Il campo akashico

Dopo l’esperimento di Michelson-Morley (1887) la fisica ha definitivamente abbandonato la nozione di “etere”. L’esperimento basato sull’uso di un interferometro mostrava che la velocità della luce non rispondeva ai principi della relatività classica-galileiana, era cioè indipendente dal sistema di riferimento; inoltre si doveva escludere, per le stesse ragioni, la teoria dell’ “etere luminifero” che ipotizzava quale mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche un ‘etere’, un fluido di cui si supponeva l’aderenza alle leggi della fluidodinamica (fatto questo sul quale si basavano i dati attesi dall’esperimento ideato da Michelson).  L’accettazione dell’idea che le onde elettromagnetiche si propaghino nel “vuoto”, senza un mezzo, è fra i presupposti che hanno portato alla relatività ristretta di Einstein. A noi interessa tuttavia questo passaggio per il fatto che – per un certo tempo – la fisica moderna ha utilizzato il concetto di “etere”, termine di derivazione antica ed aristotelica, sebbene con un’accezione diversa e rivisitata. Il fatto che questa nozione sia stata esclusa deriva tuttavia dal fraintendimento circa la natura “materiale” dell’etere, confusione che non può essere attribuita ad Aristotele, dato che come ho mostrato in altri articoli e come spiegherò ancora in futuro, anche quando gli Antichi elaboravano una “fisica” non si riferivano al mondo materiale, così quando parlavano dei quattro o cinque elementi si riferivano a realtà sottili e non certo agli elementi grossolani che oggi designano le parole “fuoco” o “aria”. Le ragioni di questo “slittamento semantico le spiegherò meglio in un altro articolo. Per ora ci basti enunciare il fatto che nel pensiero antico e tradizionale anche ciò che viene chiamato ‘fisica’ è in sostanza una metafisica del sensibile (espressione assai centrata che dobbiamo allo storico del Platonismo G. Reale), questo vale ad esempio per la Fisica di Aristotele come per la Vaishesika, uno dei darshana ortodossi dell’ induismo.

La fisica classica aveva invece ripostulato  la nozione di etere, o se vogliamo aveva preso questa nomenclatura antica per attribuirla ad una ipotetica realtà in effetti simile alla nozione originaria aristotelico-scolastica (non visibile, coincidente con lo spazio etc.) tuttavia attribuendole le proprietà di un fluido, fra cui la viscosità (da cui ci si doveva aspettare una variazione di propagazione della luce rispetto ai corpi in movimento in questa fluido). La fisica è andata avanti su tutte altre basi.

Ciò non toglie tuttavia che la nozione di etere (nozione che, si badi, non nasce con Aristotele, dato che la nozione di quinto elemento era già ben presente nella cosmologia tradizionale dell’India) abbia potuto ripresentarsi di nuovo nel campo della cosiddetta “scienza di confine”. Sarà bene premettere che l’ etere  (᾿Αιθήρ, Aithḗr in gr.; akasha, in sans.) tradizionalmente inteso è una nozione che, paradossalmente, è assai più prossima al concetto di ‘spazio’ (con cui in effetti è fatto coincidere ad esempio nella metafisica buddhista) e quindi in certo senso a quello di “vuoto” (sebbene ciò dipenda sostanzialmente da come si intende il vuoto); lo stesso vuoto con cui la fisica avrebbe sostituito l’etere dopo il fallito esperimento con l’interferometro di Michelson-Morley. Ma ripeto non c’è da stupirsi dato che l’incomprensione dei moderni, incomprensione anche semantica, ha portato ad interpretare in termini materiali delle nozioni che erano nate per riferirsi ad un piano più sottile della realtà…

La fisica contemporanea, d’altra parte,  ha  dovuto rielaborare il concetto di ‘vuoto‘ sulla base della teoria quantomeccanica e della relatività, non più considerando il vuoto come un mero oggetto astratto postulato in partenza, ma come una conseguenza di un sistema teorico, a cui consegue deduttivamente insieme a una serie di proprietà non immaginate in partenza. Ne  deriva una nozione di ‘vuoto’ lontana da quella intuitiva della folk physics, del senso comune, o della fisica classica, che in sostanza neppure lo definisce se non come “assenza di materia” nello spazio.

