Patogenesi moderna e antica demonologia – Calligaris e Jung

Anche fra coloro che conoscono la figura di Giuseppe Calligaris, sono pochi quelli che hanno preso in considerazione i suoi testi sul cancro, sulle malattie psichiatriche e le sue ipotesi patogenetiche.

Fra le numerose scoperte fatte dal Calligaris vi sono le placche cutanee la cui stimolazione attiva le funzioni autoscopiche ed eteroscopiche, di cui abbiamo detto nel nostro precedente articolo. Tali placche una volta stimolate sono in grado di attivare nello sperimentatore la capacità di vedere immagini riferite a sé o ad altri (auto o etero-scopia); in altri casi la stimolazione delle placche porta alla esteriorizzazione “oggettiva” delle immagini evocate su uno specifico campo cutaneo, attraverso immagini dermografiche spontanee.  Tale possibilità ha dato modo di effettuare delle “esplorazioni” con carattere diagnostico. Infatti la presenza di alcune placche più adatte permette all’osservatore, una volta posto in presenza  di un paziente o di un reperto di questi (materiale organico: un capello, campioni biologici oppure una foto), di attivare la capacità di  rilevare molte informazioni, come le zone anatomiche interessate, la struttura istologica etc. oltre che ovviamente, permettere la visione o la rappresentazione dell’agente patogeno. Che tale associazione fosse valida veniva corroborato dall’apparizione di immagini di patogeni noti all’epoca, in presenza di reperti o di pazienti con la corrispondente patologia.

Immagine11

Immagine dermografica di alcuni patogeni. In (1) si vede bacillo di Koch, comparso in presenza di un tubercolo polmonare asportato da un paziente.

Dobbiamo anche far presente che le localizzazioni delle placche, in generale e non solo queste coinvolte nella nostra trattazione,  sono date da Calligaris in modo sempre puntuale, che gli effetti carica sono stati descritti osservando sempre una casistica (e non un singolo individuo) e che tali effetti sono ripetibili e sono stati ripetuti dai suoi collaboratori, oltre che dagli attuali operatori di Dermoriflessologia. Gli effetti riscontrati hanno dunque un carattere costante e ripetibile.

Di sicuro un particolare e sorprendente significato hanno quelle autoscopiche ed eteroscopiche. Questo strumento euristico ha dato a Calligaris la possibilità di fare delle ricerche su diverse patologie i cui risultati ha esposto nei suoi libri  Il cancro  (1937), Malattie infettive  (1938), Nuove ricerche sul cancro (1940), Malattie mentali (1942), testi solitamente poco conosciuti anche fra i ricercatori e gli estimatori dei suoi lavori.

In queste sue pubblicazioni ha esposto il risultato delle sue indagini eteroscopiche (telediagnosi, esplorazioni basate in sostanza su fenomeni chiaroveggenti ripetibili e confermati su diversi operatori/sperimentatori). I risultati di queste indagini sono molto importanti e forse stanno sulle stesso livello di importanza e predittività di quelle indagini chiaroveggenti di Leadbeater che nella Chimica occulta (1895) aveva anticipato le conformazioni delle strutture atomiche e infra-atomiche anticipando di diversi decenni il modello ad orbitali della fisica quantistica introdotto da Schrödinger.

FeLiHeNe08

Immagini dalla Occult Chemistry di C. Leadbeater

Il frutto di queste indagini ha dato modo di “oggettivare” delle forme e figure molto precise riferibili a patogeni specifici. Come risultato di ciò Calligaris fu portato a supporre un’origine infettiva per molte patologie alcune delle quali alla sua epoca, come oggi, l’eziologia è sconosciuta, oppure è scartata l’ipotesi infettiva. In effetti il carattere sorprendente di queste osservazioni è in fondo legato alla natura rivoluzionaria di questo risultato.

Calligaris riteneva di aver individuato attraverso queste indagini extranormali oggetti multipli di un medesimo tipo (ciascuno per ogni malattia, spesso in grado di evolvere in relazione alla stadiazione della patologia)  di particolari forme caratteristiche. Riteneva di aver trovato in tali  immagini di “oggetti” gli agenti morbigeni microscopici causanti o connessi con la patologia. Ciò era corroborato dal fatto che: 1) tale metodo rivelava esattamente le forme di patogeni batterici già noti es. il Bacillo di Koch. 2) le placche cutanee dell’infezione risultava sempre risonanti su tutti i pazienti.

Molti di tali patogeni presunti osservati con l’eteroscopia erano di natura ignota. Calligaris propose il termine “Depositi” ipotizzando che fossero residui di attività batteriche o dal catabolismo di tessuti. Più avanti si convincerà che tali forme sono delle evoluzioni vere e proprie di patogeni già noti: es. alcuni di essi, come l’agente tricefalo, da lui così chiamato, deriverebbe dal patogeno di Koch, agente eziologico della Tubercolosi. Altro termine che userà sarà quello di “ultravirus”, impiegando ciò il termine della microbiologia dell’epoca  stava cominciando ad intuire l’esistenza dei virus.

Ovviamente si trattava per lo più di patogeni – questi da lui supposti ed individuati attraverso le sue indagini – di cui all’epoca, come ben sapeva ed ammetteva lui stesso, non si riusciva a trovare traccia alle osservazioni microscopiche, e dunque non erano sino ad allora mai stati isolati. L’elemento di effettiva novità, che giustamente può sollevare più di una perplessità è che molte delle patologie così reinterpretate sono  oltre al cancro, numerosi disturbi psichiatrici; la cosa del resto non può stupire se si pensa che il nostro era un neuro-psichiatra e i soggetti che poteva osservare erano in primis pazienti psichiatrici. Si può dire che per quasi tutte le patologie psichiatriche il Calligaris era convinto di aver trovato gli agenti eziologici di tipo infettivo. Esemplare è il caso delle Dementia precox (il termine con cui allora si designava la Schizofrenia) che veniva così posta in relazione all’agente con l’agente tricefalo, già detto, e sui cui torneremo.

Più avanti affronterò il merito di queste ipotesi di Calligaris, esponendo la mia valutazione sulle sue interpretazioni, alla luce di altre discipline e teorie, e credo anzi di aver forse trovato il “bandolo della matassa”, indicando quello che è – a mio parere – il vero senso di certi risultati, almeno per diverse casistiche, oltre a fornire una mia chiave interpretativa generale.


La triade psicosomatica: patogeni, biofrequenze ed emozioni

A questo punto però occorre fare una digressione di carattere propriamente medico, prima ancora che olistico, per rendere giustizia al Calligaris, in merito alla sua ipotesi patogenetica.

In realtà l’ipotesi di Calligaris, in termini strettamente medici e alla luce delle conoscenze attuali, è molto meno peregrina di quello che poteva apparire, non solo al suo tempo, ma anche già solo qualche decennio fa. In realtà non è del tutto inammissibile oggi che diverse patologie (ad esempio autoimmuni, o degenerative o anche di tipo psichiatrico) possano trovare almeno una concausa in agenti infettivi. Diversi agenti infettivi possono svolgere questo ruolo di causa “secondaria” e anche solo restringendoci alla classe dei micoplasmi, le osservazioni in merito a quanto il loro ruolo sia stato riconsiderato dalla medicina convenzionale, sono molto indicative. Presenza di Mycoplasma pneumoniae è stata scoperta nel tratto urogenitale di pazienti con malattia infiammatoria pelvica, uretriti e altri disturbi delle vie urinarie. E’ stato scoperto nel tessuto e fluido cardiaco di pazienti con cardite, pericardite, tachicardia, anemia, anemia emolitica e altre malattie coronariche. E’ stato trovato nel fluido cerebrospinale di pazienti con meningite ed encefalite, morbo di Alzheimer, SLA e altre infezioni, malattie e disturbi del sistema nervoso centrale. E’ stato regolarmente trovato nel midollo osseo di bambini con leucemia. Il mycoplasma pneumoniae e altre sette specie di micoplasma sono state riconosciute come concausa o importante co-fattori di molte malattie croniche incluse artrite reumatoide, morbo di Alzheimer, sclerosi multipla, fibromialgia, fatica cronica, diabete, morbo di Crohn, uretrite non gonococcica, asma, lupus, sterilità, AIDS, alcuni tipi di cancro e leucemia.

I dr. Baseman e Tully in un articolo del 1997 dal titolo Mycoplasmas: Sophisticated, Reemerging, and Burneded by their Notoriety affermano:

i micoplasmi da soli possono provocare malattie croniche e acute in diverse parti dell’organismo con un ampio numero di complicazioni e sono stati coinvolti come co-fattori della malattia. Recentemente i micoplasmi sono stati indicati come co-fattori della patogenesi dell’AIDS, alle trasformazioni maligne e all’aberrazione cromosomica, alla sindrome della Guerra del Golfo e altre malattie complesse e inspiegabili, compresa la sindrome da fatica cronica, il morbo di Crohn e vari tipi di artrite.

Circa la correlazione Aids-micoplasmi, tale ipotesi è stata sostenuta dallo stesso L. Montagnier, premio Nobel per la Medicina e scopritore dell’HIV, in particolare con il Mycoplasma penetrans, che fu appunto isolato per la prima volta nei malati di Aids.  Si osservava infatti che la mortalità delle cellule infette diminuiva col trattamento a base di tetraciclina, uno dei pochi antibiotici attivi sui micoplasmi, mentre un antibiotico non dovrebbe avere effetti antivirali. Anche senza rifarsi all’estrema ipotesi Duesberg, è sempre più diffusa la convinzione che le infezioni di micoplasma siano una necessaria concausa per lo scatenamento dell’immunodeficienza acquisita (si parla infatti di secondo killer). Si pensa che i micoplasmi penetrando in linfociti infettati da virus in forma latente, li “attivino” scatenando la replicazione virale.

