che delle molecole restino in una conformazione termodinamicamente non favorevole, per tempi indefinitamente lunghi in un modo detto metastabile, ad esempio se certe variazioni termiche o del potenziale elettrostatico non si modificano (cosa perfettamente possibile in un sistema vivente che tende per definizione all’omeostasi). Dunque non è affatto certo che le molecole uscite dall’assemblaggio siano nel conformero termodinamicamente più stabile. Tutto ciò senza tener conto del Paradosso di Levinthal per il quale, dato l’alto numero di gradi di libertà dello scheletro di una proteina nativa, se questa dovesse passare attraverso tutti i rotameri possibili, anche solo impiegando dei picosecondi (10-12 s) impiegherebbe un tempo superiore all’età attuale stimata dell’Universo! Nella realtà una proteina esce ripiegata dall’HSP dopo tempi di poche decine di secondi. E qui sorge il vero problema: il solo effetto sterico e la qualità idrofilica/idrofobica (meccanismi assi poco specifici) delle HSP  come fa a spiegare il folding specifico  (la struttura secondaria e terziaria) di un numero estremamente elevato di molecole proteiche prodotte dalla cellula,  folding che deve essere altamente specifico.

Quale memoria possiede la HSP per processare in tempi così brevi proteine così diverse senza ricorrere a processi enzimatici specifici? Come fa un così basso numero di HSP (se ne contano all’incirca sei famiglie) utilizzando solo strutture non specifiche a selezionare il conformero e il folding specifico di un numero enormemente alto (centinaia di  migliaia) di differenti proteine?

Nessun ordinario modello può davvero dare una risposta a questa anomalia, senza introdurre un nuovo fattore. Non saremo mai in grado di spiegarlo per via termodinamica o biologico-molecolare semplicemente perché ciò è impossibile: semplicemente perché contro le leggi della probabilità! Questo è l’esempio di quanto a volte, arrivati ad un punto morto, un nuovo paradigma sia necessario per procedere oltre. Si noterà che ad esempio questo è un caso tipico di applicazione di memoria morfica (sia in relazione alla struttura delle proteine sia alla loro interazione con le HSP).

Un altro interessante fronte è quello noto come “genetica ondulatoria”, il programma di ricerca che fa capo a P. Garjajev e collaboratori, che ovviamente incontra l’ostracismo del resto del mondo accademico. Secondo il biologo molecolare russo, il DNA è un serbatoio di informazioni molto superiore a quello finora preso in esame dalla genetica, e consistente in codici per proteine; la genetica ondulatoria stabilisce il primato dell’attività energetico-informazionale, piuttosto che quella biochimica.  DNA Il DNA viene visto come un’antenna capace di trasmettere codici di informazione di natura soprattutto elettromagnetica, confortati in ciò dagli esperimenti di Popp che provano come questa molecola sia in grado di rilasciare fotoni coerenti. Il 98% di DNA attualmente definito “spazzatura” sarebbe, secondo Garjajev, coinvolto in questo tipo di funzioni comunicative. In un esperimento pubblicato nel 1992, Garjajev e Poponin hanno mostrato come esponendo ad un laser un campione di DNA, i segnali di scattering indotti da questa molecola rimanevano stabili per un certo tempo anche in assenza di DNA, come se un “doppio” della molecola campione restasse ad influenzare il comportamento dei fotoni. Ciò in realtà sorprende molto, perché mostra un tipo di fenomeno di natura quantistica normalmente non prevedibile per ordini di grandezza superiori a quelli delle particelle subatomiche! Anche il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e il fisico italiano E. Del Giudice hanno mostrato in studi successivi al 2008 come sequenze di DNA batterico rilascino segnali elettromagnetici a bassa frequenza in grado di influenzare stabilmente l’ambiente acquoso inducendo la formazione di nanostrutture. Sorprendentemente queste nanostrutture erano in grado di ricreare la sequenza di DNA che le aveva “informate” attraverso l’attivazione di una DNA-polimerasi, pur in assenza della molecola fisica del DNA (fatto del tutto inesplicabile sulla base della teoria biochimica attuale). Del Giudice ha ipotizzato processi di fisica quantistica per cercare di spiegare il fenomeno.  Anche i ricercatori russi come Popoin sono stati indotti a supporre delle “strutture quantistiche del vuoto” per spiegare il fenomeno. In questi casi, almeno, si tratterebbe di un nuovo campo sia pur ipotetico di natura fisica (ammesso che di questo si tratti!). Ma ecco che gli aspetti di iper-comunicazione e di risonanza morfica ricompaiono nel momento in cui consideriamo gli studi di Glenn Rein su come i processi “coscienti” possono dirigere e influenzare alcuni parametri fisici e biochimici del DNA (velocità di sintesi, riparazione, conformazione dell’elica).