Il primo a introdurre un modello quantistico di vuoto è stato l’inglese Paul Dirac, il quale doveva dare un’interpretazione agli infiniti stati quantici ad energia negativa soluzioni della sua Equazione di Dirac. Anche nell’equazione di Einstein (E = mc²), che può essere vista come un caso particolare di quella di Dirac, erano presenti possibili soluzioni negative, tuttavia questo non creava particolari problemi concettuali: si assumeva che ab origine tutti gli oggetti fisici possedessero valori positivi di energia e questo non creava problemi dato che nella teoria relativistica salti ad energia negativa non era previsti. In campo quantistico le cose stavano diversamente, poiché i salti discontinui erano invece una possibilità teorica intrinseca.

Scriveva Dirac nel 1930:

Poiché gli stati ad energia negativa non potevano venir evitati, si devono includere nella teoria. Si può far questo introducendo una nuova immagine del vuoto, supponendo che nel vuoto tutti gli stati ad energia negativa siano occupati: ciò è possibile dato che il principio di Pauli impedisce che più di un elettrone si trovi nello stesso stato. Abbiamo così un mare senza fondo di elettroni ad energia negativa, ma non dobbiamo preoccuparci: dobbiamo considerare solo la situazione presso la superficie, ove abbiamo degli elettroni sopra il mare, che non possono precipitarvi dato che non vi è posto per loro. C’è la possibilità che compaiano delle buche nel mare. Una tale buca apparirebbe come una particella di energia e carica positive [tali buchi si riveleranno più avanti essere i positroni, particelle di antimateria, N.d.A.]

Questo ensemble di valori negativi è detto “mare di Dirac” ed è illimitato inferiormente. Esso viene considerato “saturo” perché tale deve essere, si impiega cioè il principio di esclusione di Pauli per escludere fluttuazioni o salti a stati ad energia negativa. Mentre resta possibile un salto verso gli stati ad energia positiva, poiché questi non sono tutti occupati, creando così un “buco” nel mare di elettroni: tale buco si comporta esattamente come un anti-elettrone (positrone).  L’idea del vuoto come mare di infiniti elettroni in stato di “anti-energia” e dei positroni come buchi nel mare (poi estesa a tutte le antiparticelle), sebbene accettata, rimase poco gradita a larga parte dei fisici, perché dotava il vuoto di carica e massa infinita; poiché gli stati ad energia negativa sarebbero tutti occupati, ciò rendeva il “vuoto” stesso qualcosa di “pieno” e di “denso”. f2sqkzInoltre resta da considerare cosa debba intendersi per energia a valori negativi: ciò è più o meno qualcosa di assurdo per la fisica, e tuttavia è sulla base di questa teoria che poggiano le previsioni, tutte verificate, circa l’esistenza di anti-particelle. Il problema è se si accettano le teorie fisiche non in senso strumentalistico, come mero strumento di calcolo, per fare delle previsioni o si accetta che esse descrivano qualcosa di reale e “sostanziale” circa il mondo. In questo secondo caso -che poi è l’atteggiamento normale dei fisici che “credono” in effetti alla “realtà” delle loro teorie-  le conseguenze dell’equazione di Dirac comporta delle implicazioni impreviste di notevole portata teorica. L’esistenza di energia a valori negativi richiede un notevole sforzo mentale per la sua accettazione e comprensione. Ma in fondo la stessa fisica quantistica non ammette già realtà del tutto controintuitive rispetto al senso comune e alla fisica classica, pertanto non v’è motivo di ritenere che il Mare di Dirac sia un mero artificio matematico. Del resto tutte le soluzioni alternative per aggirare la formulazione di Dirac, come la Teoria Quantistica dei Campi, non eludono il problema dell’energia del vuoto, e dei valori infiniti dell’energia del vuoto.