Uno dei fattori della tossicità dei micoplasmi che li rende facilmente correlabili a molte patologie degenerative è che tali batteri incrementano notevolmente lo stress ossidativo, in quanto rilasciano alte quantità di perossido di idrogeno e sono quindi una fonte di radicali liberi. Questo induce danni alle strutture proteiche e, ancor peggio, agli acidi nulceici (genotossicità). Si è constatato che patologie degenerative del sistema nervoso (Parkinson e Alzheimer) presentano sempre elevati livelli di radicali liberi; si è ipotizzato che lo stress ossidativo possa essere  fra i fattori eziologici remoti anche di patologie.  Questo “stress” oltre che a fattori psichici può essere dovuto anche a fattori di tipo microbiologico. Difese immunitarie alterate a livello del GALT possono permettere il passaggio ematico di batteri (es. i colibacilli) che in condizioni fisiologiche non avverrebbe. IL SNC centrale verrebbe raggiunto per alterazioni della barriera ematoencafalica o da forme nanobatteriche. I micoplasmi sono appunto dei nanobatteri. Spesso sono stati trovati nel sangue di pazienti con Alzheimer forme nanobatteriche. Anche la sclerosi calcifica delle valvole cardiache e la formazione dell’ateroplacca dei vasi si sospetta possa essere dovuta a forme batteriche intracellulari.

Inoltre vi è una condivisa visione di fondo, all’interno della paradigma olistico e in molte correnti naturopatiche o di medicina non convenzionale, che possa esservi una corrispondenza e una correlazione fra: 1) determinati stati psichici 2) biofrequenze, intese come particolari variazioni nel biofeedback, rilevabili nei vari tipi di test bio-energetici, e 3) agenti patogeni di tipo infettivo. Le frequenze sono in realtà frequenze fisiche, rilevabili attraverso letture bioenergetiche con varie metodiche di lettura della conduzione elettrica cutanea, spesso legata agli agopunti o meridiani (Ryodoraku, Elettroagontura di Völl, Mora test, etc..) e a cui si può assegnare una particolare interpretazione bioenergetica. Particolari frequenze sono dunque comuni, sia ad un organismo affetto da certe patologie infettive, sia  ad un soggetto che sta vivendo specifiche emozioni (il più delle volte negative o “problematiche”). In questa concezione “paradigmatica”, in realtà ampiamente condivisa tanto da non avere una paternità individuale, vi è dunque una sorta di “frequenza” energetica comune, che correla alcuni tipici stati emotivi o delle particolari costellazioni mentali,  con degli agenti microbiologici sul piano fisico. Vi è dunque la possibilità di leggere questa correlazione in senso bi-direzionale, ovviamente, anche se da un punto di vista più generale si dovrebbe poter attribuire una priorità al piano “mentale” come causante, e una risultante finale o conseguente sul piano “fisico” (in realtà microbiologico), con il piano “energetico” (quelle delle frequenze pure) a fare da collegamento e da vettore intermedio fra questi.

Del resto anche nelle Cinque leggi biologiche ipotizzate dal Dott. R. Hamer, nella sua Nuova Medicina Germanica, vi è una correlazione fra le diverse classi microbiologiche (virus, batteri, e funghi) e l’evoluzione filo-ontogenetica dell’organismo umano, che nella sua concezione corrispondono a diverse tipologiche di stress “esistenziale”:  i patogeni vanno ad agire come particolare effettori simbionti e collaborano a risolvere le reazioni fisiche innescate in corrispondenza a certi conflitti. In particolare, per Hamer,  i micobatteri e funghi, filogeneticamente più antichi, corrispondono all’endoderma  (digestivo, respiratorio etc.) e ai conflitti che si somatizzano sugli apparati corrispondenti: conflitti di   autoprotezione e di sopravvivenza , es. di tipo alimentare; ai batteri, corrispondono gli organi di derivazione mesodermica (tessuto muscolare, scheletrico, vascolare), con i relativi conflitti inerenti l’autosvalutazione e l’integrità individuale ; infine ai virus vengono fatti corrispondere i tessuti di derivazione ectodermica (S.N.C.) e i conflitti più complessi ed “evoluti” e come quelli del territorio e della separazione.

Questo è solo un esempio particolare, anche se abbastanza famoso, di questa correlazione olistica stati psico-emotivi e patogeni (o emozioni/biofrequenze/patogeni).

Questa premessa è stata necessaria per dare una contestualizzazione alle ipotesi del Calligaris, e per mostrarne in realtà la profonda fondatezza, alla luce sia delle più recenti acquisizioni della medicina convenzionale, sia sul piano della medicina olistica e della naturopatia, delle biofrequenze ed altro, al di là della prima diffidenza che essa può mostrare. Occorre tener anche conto del fatto che Giuseppe Calligaris scriveva nella prima metà del Novecento, e solo ora riusciamo a poter comprendere il senso di ciò che poteva avere scoperto, in forza di una maggior messe di dati e di un più ampio sviluppo sia della scienza convenzionale sia di quella olistica. Possiamo quindi in qualche modo poter evocare l’immagine simbolica dei “nani sulle spalle del gigante”. Tuttavia lo stesso Calligaris aveva già ben presente la portata di queste correlazioni fra patogeni e costellazioni psichiche, dichiarando una sorta di legge, che chiama “Legge del richiamo degli agenti patogeni” e che esplicita in questi termini:

Come può avvenire che un elemento infettivo faccia d’un tratto la sua comparsa nell’organismo umano, anche in seguito a cause fisiche o psichiche che parrebbero non potere da per loro stesse richiamarlo? Non si sa. Sta però il fatto, che, in ogni caso, il richiamo avviene. Sta però il fatto, che se la malattia è conclamata, l’agente patogeno specifico con il quale essa è concatenata è sempre presente per denunziarla. Ebbene, da dove è, di volta in volta richiamato l’agente morbigeno? Da dove viene? Dove si trovava prima della sua comparsa che è rilevata dall’esame radiestesico delle placche e da quello eteroscopico? Viene dal mondo esterno, come succede nelle epidemie, o viene dal mondo interno, cioè dal nostro stesso organismo dove sappiamo che si trovano in permanenza e in latenza parecchi germi patogeni come ad es. il bacterium coli nell’intestino e il microbo della polmonite nelle fosse nasali? È già da tempo che noi ci siamo fatta questa domanda alla quale oggi o domani bisognerà pur rispondere: tutti i microbi che conosciamo e altri che ci sono ancora ignoti (patogeni e non patogeni) si trovano in permanenza ed in potentia depositati nel nostro organismo? Quando diciamo che provengono dal mondo esterno non forse siamo in errore?

Sulla scorta di queste doverose contestualizzazioni, ora procediamo ad esporre in sintesi il nucleo centrale delle ipotesi di Calligaris sull’origine infettiva di alcune patologie, fra cui il cancro e i disturbi psichiatrici, trovandone elementi di conferma, ma anche avanzando quella che, secondo noi, può essere la vera chiave di volta interpretativa, almeno in un certa casistica, che il Calligaris non poteva aver intuito e che – a nostro avviso- costituisce una nostra “scoperta”. Scoperta per la verità che può avere aspetti inquietanti e imprevisti, ma che per ora non vogliamo anticipare.


I dati delle indagini extrasensoriali

Dalle risultanze delle indagini condotte sulla base delle sue precedenti scoperte (le placche cutanee attivanti particolari fenomeni visivi extra-normali)  il  Calligaris  si è  mosso assumendo la natura microbiologica delle immagini rilevate dai suoi sperimentatori o soggetti esaminati (nel caso di indagine autoscopica).

Le immagini rappresentano una pluralità di “agenti” generalmente tutti dello stesso tipo: una tipologia e forma specifica per ogni malattia, elemento, questo, che avvalora l’ipotesi di partenza, confermando in presenza di una osservazione oggettiva e coerente, non di una manifestazione soggettiva e non ripetibile. Le osservazioni condotte su diversi soggetti indipendenti confermano invece la correlazione fra le forme osservate e la specifica patologia, e soprattutto la ripetibilità di questo tipo di osservazioni. Una particolarità tuttavia è che le forme di questi “agenti”, come avevamo accennato, si modificano, sia pur di poco, in relazione allo stadio della malattia: fenomeno in realtà che sarebbe del tutto nuovo per la moderna microbiolgia. Calligaris afferma che inoltre l’immagine relativa a questi “agenti”, nell’indagine eteroscopica, può essere incompleta nelle prime fasi della malattia, con qualche particolare non visibile, l’immagine risulta invece completa se la malattia è in fase avanzata: anche questo dato non trova spiegazione nella microbiologia anche se ha un senso in relazione al tipo di percezione extranormale su cui si basa questo tipo di indagini.