Altri esperimenti di Garjajev hanno mostrato come segnali ondulatori di luce coerente proveniente da DNA sano potevano indurre riparazioni su DNA danneggiato da raggi X, in cellule in coltura. Quale “substrato” è in grado di tradurre questi segnali biofisici in processi biologico-molecolari di riparazione? e quale tipo di interazione può spiegare gli effetti del pensiero cosciente sul DNA delle cellule tumorali studiate da Rein? Di nuovo, non sembra essere un campo morfogenetico a orientare certi processi di ordinamento delle molecole biologiche e soprattutto a correlare questi con il dominio psichico dei processi coscienti?

 


5.  Conclusioni

La concezione di fondo sostenuta da R.Sheldrake è che gran parte dei processi naturali, specie quelli più importanti e “complessi” (termine tecnico da riferirsi alla Teoria della Complessità), in ambito biologico e chimico così come in quello psico-etologico, non sia riducibile alle leggi meccanicistiche e al solo modello genetico, e che ciò implichi di conseguenza la comprensione di nuove leggi.

Ora, la nozione di campo morfogenetico come elaborata da Sheldrake ha evidenti analogie con concetti già noti quali ad esempio quello di:

  • onde di forma della radionica,
  • noosfera del paleontologo Padre Teilhard de Chardin
  • campo torsionale dei fisici russi Kozyrev, Shipov e Akimov,
  • campo informazionale o akashico di E. Laszlo,
  • forma-pensiero in occultismo,
  • eggregore di alcune dottrine esoteriche.

Con ciascuna di queste nozioni i “campi morfici” hanno alcuni punti in comune più o meno marcati. Tuttavia la nozione di Sheldrake, sempre postulando  un livello sottile di energia, è riferita soprattutto al dominio delle scienze naturali: in ciò semmai l’analogia più stretta è con l’idea di forze plasmatrici eteriche dell’antroposofia di R. Steiner. Tuttavia l’innovatività della posizione di Sheldrake è di formulare una teoria scientifica (del resto questa posizione fu già assunta da Steiner in relazione anche ad altri ambiti).

La teoria di Sheldrake può essere anche falsa, può essere anche smentita empiricamente, ma questo fa crollare ogni accusa di essere una pseudo-scienza. Tutti gli stormi di uccelli, i banchi di pesci che si muovono in perfetto sincrono cambiando direzione repentinamente senza mai urtarsi…tutti gli esseri di una stessa specie sono in comunicazione con un campo morfico. Non è difficile immaginare esperimenti per fare predizioni sulla portata di questa nozione e per metterla sul banco di prova, e in realtà esperimenti di questo tipo sono già stati fatti, in relazione ad esempio alle facoltà ESP degli animali e ai loro processi cognitivi.

Da una parte scienziati come Sheldrake, T. McKenna, R. Abraham sono stati attaccati con un ostracismo più tipico dell’Inquisizione seicentesca che di una comunità veramente scientifica, e questo fa capire il livello di dogmatismo con cui alcune nozioni-cardine della scienza formulata in senso materialistico sogliono essere difese. D’altra parte non si può non notare fenomeni culturali assai rilevanti per portata, ampiezza e significato come ad esempio il Club di Budapest o ancora prima la Gnosi di Princeton e Pasadena, movimenti di opinione all’interno della scienza accademica (anzi vi sono confluiti eminenti astrofisici, fisici teorici ecc.) in cui la “scienza di confine” e le più ambiziose teorie innovative sui sistemi complessi, il caos, la natura dell’energia e l’origine del cosmo sono stati interpretati alla luce delle dottrine orientali o di antiche e mistiche correnti religiose (fenomeno forse filologicamente ardito, ma sicuramente genuino, tanto da aver meritato l’ammirazione di un Mircea Eliade) ed hanno con ciò tentato di indicare le linee-guida per un futuro nuovo paradigma scientifico. Senza contare che, oltre cortina, la scienza accademica sovietica, nei decenni passati in un certo senso isolata dal mondo occidentale, si è sviluppata su linee assai interessanti nel campo della fisica quantistica, della fisica teorica e della cosmologia così come in quello della parapsicologia, giungendo a formulazioni e risultati difficilmente accettabili per la scienza ufficiale ‘occidentale’.

Ora, è necessario fare una riflessione critica: questo tipo di forze sottili sono di natura non-fisica, o se vogliamo non riferibile alla materia densa come la conosciamo. Di conseguenza esse sono per definizione al di fuori del sensibile (comprendono in questo ambito anche l’esperibile attraverso strumenti, anch’essi stessi fisici per definizione). Si tratta tuttavia di forze che orientano la natura fisica, non si tratterebbe dunque di un piano propriamente metafisico, piuttosto della sezione superiore, o ‘sottile’ appunto, dello stesso mondo fisico. Si può discutere ovviamente su quanto sia legittimo pretendere di riferire a queste realtà “ipotetiche” (tali sono per la maggior parte dei ricercatori) il titolo di scienza e la ricerca scientifica. La risposta sarebbe a mio avviso positiva, almeno in parte, nella misura in cui come abbiamo visto, tali strutture sembrano imporsi quasi da sé ad integrare esplicativamente certe anomalie nella nostra comprensione delle leggi naturali. Si tratterebbe di un passo non sullo stesso piano orizzontale su cui si sono concentrate le scienze naturali, ma di un salto verso l’alto, l’acquisizione di una ulteriore dimensione di profondità. Tutta la resistenza, sia a livello culturale che ideologico, ad ammettere questo ordine di spiegazioni da parte degli scienziati comuni risiede nel fatto che questo tipo di realtà richiama abbastanza chiaramente la nozione di qualitas occulta, sul cui rifiuto la scienza attuale si è basata a partire dal  XVI secolo. D’altra parte per comprendere che non si tratta di meri miraggi occultistici di qualche sognatore mistico o di fantasticatori new age, basta considerare che la dimensione sottile di cui si sta parlando non è un concetto molto dissimile da quello di Ordine implicito, invisibile, di cui parlava D. Bohm, uno dei più importanti fisici quantistici.