Va sottolineato che il mare di Dirac e gli stati di energia che vi corrispondono, che siano “reali” o meno, sono qualcosa di non direttamente osservabile per la fisica, fatto questo molto significativo sui cui ritorneremo a breve, e a cui del resto ho già accennato parlando del concetto di “etere” come realtà del  piano sottile, cioè di una realtà ricadente al di fuori dello sperimentabile. E’ molto significativo dunque che alcune equazioni delle fisica arrivino ad ammettere la necessità di ciò, pur ovviamente contemplandola solo come mera teoria.

Peraltro va fatto un appunto: quello che i fisici trovano di poco elegante nelle caratteristiche del vuoto implicate dal modello del “mare di Dirac” è invece ciò che dà maggiore fascino a questa teoria e maggiore pregnanza sul piano filosofico. Ovvero,  le fluttuazioni quantistiche e la possibilità di salti dagli stati ad energia negativa del mare di Dirac (non sperimentabili) a valori positivi, gli unici sperimentabili e inoltre dotati di significato fisico, non stanno a rappresentare nient’altro  – almeno in sede di teorie fisiche- che  il passaggio dal non-manifestato alla manifestazione, un processo di grandissima portata metafisica. Anche il fatto che gli stati ad energia negativa non abbiano un limite inferiore e siano potenzialmente infiniti richiama l’infinita potenzialità nel non-manifesto e del Non-Essere (due sfere analoghe ma non coincidenti). Forse lo stesso Dirac non giunse a comprendere tutte le analogie e le implicazioni che questo modello fisico stava comportando. Detto di sfuggita le fluttuazioni quantistiche -anche al di fuori del modello di Dirac- sono ritenute di immensa importanza in cosmologia, per spiegare i processi di strutturazione dell’Universo dopo il Big Bang nella Teoria dell’inflazione cosmica.

Non tutti però nel mondo della fisica hanno provato sconcerto di fronte al mare di Dirac, questo infinito oceano di Non-Essere da cui possono emergere i quanti del mondo fisico, pretendendo di criticarne la “poca eleganza”. Ad esempio il fisico D. Bohm – che peraltro è stato sostenitore di una lettura realistica della meccanica dei quanti, e di un’intepretazione maggiormente deterministica rispetto a quella di Copenaghen – ha espresso idee non meno coraggiose. Nel criticare la completezza della meccanica quantistica, Bohm rifiutava il fatto che essa dovesse essere una teoria ontologicamente probabilistica e formulò un approccio a “variabili nascoste” che, sacrificando il principio di località, cerca di conciliare la quantomeccanica col determinismo e con il realismo e di risolvere una serie di problemi come il collasso delle funzioni d’onda. La presenza di variabili nascoste, non contemplate e in grado di spiegare l’incompletezza della quantomeccanica classica poneva Bohm di fronte a quello che chiamò Ordine implicito. Per Bohm le particelle avevano realmente una posizione determinista definita, e questo era possibile perché “governate” da un potenziale quantistico che opera istantaneamente, collegando tra loro tutte le particelle dell’universo, anche quando sono a grande distanza. Il mondo macroscopico, e le leggi della fisica correlate allo spazio e al tempo, sono una manifestazione esplicita di un “campo di informazione” (l’Ordine implicato) che è oltre lo spazio-tempo; mentre il mondo microscopico  percepisce la guida e l’informazione in maniera istantanea, per risonanza e senza restrizioni legate alla distanza (non-località). Secondo Bohm il potenziale quantistico che compare nella sua teoria a variabili nascoste, deriva da questo Ordine Implicato, che orienta il comportamento dell’Universo.fractal tangled minds

Chiaramente questa idea è fortemente olistica, e ha un chiaro significato metafisico. Sia l’Ordine implicato bohmiano, sia il mare di Dirac, fanno riferimento a realtà non sperimentabili e tuttavia non si può dire che siano enti “non-necessari”, liquidabili col rasoio di Occam. Essi svolgono un preciso insostituibile ruolo all’interno di importanti teorie fisiche.