Tali agenti osservati, ipoteticamente supposti come “patogeni”, appaiono generalmente come un bozzolo nel quale ci sono delle forme assai particolari, spesso circonvolute, che a volte richiamano l’ immagine di strutture anche appartenenti al regno animale o vegetale. Esplicherebbero la loro azione patogena, secondo il nostro Autore, attraverso tossine, deduzione che fa per esclusione. Calligaris, per descrivere questi agenti potenziali,  usa il termine di Depositi, successivamente riferendosi ad essi anche come ultravirus (con riferimento alle prime scoperte dei virus, che allora venivano chiamati ultravirus o virus flitrabili; diciamo subito che questo accostamento ai virus va contestualizzato a quei primi passi della microbiologia e non va preso alla lettera). Calligaris era ben cosciente del fatto che tali “patogeni” non erano stati finora mai osservati e suppone che questa mancanza di evidenza e di osservazione fosse imputabile ai mezzi allora disponibili o alle dimensione estremante piccole degli agenti coinvolti. Scrive infatti:

Il dire che le malattie della mente non sono malattie infettive perché agenti patogeni non furono mai veduti è, come si comprende, un argomento privo di qualsiasi valore. Si sa che vi sono delle infezioni il cui agente morbigeno ci è ancora ignoto perché sfugge alle nostre investigazioni microscopiche. È anche cosa nota che, in questi casi, noi oggi parliamo di ultravirus o di virus filtrabili, probabilmente tali denominazioni non sono molto esatte, e devesi credere che si tratti, anche in tali casi, di agenti patogeni, che però ci restano invisibili in causa della loro estrema piccolezza.

Ovviamente l’espressione “virus” non va riferita alla nozione attuale dei virus, va appunto contestualizzata come una ipotesi di lavoro basata sulle conoscenze scientifiche dell’epoca, che avevano appena fatto individuare patogeni più piccoli dei batteri osservabili ai microscopi ottici disponibili allora. Verosimilmente diremmo che qui si potrebbe parlare sì di virus ma anche di nanobatteri, e i micoplasmi di cui si è detto potrebbero essere rispondenti a queste caratteristiche dimensionali. Tuttavia va detto che allo stato attuale tali patogeni apparsi, nelle indagini eteroscopiche non sono stati osservati in laboratorio, e soprattutto anche i micoplasmi non corrispondono alle forme così descritte. Sebbene dunque troveremo dei dati che certamente avvalorano l’importanza delle osservazioni di Calligaris, dobbiamo già anticipare che l’ipotesi “microbiologica” presenta alcune anomalie e dei punti critici, che devono in qualche modo far riconsiderare il senso di queste osservazioni.

È d’obbligo a questo punto riportare in sintesi i principali risultati delle indagini di Calligaris.

  1. La schizofrenia sarebbe causata da un cosiddetto agente tricefalo caratterizzato, appunto, da tre “teste”, o rigonfiamenti circolari localizzati attorno al capo, due laterali e una soprastante. Segue al di sotto il corpo allungato, dilatato nel mezzo e rastremato all’estremità inferiore che termina, nella sua fase completa, con una piccolissima biforcazione. Il germe è contenuto in un tenue velo di forma ovale, che ricorda un bozzolo.
  2. La psicosi maniaco-depressiva avrebbe un agente eziologico a spina di pesce. Ha un corpo allungato e granuloso, rigonfio nel mezzo e ristretto alle estremità, con una testa di forma triangolare, come l’apice di una lancia. Si trova racchiuso in un bozzolo di forma ovale, a bordi granulosi, e nell’interno si notano dei filamenti ricurvi che sono in relazione con l’agente, forse sono ciglia vibratili, e che presentano questa caratteristica: nella fase depressiva hanno la concavità rivolta verso l’alto, verso la testa lanceolata, nella fase maniacale, rivolta verso il basso, verso la coda, e nelle fasi intermedie, probabilmente non presentano convessità e quindi sono perpendicolari rispetto all’agente (tuttavia Calligaris osservò un solo caso “intermedio”, lasciando dunque come puramente probabile quest’ultima descrizione). A volte questi elementi si vedono isolati ma, generalmente sono uniti in serie, a catena di rosario, legati da due filamenti ricurvi con la convessità verso l’esterno, a formare degli anelli. Viene anche osservato come questo patogeno deriverebbe da un precedente stadio o da un agente patogeno di natura ignota (con forma di filamenti paralleli longitudinali, frammisti a elementi sferici).
  3. L’agente che la causa gli stati maniacali (mania) appare incluso in un bozzolo costituito da una rete di esilissimi filamenti e consta di una parte superiore di forma semilunare, con la convessità rivolta in alto, di costituzione spugnosa, dalla cui faccia concava inferiore discende un asse sottile che va in basso a unirsi alla faccia superiore convessa di un’altra semiluna, dalla cui parte concava si distacca un nuovo prolungamento eguale al precedente. A volte si trova anche una terza parte. Nel complesso, appaiono come funghi sovrapposti.
  4. La paranoia avrebbe un agente eziologico contenuto in un bozzolo ovoidale, del tipo di quelli già descritti. Esso è costituito da piccoli elementi che ricordano la forma di un serpentello o, più precisamente di una s, disposti in serie, l’uno sotto l’altro, in senso longitudinale, che non vengono in contatto (forse si attaccherebbero nei periodi più acuti della malattia). Per tale motivo l’ha chiamato: i serpentelli nel bozzolo. Calligaris suppone che l’origine di questo “deposito” sia da ricercarsi nella spirocheta.
  5. L’isterismo mostra di avere come agente eziologico un deposito di forma rotondeggiante, con un nucleo centrale e dei cerchi esterni, simile a quello delle psiconevrosi ma differenza di quest’ultimo possiede dei filamenti incrociantisi disposti a raggiera e al suo interno numerose formazioni granulose, che sembrano apparire su un fondo gelatinoso.
    A questo agente Calligaris dava il nome di rosa dai granuli. Questo patogeno si presenta in cinque possibili diverse stadiazioni, a seconda del grado di evoluzione della patologia (1- un deposito rotondeggiante con un nucleo centrale, alcuni filamenti ondulati intorno e qualche cerchio concentrico, 2 – un elemento affusolato, con un nucleo centrale, 3 – un elemento più aperto, a forma di ventaglio, con il nucleo verso l’apice, dei piccoli cerchi aderenti alla periferia e dei filamenti incrociantisi nella parte intermedia, 4- un ventaglio più aperto con una granulazione presente nel centro di ogni cerchio periferico, 5- l’aspetto finale della rose dei granuli).prova2
  6. L’epilessia corrisponde ad un deposito di forma semi-lunare o agente semilunare. Le due estremità non sono uguali: una più tondeggiante, una più lanceolata, da cui si dipartono dei filamenti. A volte si presenta leggermente ondulato e l’ipotesi di Calligaris è che queste variazioni di forma coincidano con le crisi epilettiche.
  7. L’imbecillità corrisponde ad un agente piriforme. È curioso osservare come questa evidenza mostrerebbe un preciso agente patogeno per una patologia definita, oggi tuttavia il termine ‘imbecillità’ in psichiatria  non indica una precisa entità nosologica, come invece si usava al tempo di Calligaris, ma indica genericamente una condizione di insufficienza mentale, più o  meno grave, riconducibile a quadri diversi.
  8. L’emicrania sarebbe una malattia infettiva del sistema neurovegetativo della corteccia cerebrale. All’esame eteroscopico, l’agente si presenta attaccato ai filamenti simpatici e che evolve per fasi cicliche, dandoci ragione delle crisi o attacchi che si presentano a periodi.

prova


Uno spiraglio sull’invisibile?

Prima di introdurre le mie personali interpretazioni su tutto questo,  faccio delle riflessioni su alcuni degli accostamenti patologici osservati da Calligaris:

1. – Nella Schizofrenia (nei testi “Dementia Precox”, con la nomenclatura psichiatrica dell’epoca) si osserva un presunto patogeno descritto come Agente Tricefalo, caratterizzato da un testa composta da tre formazioni sferiche, il corpo allungato, allargato nel mezzo e ristretto all’estremità che presenta una piccola biforcazione. Il germe è racchiuso in un bozzolo di forma ovoidale. Vi sarebbe una relazione con l’agente eziologico della tubercolosi, il micobatterio o bacillo di Koch; già all’epoca non era nuova l’ipotesi di un’origine infettivo-infiammatoria di questo disturbo psichiatrico. Calligaris riprese queste idee condivise da altri suoi contemporanei e le osservazioni secondo cui le crisi psicotiche si attenuavano quando insorgeva la tubercolosi. Il Calligaris riporta anche che in tutti i tubercolotici esaminati erano risonanti le placche della schizofrenia. Calligaris ipotizzò che il suo Agente tricefalo fosse un’evoluzione del bacillo di Koch. Tuttavia lui stesso ipotizzò un rapporto fra le due patologie più complesso. Non si tratta di una derivazione da una tubercolosi acquisita o di “prima generazione”.

2. – L’ipotetico agente supposto come eziologico del cancro ( la sferula dentata, che introduciamo ora, non avendone accennato prima) è una formazione che si evolve nel tempo in relazione con la stadiazione della malattia (da cui anche un certo interesse “diagnositco” reale, perché permetterebbe di correlare lo stadio della neoplasia al tipo di forma osservata). Un’ulteriore formazione è quella detta “germe del cancro” che denoterebbe una predisposizione ereditaria a questa patologia, connessa alla presenza di antenati, nel proprio albero genealogico, che avevano già sviluppato neoplasie. Immagine5Tale germe del cancro risulta avere una conformazione che ricorda una semiluna che poi tende a chiudersi, ad evolvere in forme sferiche fino ad arrivare alla stessa sferula dentata. I vari pattern di passaggio fino alla forma cancerosa differirebbero a seconda della storia dell’eredocanceroso, ed in particolare in funzione della generazione, a seconda che sia un figlio, nipote etc. di un malato neoplastico. Qui Callgaris usa espressamente il termine eredocanceroso e questo introduce ad un passaggio molto interessante: si tratterebbe di una eredo-infezione che passerebbe attraverso le generazioni. In particolare Calligaris fu portato ad ipotizzare che la sferula dentata “derivasse” in qualche modo, per adattamento pleiomorfico o per evoluzione dalla Spirocheta, l’agente eziologico della sifilide, e quindi una derivazione luetica per il cancro. Secondo Calligaris nello svolgersi del “film” eteroscopico compaiono immagini che sarebbero da ricondurre alla spirocheta, vista in sequenza evolutiva verso le altre forme come il germe e la sferula. Diverse altre ricerche radioestesiche ed eteroscopiche avrebbero corroborato questa idea.