Ma non si devono coltivare facili illusioni in merito. Queste “realtà” non verranno mai integrate in senso positivo nella comprensione scientifica del mondo fintantoché un numero sufficiente di individui, una “massa critica”, non avrà sviluppato stabili capacità e sensi sottili, almeno solo in parte. Senza, non potrà avvenire né un mutamento di coscienza collettivo nel mondo scientifico, né potrà effettivamente elaborarsi in modo positivo un’indagine esplorativa della dimensione sottile e delle sue leggi come base per una più completa comprensione delle leggi naturali.

Secondo alcuni, l’uomo antico possedeva una naturale chiaroveggenza che nel tempo perse. Questo cambiamento fu però necessario per l’acquisizione del pensiero scientifico, che a sua volta è stata una tappa indispensabile a che l’Uomo sviluppasse l’autocoscienza, emancipandosi dalle forze naturali rispetto alle quali non si era ancora reso autonomo. Quando dovesse avvenire che, per sviluppo autonomo di ulteriori facoltà sottili, stavolta padroneggiate in piena autocoscienza, un gruppo sufficientemente rilevante di ricercatori di buona volontà indagasse estendendo il dominio delle leggi naturali alla loro dimensione sottile allora accadrà questo:  non sarà più,  come è stato per un dato tempo, che il pensiero scientifico ha guidato l’evoluzione dell’uomo, ma sarà l’evoluzione umana a porsi alla guida di una scienza rinnovatacreative-evolutionary-consciousness-450x448Occorre anche ricordare che la stessa scienza attuale ha un suo specifico campo morfico, ed esso è ben consolidato così che ci si può attendere che non si lascerà modificare dall’esterno facilmente!  Del resto un cambiamento del genere sarebbe, per portata e ampiezza, anche più grande e rivoluzionario di quello che la meccanica quantistica ha rappresentato per la fisica classica.

Ma fino a quel momento non si diano pena i ricercatori accademici! …Fino ad allora  potranno semplicemente accontentarsi delle attuali leggi, abituandosi alle anomalie (che come ho mostrato non sono poche), cosa che la scienza tuttavia ha sempre fatto: ignorare le anomalie sembra essere infatti una prassi della scienza normale (cfr. T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi).

Inoltre se questa nostra “previsione” non dovesse “avverarsi” in tempi rapidi (cosa comunque possibile dato il livello di abbrutimento antropologico e spirituale che l’umanità attuale sta manifestando a tutti i livelli) le cose rimarranno invariate: spinti al limite del materialmente conoscibile sulla base dello stato attuale di coscienza dell’Uomo, gli scienziati potranno fare ben pochi spostamenti in avanti, limitandosi a scoperte locali. Rimanendo così, con questa scienza ad una dimensione, non potranno far altro che limitarsi ad amministrare l’esistente.

 

 

 

Bibliografia

Popp F. A., Quao G., Ke-Hsuen L., Biophoton emission: experimental background and theoretical approaches, Modern physics Letters B, 8, 21-22, 1994.

P.P. Gariaev, K.V. Grigor’ev, A.A. Vasil’ev, V.P. Poponin and V.A. Shcheglov. Investigation of the Fluctuation Dynamics of DNA Solutions by Laser Correlation Spectroscopy. Bulletin of the Lebedev Physics Institute, n. 11-12, p. 23-30 (1992).

L Montagnier et al. 2011 J. Phys.: Conf. Ser. 306 012007

W.Pauli, C.G. Jung, Psiche e Natura, Adelphi 2006

J. Horgan, La fine della scienza, Adelphi 1998

R. Sheldrake, La mente estesa, Urra edizioni, 2006

R. Sheldrake, La presenza del passato, Crisalide edizioni, 2011

 R. Sheldrake,  Science Set Free: 10 Paths to New Discovery, Deepak Chopra editions 2012

R. Sheldrake, Le illusioni della scienza, Urra edizioni, 2013

 

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. marinka pockaj ha detto:

    Ciao. Ho letto con interesssisssimo il tuo articolo di cui sopra. Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero su Massimo Corbucci e il suo vuoto quantomeccanico. M

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