Anche Ervin Laszlo, filosofo della scienza, si è spinto ancora oltre ipotizzando, proprio sulla scia del concetto di “vuoto quantistico”,  l’idea di “campo Akasha” o di “Vuoto Sub-Quantistico”, una sorta di matrice che sottosta all’universo della fisica quantistica e da cui, per fluttuazione, emergono i quanti. Una realtà unitaria che come nel modello dell’universo olografico di Bohm precede le leggi fisiche attuali, di fatto interconnettendo tutte le particelle elementari e l’intero universo. Del resto uno dei successi di questa concezione dell’universo olografico e interconnesso (o meglio intra-connesso) è quello di prestarsi bene a spiegare, oltre che in modelli fisico-matematici come nella meccanica bohmiana, anche a livello concettuale i fenomeni di entanglemet quantistici e la non-località. Una pura coincidenza forse, ma significativa sul piano simbolico, è che questa matrice akaschica è concepita essere l’antecedente da cui emergono per differenziazione le quattro forze fondamentali della fisica (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e debole), esattamente come l’Akasha propriamente detto, l’etere-spazio della antica dottrina tradizionale, era la matrice da cui sorgevano i quattro elementi manifestati. É chiaro che stiamo parlando di un livello pre-fisico o iper-fisico della realtà, dato peraltro che non esistono non solo possibili modelli matematici (teoricamente sempre possibili) ma soprattutto per via del fatto che, così concepito, questo vuoto sub-quantistico sembra trascendere la realtà sperimentabile. Tuttavia laszlo si spinge ad affermare:

É probabile che i due livelli della realtà – il livello manifesto dell’universo fisico e quello più profondo – sono lo stesso cosmo, lo stesso universo, solo ad un livello di vibrazione diversa.

Il modo con cui è concepito questo livello akashico del “vuoto” (espressione a questo punto assai approssimativa) pone il problema della sua relazione con lo spazio. In effetti nella concezione bohmiana della fisica non c’è alcuna necessità di spiegare i processi quantistici sulla base della struttura spazio-temporale classica o della relatività speciale. Infatti, se lo spazio-tempo viene assunto come entità fondamentale, primaria, allora la località dovrebbe avere una validità assoluta. Invece, le particelle quantistiche manifestano correlazioni non locali e questo è uno dei punti di forza dell’interpretazione di Bohm. In sostanza l’ordine implicito connesso con il vuoto sub-quantistico di Laszlo precede lo spazio e il tempo, aggirando i problemi della località. In un certo senso li trascende potremmo dire. Questo ricorda la definizione di Leibniz dello spazio-tempo quale phaenomenon bene fundatum, cioè realtà appartenenti legittimamente al dominio della manifestazione e perfettamente giustificate dalla necessità di leggi fisiche e dall’esperienza umana, ma non pertinenti al livello assoluto ( o come direbbe Laszlo “profondo”) della realtà; ciò in contrasto con la visione degli anglosassoni, contemporanei oppositori di Leibniz, in primis Newton, che vedevano nello spazio una proprietà assoluta, addirittura un attributo della divinità.  In effetti a questo proposito bisogna rilevare un appunto alla teorizzazione di Laszlo: tradizionalmente specie nell’ambito orientale, da cui il termine “akasha” proviene, l’etere coincide invece con la nozione di spazio. Anzi più propriamente il termine sanscrito akasha, nella metafisica buddhista traduce propriamente lo “spazio”, e non l’ “etere” come nell’induismo. Per il buddhismo, soprattutto per  veicoli superiori del vajrayana e dello dzogchen, lo spazio non ricade nella nozione di interdipendenza, poiché  non v’è nulla che possa essere causa dello spazio, pertanto esso è incondizionato ed è autogenerato. Spesso anzi esso viene accostato alla nozione di Dharmadhatu, la realtà suprema.