Ora, è bene osservare che anche qui si avrebbe l’idea di una eredo-infezione o di una eredo-tossicità. Questo in qualche modo collima con alcune nozioni della medicina omeopatica, con cui non risulta che il nostro Autore avesse dimestichezza.  Il tassello mancante è la nozione di diatesi morbosa, un concetto che la medicina omeopatica deve al suo stesso fondatore, Hanhemann, che individuò nei “miasmi” il paradigma per interpretare le modalità diatesiche con cui si caratterizzano le espressioni patogene dei singoli individui. Le diatesi sono delle modalità generali, di tipo simil-costituzionale, in cui si esprimono, in modo caratteristico le patologie di un individuo nel corso della sua vita, e che rispondono a delle ipotetiche infezioni ancestrali dei progenitori.  In omeopatia “costituzioni”miasmatiche furono individuate nella diatesi psorica, sicotica, e luetica. Successivamente il Kent introdusse quella tubercolinica.

Come si vede è molto significativo che per due patologie, gravi ed  importanti anche sotto il profilo sociale (schizofrenia e cancro), questo tipo di indagine ha in effetti, e per via del tutto autonoma, trovato una sorta di “origine” nelle diatesi dell’omeopatia classica, o qualcosa di correlabile ad esse. Anche gli accostamenti non sono privi di significato, e sembrerebbero suggerire una sorta di conferma “esterna” ad entrambe le teorie, quella omeopatica e quella di Calligaris. Le modalità mentali del soggetto schizofrenico trovano effettivamente un certo riscontro nelle modalità dei rimedi della serie fosfo-tubercolinica in omeopatia (soprattutto Tuberculinum e Acidum phosphoricum), particolarmente polarizzati sul piano mentale e dalla marcata sensibilità, spesso incline alle distonie psichiche, e alla sovraeccitabilità. D’altra parte la diatesi luetica non è forse perfetta per descrivere i processi neoplastici (una specifica diatesi cancerinica è stata introdotta più di recente) anche se la natura distruttiva del luesinico si riflette almeno in parte nell’evoluzione di alcuni tumori. Resta significativo comunque che almeno due importanti diatesi omeopatiche siano investite lo stesso di un particolare ruolo “capostipite” nelle scoperte di Calligaris e soprattutto che queste ultime abbiano ugualmente confermato una qualche natura atavica (ed ereditaria) dei fattori eziologici putativamente coinvolti.

L’elemento invece che potrebbe un po’ mettere in difficoltà l’interpretazione biologica (sostenuta dallo stesso Calligaris) di queste sue osservazioni, è data dalla natura di queste “eredoinfezioni”. Infatti buona parte degli omeopati hanno supposto delle eredotossine alla base dei miasmi, ma tutto questo non viene normalmente inteso in senso biologico-fisico, cioè riferito al corpo grossolano ed agenti materiali appartenenti al piano fisico. Sarebbe piuttosto ingenuo ritenere che tale trasmissione di costituzioni patologiche sia svolto da un insieme di tossine materiali agenti sul piano fisico: agenti fisici in effetti mai isolati, non compatibili con le attuali leggi microbiologiche e insufficienti – se intesi come singolo ceppo patogeno- a spiegare non un singolo processo infettivo ma tutta una serie di inclinazioni e predisposizioni fisio-patologiche ad ampio spettro, olistiche, fino a comprendere aspetti comportamentali e mentali.  Ormai è piuttosto opinione diffusa fra molti omeopati che tali ipotetiche realtà siano da intendersi non come delle tossine fisiche, ma piuttosto come tossine sottili, per usare un termine tradizionale, oppure come campi di informazione, se si vuole rifarsi alla teoria dei sistemi.

Questo passaggio è molto importante perché pone le basi per un altro modello di interpretazione che non è legato alla microbiologia, almeno non in senso grossolanamente fisico.

In effetti se guardiamo alle osservazioni eteroscopiche riportate da Calligaris, queste formazioni osservate mostrano delle caratteristiche evidentemente ben lontane da quelli a cui ci ha abituato l’attuale microbiologia.

In favore di una interpretazione microbiologica c’è solo il dato che le osservazioni eteroscopiche indicherebbero anche aree dell’encefalo in cui sarebbero annidati focolai “morbigeni”. Tuttavia questo dato non è detto che sia interpretabile solamente alla luce dell’ipotesi biologica… In realtà, difficilmente i “depositi” descritti in queste ricerche possono essere assimilati ai patogeni attualmente noti alla microbiologia. Inizialmente Calligaris suppose che i “depositi” fossero i residuati della dissoluzione e dei processi metabolici di microorganismi. Oggi potremmo ad esempio accostare questa idea a patogeni sub-virali, ad esempio virioni e prioni (quindi qualcosa di inferiore nella scala evolutiva). Questa ipotesi sarebbe almeno compatibile con le ridotte dimensioni di scala di tali formazioni, che giustificherebbe la loro difficoltà di individuazione. Tuttavia Calligaris, nelle opere successive tende a vedere nei depositi una ulteriore fase di evoluzione di patogeni noti per lo più di origine microbica, alla luce del fenomeno del pleiomorfismo.

Entrambe le opzioni pongono comunque delle obiettive difficoltà: il pleiomorfismo, cioè la tendenza dei batteri a cambiare forma, è in realtà piuttosto raro in natura e riguarda, almeno allo stato attuale dell’arte, solo i micoplasmi, sprovvisti come sono di parete cellulare. Inoltre non risulta finora sia mai stato osservato un agente patogeno, responsabile di una patologia, che, una volta mutato di forma, divenga l’agente eziologico di un’altra. In pratica un fenomeno finora mai riscontrato.

Le forme che sono riportate dalle osservazioni eteroscopiche sono piuttosto anomale rispetto a quelle che usualmente presentano i batteri: basti pensare ad esempio alla “rosa dei granuli“, con la sua complessa e inusuale struttura. A volte i patogeni ignoti descritti da Calligaris posseggono un’asse di simmetria longitudinale ma sono asimmetrici rispetto all’asse mediano (si veda ad esempio l’agente tricefalo): sono quindi orientati in senso testa-piedi. Ciò è praticamente assente nei batteri; mentre si osserva invece nei parassiti di ordine superiore, microorganismi pluricellulari già organizzati e differenziati in senso organico. Questo però esclude chiaramente la natura batterica, e a fortiori anche quella di virioni o prioni. Del resto basta osservare l’Agente tricefalo, l’Agente dai baffi spioventi (legato a processi di paralisi progressiva), o l’Agente a fungo degli stati maniacali, per avere seri dubbi sulla loro natura “batterica”.

agente-a-fungo

Agente a fungo

agente-tricefalo

Agente tricefalo

Anche le formazioni a colonie descritte sono significativamente diverse da quelle note in biologia, mentre i movimenti sono ugualmente anomali. Ad esempio nel descrivere i movimenti delle “sferule dentate” (cancro), non si osserva il tipico movimento caotico di microrganismi in un fluido ma movimenti rettilinei lungo raggi incrociantisi all’interno di un sezione circolare!

Un patogeno molto particolare, che ci ha dato modo di riflettere sulla natura di queste osservazioni è detto da Calligaris “serpentelli nel bozzolo”… Importante osservare che secondo la biologia ciascuno di essi sarebbe un singolo agente patogeno, tuttavia essi si trovano raggruppati in colonna, all’interno di un involucro. Molti “patogeni” di Calligaris risultano circondati da formazioni di questo tipo di natura non ben chiara. Da un lato esse sembrano richiamare la “parete batterica”, mentre dall’altro stride con il presupposto dell’assenza di parete batterica, cosa che invece giustifica e permette il pleiomorfismo. Ugualmente sarebbe molto anomalo presupporre la presenza di tre differenti cellule batteriche (?) all’interno di una stessa singola parete batterica; tale fenomeno infatti non pare sia mai stato riscontrato finora.

Abbandoniamo per un attimo l’ipotesi biologica e supponiamo che queste “formazioni” così osservate attraverso l’indagine metapsichica siano enti di natura iperfisica, o sottile. A cosa queste forme così osservate ci rimandano?

Per quanto ciò potrà apparire paradossale, le forme più prossime a quanto osservato ci sembra di poterle rinvenire nel complesso iconografico delle religioni tardo-antiche, in particolare del corpus magico-sapienziale del periodo gnostico alessandrino… il che ovviamente non può non indurre a inquietanti ma suggestive riflessioni.Buona parte dei patogeni occulti osservati da Calligaris – non tutti ovviamente – sono riconducibili ad un proto-forma comune: un struttura serpentiforme o comunque allungata con un “testa”che presenta varie possibili varianti. Questa entità si presenta poi circondata da una sorta di capsula o bozzolo, di cui ovviamente non è chiara la natura.

serpente-leontocefalo-266x300

In particolare questo schematismo è riconducibile in modo sorprendente ad una entità ben nota nel “pantheon” dei daimones (esseri intermedi) noti al mondo ellenistico tardo antico, e in parte ai movimenti gnostici, somiglianza tanto più significativa in quanto persino i sigilli e i caratteri, associati a questa entità, spesso riprodotti su gemme e talismani, trova una parallelo corrispettivo in alcuni dei “patogeni” osservati da Calligaris.
L’entità mitologia in questione è riportata con il nome di Knoubis (Ξνούβις) o, secondo altre varianti, Knoufis, Kanobis, Knoumis (forse in relazione fonetica con l’antico Khnum, divinità dell’Alto Egitto, in effetti scrive l’egittologo Boris de Rachewiltz si tratta forse di una sincretizzazione di Khnum e di Agatodaimon). Le iconografie associate a questa entità raffigurano un serpente eretto dalla testa leonina, quasi sempre irraggiata da un corona solare. Questo elemento iconografico potrebbe essere facilmente emulato dalle formazioni riportate da Calligaris, dove le “teste” hanno a volte forma lanceolata (psicosi manica-depressiva) oppure oppure estroflessioni filiformi, baffi etc.

Un dato molto impressionante è che persino il “sigillo” o “cifra magica” associato a questa entità, una linea verticale che interseca tre forme serpentine, sembra trovare un preciso riscontro in certe strutture osservate da Calligaris: i cosiddetti “serpentelli nel bozzolo” ma anche soprattutto l’agente a fungo,in cui lungo un fuso centrale sono impilati elementi semilunari, spesso in numero di tre, altro dato molto significativo! (vedi sopra).

large-3 (1)

Gemma gnostico-magica del British Museum, raffigurante lo Knoubis

In questa sede si comprende anche cosa sia il “bozzolo”: si tratta del caratteristico nimbus, una sorta di aureola che circonda il corpo di personaggi divini nelle iconografie tradizionali, e ne manifesta l’irradiazione o il campo energetico. Nelle innumerevoli raffigurazioni che ci sono giunte, lo Knoubis era appunto ritratto con un nimbus attorno alla testa oppure a circondarlo interamente, sullo schema dei “cartigli” egizi.

Tale entità era infatti spesso raffigurata a scopo apotropaico su gemme e camei soprattutto nell’era tardo antica ed ellenistica, nell’Egitto greco-romano ed anche presso gli Gnostici, sia pure in vista di un uso medico-magico. Con precisione questa entità era uno dei decani e in particolare presiedeva ad una decade del segno del cancro. In quanto tale esso era per lo gnosticismo antico uno degli Arconti cosmocratori, entità che agiscono come ministri del Fato e dirigono gli influssi delle forze cosmiche, di fatto vincolando gli esseri entro la sfera della necessità. Lo gnosticismo ne accentuò il carattere negativo, riconoscendole – per varie ragioni su cui sorvoliamo – come entità sostanzialmente ostacolatrici sul piano spirituale. Sul piano medico-astrologico esse mediavano i possibili influssi negativi sulla salute degli organi corrispondenti, da cui l’uso magico per scongiurarli.

In particolare questo è uno dei pochi Decani di cui sia giunta una conoscenza abbastanza articolata. Probabile che ciò sia dovuto al fatto che esso fu per trasposizione “promosso” sino ad identificarsi con lo stesso Demiurgo, o Arconte massimo, lo Yaldabaoth degli gnostici, non a caso anch’esso raffigurato come un serpente leontocefalo, mercé anche la probabile derivazione da Khnum, antichissimo dio egizio con funzione di creatore-demiurgo. Ricordiamo che gli Arconti per lo gnosticismo sono sostanzialmente entità demoniache. Lo Yaldabaoth è anche a volte indicato come dodecacefalo (o eptacefalo) e nello Knoubis in effetti i raggi della corona sono spesso raffigurati in numero di sette. Questo dato che ha precisi significati – e ne sottolineano la centralità e il dominio sulle altre forze zodiacali o planetarie- potrebbe forse trovare un certo riscontro nella molteplicità di “teste” riportata da Calligaris (es. l’agente tricefalo).

Ora è lecito supporre che queste manifestazioni siano delle “irruzioni archetipali” di forze inconsce che già Jung aveva notato essere spesso presenti nei deliri e visioni di pazienti schizofrenici ma anche nella vita onirica dei pazienti nevrotici. Tali forze che, a mio avviso, sono da considerarsi al tempo stesso oggettive e soggettive, per la nota e tradizionale corrispondenza micro-macrocosmica,  ove non “integrate” (per usare il lessico junghiano) o non adeguatamente esorcizzate dal campo psichico collettivo dell’umanità, possono dar luogo a processi di degenerazione cognitiva, psicologica, fino alle patologie psichiatriche clinicamente codificate e a veri e propri processi di “invasamento”.

A mio avviso le indagini parapsicologiche condotte da Calligaris hanno evidenziato – dietro certe patologie- influssi diretti di questa natura, come testimoniata dall’emergere di forme simboliche coincidenti, in modo difficilmente contestabile, persino con le iconografie tradizionali appartenenti a quello specifico campo archetipale. Secondo questa ipotesi “iperfisica” non dovremmo dunque ipotizzare patogeni biologici (del resto esclusi dalla stessa medicina convenzionale), ma interferenze dal campo inconscio-archetipale o dal piano sottile (se si vuole usare il lessico della psicologia analitica ovvero quello dell’esoterismo). Il veicolo di queste influenze verrebbero dunque ad essere delle tossine “iperfisiche” (e qui ha senso e spiegazione l’osservazione metapsichica di aree e focolai in alcune aree del sistema nervoso, o meglio in realtà del doppio eterico di esso), il che trova una certa coerenza con l’idea delle eredotossine accennata in precedenza. È vero in realtà che in questi pazienti risultavano attive le placche delle “infezioni”… sarebbe davvero da chiedersi però se tali placche (identificate precedentemente da Calligaris) risultino attive solo in caso di infezioni di natura microbiologica oppure ad esempio in caso di parassitismo psichico oppure in forme di possessione (… se sono propenso ad ipotizzare una risposta positiva a questo quesito).

In questo quadro è molto significativo osservare che lo Knoubis doveva essere un decano del Cancro, che è domicilio della Luna e ad essa tradizionalmente corrisponde il sistema nervoso centrale e i suoi disturbi (non a caso gli schizofrenici erano anticamente definiti “lunatici”…). Questo trova quindi una certa coerenza con il fatto che queste osservazioni sono pertinenti soprattutto a patologie psichiatriche. E non è neppure casuale a mio avviso che ci sia una certa ricorrenza – nelle strutture riportate da Calligaris – di forme che ricordano delle semilune (tradizionale simbolo astrologico della luna). Chi dovesse stupirsi di queste considerazioni deve ricordare ad esempio che nella Medicina Tibetana tutte le patologie mentali sono sempre collegate eziologicamente a forme di possessione, e vengono indicate per ogni tipo di patologia psichiatrica le classi di esseri sottili (demoni e deva, asura, naga, etc.) che le causerebbero. Questo è il retaggio dell’antica medicina sciamanica che nel Tibet, dove la religione sciamanica Bön coesiste parallelamente al buddhismo, è ancora forte ed è stata inglobata nella medicina buddhista.

phurb3433

Analogamente possiamo dire di tutte le culture mediche influenzate dallo sciamanesimo, in cui peraltro i disturbi mentali (più ancora delle altre patologie) assumono un significato assai particolare. Del resto vediamo tracce di questo retaggio dell’antica medicina sciamanica in molte medicine tradizionali, ad esempio quella cinese. Essa aveva anticamente una base autenticamente sciamanica, legata al più antico taoismo e alle sue tradizioni esoteriche. Tali tracce rimangono ad esempio nella nomenclatura.  L’ideogramma cinese per lo hún 魂 (lo psichismo corrispondente al Fegato, spesso tradotto come “anima eterea”) contiene il radicale 鬼, guǐ (= fantasma) e faceva riferimento alle antiche concezioni riguardo ai demoni e agli esseri incorporei e alla loro capacità di causare determinate malattie.

A partire dal Periodo degli Stati Combattenti (V-II sec. a.C) la medicina cinese subì un processo di trasformazione in cui venne riformulata ponendo l’eziologia delle malattie su eventi atmosferici (in realtà i correlati energetici di questi, intesi come sha qi, energie negative) e tutta una fisiologia sottile legata ai vari tipi di Qi degli organi, il riferimento ad esseri intelligenti passando più che altro a livello implicito, nella migliore delle ipotesi. Si tratta di quel processo di spostamento del piano di riferimento (da quello spirituale a quello energetico-sottile, per poi passare, con la medicina moderna, a quello propriamente materiale) che segue il processo involutivo di declino spirituale della conoscenza umana e il suo scivolamento verso il materialismo. Tali residui si notano ad esempio nella tradizione medica aristotelica con i suoi “spiriti vitali” (o le varie anime di cui in Platone) che sono i correlati nel corpo eterico e astrale umano di certe funzioni fisiologiche. Ma originariamente questo lessico (appunto di orientamento animistico) faceva riferimento ad una concezione originaria in cui l’essere umano era percepito come una collettività o un aggregato di spiriti elementari – parimenti presenti nei regni della natura- e che componevano il suo campo energetico.Tutto questo rimandava più direttamente ad un ordine di realtà più alto, sovrannaturale. Ovviamente nel tempo la centralità di questa visione iniziale andò a perdersi, lasciando però vestigia nella nomenclatura di alcuni saperi sull’uomo (medicina e filosofie antiche).

A mio avviso le osservazioni di Calligaris, di cui non ebbe modo di intendere la reale portata e il vero significato, andrebbero lette secondo questa chiave. Di sicuro non siamo arrivati ad interpretare e decodificare tutto, ad esempio non sono al momento in grado di dare una lettura “archetipica” significativa, nel caso del cancro, della cosiddetta sferula dentata, ma credo che sia importante aver delineato un metodo di lettura e interpretazione che è basato sull’ipotesi iperfisica e della ricerca su base archetipica. Se questa lettura è corretta allora si deve giungere alla conclusione che le indagini parapsicologiche di Calligaris sono uno spiraglio che per via indiretta potrebbe confermare la realtà di concezioni assai più antiche della Weltanschauung moderna, secondo lo sviluppo del tempo lineare.  Chiaramente si tratta di una pretesa coraggiosa: riconoscere più o meno direttamente la natura oggettiva (o semi-oggettiva) di certe realtà extra-umane o sub-umane, significa di fatto dover ammettere la causa eziologica di alcune patologie (soprattutto quelle psichiatriche) in processi che sono attinenti al campo della possessione.