Questa osservazione sulla correttezza dell’uso del termine akasha in Laszlo, in relazione al significato ‘tradizionale’ del termine, è in parte mitigata osservando che il Dharmakaya in realtà può essere visto come analogicamente paragonato allo spazio. Ma analogo allo spazio non vuol dire “identico”; spesso altre immagini vengono accostate alla Natura assoluta della mente, ad esempio l’espressione di “puro cristallo”.  Va inteso che vi è un accostamento analogico, ad esempio con la proprietà dello spazio di essere senza limitazioni e di contenere in potenza ogni fenomeno.  In questo senso la Realtà ultima è detta (nello dzogchen) “lo spazio dello stato primordiale”. Questo non implica che essa coincida realmente e in senso grossolano con lo spazio ordinario (comunque si possa definirlo),o con lo spazio fisico, cioè con lo spazio della fisica inteso come sistema geometrico di coordinate.


Al livello della fisica e in generale in campo cosmologico, le  nozioni di campo akashico e di ordine implicato rendono interpretabili i fenomeni in cui gruppi di particelle mostrano comportamenti coerenti come ad esempio alcuni plasmi. In generale i campi morfogenetici possono essere interpretati sulla base di questo “campo iperfisico”. Bohm credeva infatti che a livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di una stessa “indivisa interezza” che precede lo spazio-tempo. Un altro tipo di vantaggio interpretativo che ne deriva è dato dal fatto che questo oceano interconnesso, che abbraccia tutte le particelle e che ‘comunica’ a esse le informazioni (potenziale quantistico nella meccanica di Bohm), sia in fondo un “mare di informazioni”: questo lascia supporre un equivalente cibernetico del principio termodinamico di conservazione dell’energia, una sorta di “principio di conservazione delle informazioni” (ipoteticamente proposto da N.F. Montecucco, sulla scia delle teorie di Laszlo che nei suoi lavori ipotizza una triade di Energia-Informazione-Coscienza, che qui possiamo solo accennare).  Ora, dato che questo ordine o campo è ontologicamente precedente la proprietà  fisica dello spazio-tempo, si apre un’interessante spiraglio di interpretazione dei processi di telepatia, precognizione, remote viewing, dei fenomeni di sincronicità e tutti i fenomeni cognitivi extra-ordinari: in pratica l’interconnessione nell’Unus Mundus junghiano.

È noto del resto che lo stesso Bohm fosse particolarmente attratto dalla possibilità di correlare la sua concezione filosofica della fisica alla neuropsicologia, arrivando a formulare insieme al neuroscienziato K.Pribram, il modello olonomico del cervello, secondo cui il funzionamento e la trasmissione delle informazioni cerebrali avviene sotto forma di fenomeni ondulatori.shellgreenl Come nella fisica degli ologrammi, le informazioni neurali sarebbero in realtà processi ondulatori, con specifiche lunghezze e frequenza, descrivibili in termini di analisi di Fourier, e generanti come prodotto finale schemi di interferenza (la nostre immagini del mondo esterno non sarebbero altro che questi schemi di interferenza). Secondo Bohm e Pribram noi non vedremmo gli oggetti per come sono ma solo la loro informazioni quantistica. La propagazione ondulatoria non avverrebbe lungo i neuroni ma attraverso la glia, il tessuto che circonda i neuroni. Questo ha particolare importanza per la spiegazione dei ricordi. La memoria non verrebbe allora immagazzinata in qualche distretto cerebrale, la sua registrazione avverrebbe a livello non fisico o meglio, dato che un supporto fisico c’è in realtà, a livello non-locale. Come nel modello ologrammatico tutta l’informazione è contenuta in ogni “frammento” del supporto: i ricordi anziché essere immagazzinati nei neuroni, vengono codificati in impulsi che “risuonano” attraverso l’intero cervello (del resto gli esperimenti condotti da Lashley avevano mostrato la poca fondatezza dell’ipotesi che le memorie fossero incise in specifiche strutture nervose).

Osservatore (cervello) e realtà “virtuale” osservata risulterebbero compenetrati, e questo ha lo stesso significato che ha lo schema osservatore-particella in fisica dei quanti. Il processo di interferenze che precede la formazione delle immagini sensoriali avviene come processo ondulatorio e solo successivamente si crea l’immagine tridimensionale-spaziale che è il mondo apparente dell’esperienza. Questo processo esprime, su altro ambito e in modo analogico, il rapporto fra l’ordine implicito e quello esplicito, che contiene manifesta le categorie di spazio-tempo.