Ci rendiamo chiaramente conto di avere forse sollevato un velo che né la scienza, né il sentire generale della cultura moderna sono pronti ad ammettere e dunque tale osservazione rimarrà in sospeso, ricordando il detto evengelico:

chi ha orecchi per intendere intenda….

0000

Bibliografia 

  • G. Calligaris,  Il cancro  (1937)
  • G. Calligaris, Malattie infettive  (1938) 
  • G. Calligaris, Nuove ricerche sul cancro (1940)
  • G. Calligaris, Malattie mentali (1942)
  • C.G. Jung, Gli Archetipi dell’Inconscio collettivo, Bollati Boringhieri
  • G. Maciocia, I fondamenti della medicina cinese, Elsevier Masson
  • B. de Rachewiltz, I miti egizi, Tea edizioni
  • Lama Gangchen Rimpoche, Vajrapani il distruttore delle tenebre, Peace publications

Catene lineari del corpo e dello spirito

calligarisIl neurologo italiano Giuseppe Calligaris (1876-1944), vero genio dimenticato, è stato l’autore di sorprendenti scoperte – sorprendenti per il loro intrinseco significato, ma anche per la vastità di applicazioni e infine per la coerenza e l’organicità del quadro generale –  nel campo della medicina olistica e non convenzionale.
È anzi sorprendente che solo in tempi relativamente recenti, in Italia, si siano riscoperti gli studi di questo nostro connazionale, forse più stimato all’estero che in patria, anche a fronte del grande interesse che invece nel campo della medicina non-convenzionale è stato rivolto a studiosi stranieri. Fortunatamente, come diremo i suoi studi sono stati ripresi, ed anche ampliati in un sistema di trattamento psicosomatico ad opera di due ricercatori e sperimentatori italiani che hanno trovato il modo di adattare in un modello operativo le sue scoperte teoriche.

Già dalla sua tesi di laurea dal titolo Il pensiero che guarisce (1901) incentrata sul potere di autoguarigione della suggestione, il giovane Calligaris legò il suo interesse di neuropsichiatra alla ricerca psicosomatica, un tema che avrebbe sviluppato nelle sue successive e sorprendenti ricerche. Malgrado i suoi brillanti meriti accademici (fu ordinario alla Sapienza) e le sue pubblicazioni di alto rigore, una dei quali, Il sistema motorio extrapiramidale (1927) fu adottata come testo universitario per molti anni a seguire, le sue scoperte e le pubblicazioni “di frontiera” gli valsero l’ostilità, anche ingiusta e preconcetta, della comunità di allora. Questo suo isolamento fu anche la causa dell’oblìo in cui caddero le sue ricerche per diversi decenni, almeno in Italia. Visse negli anni in cui la neurologia e la neuropsichiatria cominciavano a delineare il loro statuto scientifico. Ma i suoi studi andarono molto oltre il paradigma della medicina su base meccanicista, del resto implicavano un sistema di relazioni energetiche di tipo sottile.

Erano anche gli anni in cui il neurologo inglese H. Head spiegava il “dolore riferito” e, attraverso le zone di Head, descrisse la proiezione cutanea dei riflessi viscero-sensitivi (convergenza di innervazioni  viscerali e di particolari aree cutanee sugli stessi metameri spinali);  e in cui il dott. W. Fitgerald indicava delle zone longitudinali della pelle, dette dermatomeri,come base per trattamenti antalgici e con la sua assistente Eunice Ingham poneva le basi della  riflessologia plantare.  Ma il lavoro di Calligaris andò molto oltre per portata e soprattutto per implicazioni teoriche, dato che si basava per lo più su relazioni sottili, legate al corpo eterico e non riconducibili a spiegazioni neurologiche – anche se, va detto, Calligaris non azzardò mai interpretazioni esplicite in questo senso ma si limitò a registrare empiricamente ogni corrispondenza. Fu questo fatto che gli valse l’ostilità del mondo scientifico così come l’aver mostrato di poter eseguire, attraverso le sue scoperte, determinati esperimenti di parapsicologia (o di metapsichica come si diceva all’epoca), esperimenti peraltro abbastanza eclatanti ed eseguiti in presenza di numerosi osservatori, che impressionarono persino lo yogi indiano Yogananda, in una sua visita in Italia nel 1934, in cui poté assistere ad un fenomeno di remote viewing attraverso un muro indotto da Calligaris su un suo paziente, come Yogananda stesso ci riferisce nella sua Autobiografia di uno yogi. Del resto questi suoi studi attirarono l’interesse di diverse intelligence militari: i suoi appunti furono trafugati dagli austro-tedeschi che avevano occupato il Veneto durante la Prima Guerra Mondiale, e infine dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale (e non è un caso se Germania e Stati Uniti sono i Paesi in cui si sono sviluppate scuole di medicina complementare, seppure semplicistiche, ispirate alle sue scoperte).

Nelle sue opere principali (che contano più di sedici volumi),  Le Catene lineari del Corpo e dello Spirito (1928),  La Fabbrica dei sentimenti (1932), Le meraviglie dell’autoscopia (1933), Le meraviglie dell’eteroscopia (1934), Telepatia e telediagnosi (1935), Le immagini dei vivi e dei morti richiamate dalle loro opere (1935), L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo (1937), Le meraviglie della Metapsichica (1940), Nuove ricerche sul cancro (1940), Le meraviglie della Metafisiologia (1944) è esposto il quadro coerente ed organico di una fisiologia sottile che si articola su linee energetiche disposte in modo reticolare lungo la superficie del corpo umanoNel cercare di spiegare la correlazione fra aree cutanee ad alterata sensibilità e danni alla corteccia cerebrale (correlazioni spesso non spiegabili sulla base delle ipotesi meccanicistiche della neurologia) Calligaris si imbatté nell’osservazione che la stimolazione cutanea (che lui definiva “carica”) lungo percorsi lineari generava sempre determinati riflessi fisici e sensazioni soggettive (” di repère “) e al contempo anche l’attivazione di determinati sentimenti.L’individuazione di queste strutture permette di dare indicazioni certe e soprattutto ripetibili dello stato psico-fisiologico dell’individuo. Queste prime scoperte furono poi ampliate da Calligaris in tutto il corso della sua vita; il suo interesse fu soprattutto per la mappatura e la ricerca di base, non pensò a svilupparne le potenzialità terapeutiche: la maggior parte delle sue ricerche hanno puntato ad evidenziare riscontri di tipo psicologico (attivazione di emozioni e sentimenti) e parapsicologico (attivazione di esperienze e facoltà extra-sensoriali). A tal proposito va detto che Calligaris non avanza mai nessuna interpretazione su base “occultistica” ma semplicemente da medico e da scienziato si è limitato alla registrazione di eventi e condizioni sperimentali ripetibili. Tuttavia la sua familiarità con concetti come “aura” “campo aurico”, “chiaroveggenza” ed altri, testimonia una conoscenza del lessico della metapsichica del tempo e della terminologia esoterico-occultistica. Dalle scarse indicazioni biografiche nulla sappiamo di quale milieu possa aver costituito il suo retroterra formativo, né di come fosse pervenuto a certe straordinarie e circostanziate scoperte. Mia personale convinzione è comunque che avesse avuto contatti con la corrente della Teosofia, sebbene prove diretta al momento non si conoscano. Rileviamo però che un suo allievo e collaboratore, Edoardo Bratina (1913-1999) è stato segretario della Società Teosofica. calligaris (1)

Un ultimo riferimento alla storia di queste scoperte: sono stati due studiosi italiani, Flavio Gandini e Samantha Fumagalli, a riscoprire di recente il lavoro di Calligaris e farlo conoscere in Italia. Il loro grande merito è stato non solo quello di aver portato avanti la sperimentazione ma sopratutto di aver creato un sistema operativo in grado di tradurre gli studi di Calligaris in un metodo di medicina olistica, con possibilità di intervento ed applicazione concreti nel campo della psicosomatica, denominato come Dermoriflessologia®.

Un altro merito di questi ricercatori è di aver allargato gli “orizzonti teorici” di riferimento integrando nella Dermoriflessologia gli insegnamenti di autori come Jung, Gurdjieff, Carlos Castaneda e R. Steiner. Questi inquadramenti teorici sono risultati utili per contestualizzare le scoperte del neurologo Calligaris e creare un quadro di riferimento sulla struttura della psiche e dell’inconscio, un’ antropologia e una fisiologia iper-fisica (soprattutto di componente steineriana) per la spiegazione teorica di alcuni processi sottili, degli sviluppi evolutivi e dell’espansione delle facoltà. Come si vedrà infatti la Dermoriflessologia ha due principali campi di applicazione: uno di tipo medico nel senso soprattutto di medicina olistico-energetica (ma anche con interessanti possibilità di applicazione anche nella psicoterapia e nella psicologia clinica, come tecnica complementare) ed un altra di tipo evolutivo come integrazione e sviluppo delle facoltà cognitive, psichiche e della personalità.

 


Il Grande Reticolo Energetico

Calligaris aveva dunque individuato delle linee “energetiche” lungo la superficie cutanea, dal tracciato rettilineo in grado di attivare riflessi fisici e soprattutto emozionali.Si tratta ovviamente di linee energetiche sottili in quanto non rilevabili con strumenti, almeno non direttamente, e non spiegabili con anatomiche osservabili o già note. Il primo paragone che potrebbe sorgere in mente sono i meridiani di agopuntura, ma l’accostamento non è esatto, in quanto questi ultimi seguono tragitti ipotetici che collegano dei punti specifici, e sono soprattutto questi punti a presentare un significato operativo e fisiologico. Tali meridiani hanno percorsi non lineari , inoltre scorrono nello spazio sottocutaneo a diversi “livelli” di profondità anche se questa profondità non è direttamente “misurabile”. Le linee di Calligaris sono invece perfettamente rettilinee, inoltre si dispiegano esattamente all’esterno del corpo, sulla superficie cutanea. Inoltre il nostro autore non mostrava di conoscere la Medicina Cinese, né fa mai riferimento nelle sue opere a tale sistema medico, dunque verrebbe da supporre una totale autonomia di scoperta. Si tratta in realtà di strutture diverse, entrambe “reali” nel proprio ambito e contemporaneamente. E tuttavia alcune analogie fra i due sistemi di riferimento possono essere osservate.

Vi sono dieci linee principali, che decorrono in senso longitudinale, senza soluzione di continuità lungo la superficie anteriore e posteriore del corpo, ognuna forma dunque una “catena”, o un anello chiuso. Ognuno di questi anelli rappresenta un sistema di corrispondenza organo-emozione, ma con una certa polarità poiché il lato dorsale identifica prevalentemente il riflesso emozionale, mentre il lato frontale quello organico-fisico. Come vedremo, due di esse hanno un particolare significato, oltre che anatomico anche di valore funzionale: la linea laterale, che divide la parte frontale e quella laterale del corpo, e la linea centrale, l’asse di simmetria del corpo.
Le linee che passano centralmente agli arti e al capezzolo (linea mamillare) sono dette, insieme alla linea centrale, mediane, vi sono poi altre quattro dette intermedie. Esse sono le dieci linee principali. Fra ognuna di esse vi è approssimativamente la distanza di un palmo (riferito al soggetto).

Scan_20160312_105350

Il Grande Reticolo Energetico

  • I Linea (laterale del corpo) – Funzione psichica:”dissociazione“, da intendersi come processi logico-analitici. Emozione: estroversione. Corrispondenza fisica: Sistema Nervoso Centrale.
  • II Linea (mediana del braccio destro)– Emozione: amore. Corrispondenza fisica: intestino.
  • III Linea (ascellare destra, intermedia) – Emozione:oblio (ricordi inconsci). Corrispondenza fisica: stomaco.
  • IV Linea (mediana della gamba) – Emozione: memoria (ricordi consci). Corrispondenza fisica: uro-genitale e vescica.
  • V Linea (inguinale destra, intermedia) – Emozione: odio, aggressività. Corrispondenza fisica: fegato
  • VI Linea (mediana del corpo) – Funzione psichica: “associazione” (processi cognitivi sintetico-intuitivi). Emozione: introversione. Corrispondenza fisica: Sistema neurovegetativo, reni, apparato muscolo-scheletrico.
  • VII Linea (inguinale sinistra, intermedia) – Emozione: dolore, capacità di resistenza. Corrispondenza fisica: milza.
  • VIII Linea (mediana della gamba sinistra) – Emozione: piacere. Corrispondenza fisica: pancreas.
  • IX Linea (ascellare sinistra, intermedia) – Emozione: Calma, sonno. Corrispondenza fisica: polmoni.
  • X Linea (mediana del braccio sinistro) – Emozione: eccitazione, attività. Corrispondenza fisica: cuore, tiroide.

Il reticolo si forma dall’intersezione di queste dieci linee primarie longitudinali con le corrispondenti primarie trasversali (orizzontali, distanti fra loro anch’esse  circa una decina di cm) le quali, seppure con minore incisività, hanno le stesse relazioni e significati. Quattro linee  primarie ortogonali fra loro (tutte mediane o tutte intermedie) secondo il Calligaris individuano un Grande quadrato fondamentale.Scan_20160312_105409 All’interno di ogni quadrato fondamentale si riproduce in modo “frattale” la struttura del Grande Reticolo. Il Calligaris aveva dunque individuato sperimentalmente un struttura ricorsiva o frattale che giustifica il principio olistico (spesso alla base di molti sistemi riflessologici) per cui la parte riproduce il tutto e il Tutto si rispecchia nella parte.
Su ogni linea ( a qualsiasi livello del “frattale si collochi) scorre l’energia corrispondente a quell’emozione o meglio a quel sistema emozione-organo; ma anche, secondo Calligaris, le memorie e le esperienze cristallizzate relative a quello specifico dominio.

 

È importante a questo punto evidenziare che vi è una particolare legge che regola la relazione fra il riflesso cutaneo, la memoria emozionale e un organo. L’iperattività di un organo (per varie ragioni, maggior carico funzionale etc.) produce l’attivazione dell’emozione corrispondente (es. fegato-rabbia) ma anche l’ipersensibilità di un’area cutanea. Tale corrispondenza è vera in ogni senso ed è perfettamente circolare (Legge della Triplice Corrispondenza). Si capisce allora come la pelle  possa essere sfruttata come efficace panello di controllo, sia “in lettura” che “in regolazione“, del nostro sistema psicofisico.Una seconda legge quella dei “Complementari” verrà spiegata a breve.

Oltre alle primarie esistono linee secondarie, ogni primaria è accompagnata da otto secondarie parallelamente alla primaria, quattro su ciascun lato. Esse formano così una banda assiale (che ha lo spessore di circa 1 cm) di cui la primaria è l’asse di simmetria. Le secondarie “specificano” le primarie, indicano i possibili campi d’applicazione di quel sentimento (oppure porzioni d’organo se ci riferiamo al lato frontale della catena). I loro significati sono, in relazione ad un sentimento generico:

  1.  sentimento sessuale (riferito cioè al sesso)
  2. sentimento familiare (riferito alla famiglia)
  3. sentimento per la patria (la nazione, ma può riferirsi ad un gruppo di appartenenza più ampio della famiglia e più esteso, una tribù, un clan un partito)
  4. sentimento umanitario e religioso (riferito a tutta l’umanità nel suo insieme e alla sfera divina)
  5. sentimento per la società
  6. sentimento per la natura
  7. sentimento per l’arte
  8. sentimento per il lavoro

In sostanza l’effetto di una carica su quella linea secondaria suscita sentimenti ed immagini (ricordi, esperienze) riferiti a quell’emozione e all’ambito specifico: es. la linea di amore (I) per la patria suscita nel paziente posto in stato di rilassamento le immagini di bandiere, canti patriottici, parate; quella di piacere (VIII) per la natura suscita il desiderio di trovarsi all’aperto o può indurre immagini e sensazioni di esperienze piacevoli a contatto con la natura etc.

Si può osservare che le otto secondarie sono disposte specularmente, la 1-8 indicano un campo strettamente individuale, la 2-7 un campo più ampio fino ad arrivare alla 4-5 alla massima universalità. La prima emibanda (1-4) evidenzia una modalità “statica”, riguarda l’essere, l’altra (5-8) una modalità “dinamica” ed evidenzia un fare o un relazionarsi (società, lavoro).

Scan_20160312_103154

Linee primarie e secondarie della mano

Per ragioni tecniche e pratiche si è deciso di effettuare trattamenti soprattutto sul quadrato fondamentale della mano. Come già detto il Calligaris si era prevalentemente concentrato sul lavoro sperimentale e sulla ricerca teorica, con una puntuale annotazione dei fenomeni di repère (sensazioni soggettive in risposta alla carica, o correlazioni fra iperestesia delle linee e disturbi neuropsichiatrici), ma non aveva elaborato su questa mappatura un metodo sistematico per un trattamento psicosomatico. Gandini e Fumagalli, gli elaboratori della metodica della”Dermoriflessologia”, hanno utilizzato un’apparecchiatura Tens (Transcutaneous Electrical Nerve Stimulator) per la stimolazione delle linee e delle bande. Questo permette oltretutto di modulare lo stimolo e di protrarlo per il tempo necessario. Calligaris impiegava ai suoi tempi un ago faradico per cercare le linee, oppure un martelletto di metallo raffreddato per stimolare le placche. Inoltre il metodo impiegato tiene conto dell’anzidetta Legge dei complementari. Calligaris solitamente usava stimolare le aree iperestesiche. Ciò non è però  privo di disagi indiretti per il paziente, poiché esaspera uno stimolo emozionale già in atto prima di vedere dei risultati positivi, se ci si pone in un’ottica di trattamento psicosomatico. Le linee – o meglio le catene – sono collegate da rapporti funzionali anche se non “anatomici”. Ad esempio amore-odio sono due sentimenti complementari, così si è visto che anche le loro linee compensano o trasferiscono l’una sull’altra l’iperattività di una delle due emozioni. Dopo una fase di ipersensibilità di una linea (dovuta ad un carico fisico o emozionale) l’ipersensibilità si accende sulla complementare. Nella nostra metodica si preferisce lavorare bilanciando sempre la linea complementare: evitando la stimolazione diretta su linee già “accese”. Le coppie di complementari o “bilance” sono cinque: Amore-Odio, Memoria-Oblio, Piacere-Dolore, Sonno-Eccitazione, e Associazione -Dissociazione. Quest’ultima categoria è particolare, si tratta non solo di una coppia di attitudini emozionali (estroversione/introversione) ma di vere e proprie modalità psichiche e cognitive, in grado di gestire tutti gli altri sentimenti. Potrebbe apparire notevole il fatto che le due linee corrispondenti occupino infatti l’asse di simmetria del corpo  (piano sagittale) e il piano frontale. Essi gestiscono ogni altra emozione così le secondarie della Banda I e VI avranno, oltre agli otto campi di applicazione di cui sopra la funzione di controllo delle altre emozioni (es. Dissociazione del piacere, del dolore, dell’amore, dell’odio etc.): queste secondarie sono così scomponibili in due diversi registri. In totale si avranno  80 + 8 +8, cioè 96 linee secondarie in totale. Ciò ha fatto pensare alla suggestiva idea che tale numero potesse essere messo in relazione ai 96 (o 960) “petali” del sahasrara chakra, il chakra coronale della fisiologia sottile induista. In qualche modo queste 96 linee longitudinali potrebbero essere pensate come la proiezione sulla superficie cutanea dei “filamenti luminosi” che il chakra coronale proietta lungo e attraverso il campo aurico.