Quello del cervello olonimico è un programma di ricerca scientifico a tutti gli effetti, che in seguito è stato sviluppato da altri neurologi come De Valois, F.Campbell, mentre il giapponese K.Yasue ha sviluppato la QBD (quantum brain dynamics) per ricondurre a campi elettroquantistici l’attività neuronale.


Per la verità Laszlo ha impiegato il termine hindu  akasha adattandolo alla filosofia della fisica per approfondire in chiave olistica il tema del Campo di Punto Zero ( o vuoto quantistico) e dandogli delle sfumature anche mistiche, ma non è stato il primo a riscoprire questo termine, dato che l’ “akasha” ebbe già una diffusione nella letteratura esoterica di area teosofica sul finire del XVIII secolo. H.P. Blavatsky diffuse l’uso di questo termine in ambito occidentale prendendolo dalle tradizioni orientali e impiegandolo in riferimento alla dimensione sottile e più nello specifico alla “Luce Astrale”; questa accezione è corretta anche su un piano filologico poiché in sanscrito il senso della parola richiama quello “spazio luminoso” (dalla radice kash = splendere). Nella Dottrina Segreta (1888) la Blavatsky definiva l’etere come un elemento semi-materiale, in confronto con gli altri quattro elementi propriamente materiali, in questo correttamente delineando la natura iper-fisica (o sottile) di questa realtà, anche se in tale accezione sarebbe più corretto parlare di “piano eterico”piuttosto che di astrale; in questo contesto traduceva con il termine inglese ether. Di solito H.P.B. usava l’inglese Aether per definire più in generale la sostanza cosmica, mulaprakriti in sanscrito, assimilabile al piano astrale, con tutta la sua articolazione denaria o settenaria (vari livelli di densità) rispetto al quale l’ether, etere-elemento, è il livello più basso e più prossimo alla mondo fisico.

In ambito teosofico, una specifica funzione dell’Akasha è quella di registratore della memoria cosmica, di tutti gli eventi presenti e passati e delle azioni degli esseri che si imprimono su questo registro akashico, come venne definito da A. P. Sinnett nel suo testo Buddismo esoterico (1884). Tale proprietà venne proposta come base per le capacità (oggi definite ‘esp’) di chiaroveggenza, remote viewing, e retrocognizione. In tal senso fu usata anche da R. Steiner e dalla scuola antroposofica. In effetti abbiamo visto come Laszlo abbia anche lui ripreso l’ipotesi di vedervi un mare di informazione di infinità potenzialità.

La nozione di akasha dopo questi sviluppi e approfondimenti dei quali Laszlo è stato soprattutto il sistematore finale, si presta in effetti ad avvicinare aree di ricerca come la fisica quantistica, la psicologia olistica, la medicina quantistica, la parapsicologia (soprattutto per i fenomeni Esp). Appare infatti come un termine comune presente sia nelle dottrine orientali, nelle dottrine esoterico-occultistiche di matrice occidentale, nelle “scienze di frontiera” e nella filosofia della fisica (che rimane forse l’unica  sopravvivente di metafisica nel pensiero occidentale accademico). In quanto termine comune e di continuità esso potrebbe in futuro fare da punto di sviluppo per quella unificazione che forse sarà la scienza del futuro, ma che per ora rimane una lontana aspirazione.

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 Bibliografia

E. Lazslo, La scienza e il Campo Akashico, Urra Edizioni, 2010

E. Lazslo, Risacralizzare il Cosmo, Urra Edizioni, 2008

N.F. Montecucco, Cyber. La visione olistica. Una scienza unitaria dell’uomo e del mondo, Edizioni Mediterranee, 2000

D. Bohm, Universo, mente, materia Red Edizioni, 1996

H.P. Blavatsky, La Dottrina Segreta, Edizioni Teosofiche Italiane, 2010

G. de Purucker, Studies in Occult Philosophy, TUP, 1945

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