Un punto di forza a livello operativo è che attualmente con una strumentazione di tipo Tens, impiegata in questo contesto come uno strumento di biorisonanza, si può modulare la frequenza del segnale in entrata. Diverse frequenze  possono così agire su diversi livelli della coscienza (e dell’inconscio) e parallelamente su diversi livelli energetici. In Dermoriflessologia si usano di solito quattro diverse frequenze che, per il loro effetti e il livello su cui risuonano, sono posti in relazione con i corpi fisico, eterico, astrale e causale, i primi tre soprattutto tratti dalla fisiologia di Steiner.

 


Le placche cutanee

Dalla combinazione di linee secondarie fra di loro la definizione di sentimenti terziari, le possibili combinazioni sono teoricamente infinite. Tali combinazioni terziarie non hanno una proiezione lineare ma, secondo il Calligaris si riflettono su piccole porzioni cutanee circolari dette placche. Calligaris ha indicato un gran numero di emozioni e sentimenti   “scomponibili”, secondo la sua sperimentazione, in combinazioni delle linee secondarie.

A titolo di esempio l’amicizia sarebbe riconducibile a una sommatoria di cariche della secondaria 6 del pollice (Amore per la Natura) e della 4 dell’indice (Memoria per l’Umanità); l’ottimismo sarebbe dato dalla carica contemporanea della secondaria 5 della banda dell’anulare (Piacere per la società) e dalla 5 del pollice (Amore per la società); la vendetta da 1 secondaria dell’anulare (Piacere per il sesso) e 5 della seconda interdigitale ( Odio per la società) etc. (un grande numero di emozioni sono così riportate da Calligaris nei tre volumi de La Fabbrica dei sentimenti). Tali sentimenti vengono suscitati sperimentalmente nel soggetto dalla carica di tali linee, oppure, esse risultato spontaneamente iperestesiche se il soggetto sta provando quei sentimenti .

Le placche non si limitano a tradurre solo sentimenti secondari e terziari ma tutta una varietà di effetti di natura riflessologica che implicano sviluppo di capacità, fenomeni psichici, anche di tipo extra-normale, riattivazione di ricordi etc. o realtà dell’ambito umano: anni, età, settenni, rapporto con gli antenati, i genitori, oppure fenomeni esterni come numeri, colori, lettere dell’alfabeto (di cui è possibile evocare l’idea o l’immagine nell’esaminato) oppure fenomeni macrocosmici come i pianeti, i metalli (di cui è possibile attivare la visione o l’immagine o anche risonanze ‘radioestesiche’). Scan_20160312_112902Le placche individuate da Calligaris sono nell’ordine di qualche migliaio ma metodologicamente possiamo prevedere che siano in numero potenzialmente infinito (L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo).

Le placche sono zone circolari di dimensioni variabili in genere fra i 6 e i 15 mm.  Un ulteriore merito di Gandini e Fumagalli è stato di aver constatato che la zona di maggiore sensibilità della placca è la circonferenza esterna (oltre al centro). Tale fronte di sensibilità in seguito a stimolazione, retrocede verso l’interno della placca. Al contempo le impressioni e ricordi suscitati appaiono più antichi e remoti, fino a farsi non più “individuali”. Così si è imposta l’evidenza che tali placche agiscano come un registro, esattamente come un “disco di vinile” in cui i solchi più esterni rinviano a sensazioni fisiche e memorie più recenti, fino a dare, via via che si procede verso il centro, immersioni nell'”inconscio profondo”, memorie ataviche ed ancestrali, fino ad arrivare, per alcuni, a puntate nel super-cosciente, dove si ha l’esperienza “informale” di una certa emozione o sentimento. Per tale ragione è stato efficace introdurre una stimolazione anche con spiraline metalliche in grado di associare alla stimolazione meccanica quella dell’ onda di forma radionica.

In base al tipo di sensazione suscitata è stato possibile anche qui ascrivere ai diversi livelli di profondità della placca la relazione con i quattro corpi della fisiologia sottile. Dagli strati esterni vengono suscitate sensazioni fisiche e memorie individuali; già oltre sorgono ricordi ed esperienze riferibili a membri antichi della propria famiglia, gli antenati, portando alla luce anche eventi non conosciuti dall’esaminato, ma storicamente individuabili o confermabili. Siamo quindi probabilmente nell’area di pertinenza del corpo eterico, depositario della memoria di sangue e della stirpe. Più oltre sorgono contenuti psichici (anche molto coinvolgenti emotivamente) anche molto antichi  e non riferibili al vissuto individuale. Non necessariamente qui si devono supporre ipotesi reincarnazioniste su vite precedenti a livello “individuale”,  può essere ad esempio utile richiamarsi anche alla nozione di Inconscio collettivo di Jung. A questo livello ci possiamo riferire al cosiddetto corpo astrale. Queste osservazioni hanno rafforzato l’importanza delle scoperte di Calligaris che inizialmente non contenevano tali riferimenti ai corpi sottili:  questi accostamenti hanno permesso di interpretare meglio il senso di queste scoperte e di inserirle in una comprensione teorica più ampia.  Scan_20160312_112326

L’ultimo livello è stato posto in relazione al corpo causale, che si può far corrispondere al Sé della psicologia transpersonale. Questo “ente” o “corpo” in effetti però, per le dottrine sapienziali ed orientali da cui è tratto (Sé, in sanscr. Atma) rappresenta il nucleo totalmente trascendente della Personalità, in una certa misura sovraindividuale, e non si incarna e non partecipa dell’incarnazione se non attraverso il suo riflesso nella nostra dimensione: l’Io. Si tratta di una dimensione della coscienza di cui solo pochissimi arrivano a fare esperienza, in modi comunque fuggevoli, e solo in conseguenza di forme di elevazione e di ascesi particolari. Propendo quindi per riferire questo strato delle placche – ed anche le relative frequenze di trattamento-  piuttosto al corpo mentale superiore, che è il piano immediatamente sotto il causale e si riferisce comunque a stati della coscienza particolarmente elevati, astratti e informali, che trascendono comunque l’astrale ordinario (fatto di forma e animato dal desiderio) e assimilabili ugualmente alle esperienze che suscita la stimolazione delle porzioni centrali delle placche.  Ma si tratta di interpretazioni teoriche o terminologiche che non incidono nella pratica di questa tecnica. Si osserva però che non sempre tutti gli individui riescono a rispondere al trattamento sulle frequenze corrispondenti a questo “corpo”, segno che il loro sviluppo animico non raggiunge ancora tale livello.

I campi di applicazione della placche sono moltissimi. Va detto che un buon numero di esse possono essere impiegate per scopi terapeutici più o meno diretti ( vi sono placche per trattare anche le dipendenze e gli abusi di sostanze ad esempio) o comunque per il riequilibrio della personalità, il benessere psicofisico, la risoluzione di conflitti, l’elaborazione consapevole di contenuti inconsci. Soprattutto Calligaris individuò delle placche in grado di segnalare patologie a carico di organi, utilizzabili per una futura “diagnostica” non-convenzionale ( cfr. Telepatia e Telediagnosi). Tale campo merita di essere sviluppato in modo particolare, data la sua grande utilità per le medicine olistiche.

Le numerose placche risonanti degli anni (da 1 a 100) e dei mesi di gestazione sono uno strumento importantissimo nelle mani di un terapeuta, in quanto capaci di riportare in modo molto rapido alla memoria anche un vissuto profondamente rimosso. Tali riemersioni avvengono sotto forma di immagini durante le sedute o, più spesso, in forma di sogni nei giorni immediatamente seguenti, generalmente in una modalità tale da avere la possibilità di elaborare anche elementi sgradevoli o traumatici, anche perché la dermoriflessologia interviene sulle placche solo dopo aver fatto lavori di riequilibrio sulle linee primarie, riportando il sistema ad un più alto livello di consapevolezza, e di equilibrio animico. Lo scorrere del tempo viene registrato sulle placche. Di esse risulta “attiva” cioè sensibile quella dell’anno in corso, ma anche – scoperta recente, non contemplata inizialmente dal Calligaris –  tutte quelle contenenti materiale non “risolto”. A volte capita che l’indicazione delle placche possa avvenire spontaneamente, anche attraverso il sogno, ad esempio con l’indicazioni di numeri specifici, quando ciò avviene è segno che il soggetto trattato sta seguendo spontaneamente un processo di auto-guarigione, che il sistema sta evolvendo verso un punto di equilibrio più stabile e maturo. Si tratta dunque di uno strumento potente ed efficace, ma anche molto sicuro, di comunicazione con il subcosciente, di risoluzione di conflitti e di presa di coscienza. La finalità è l’aumento di consapevolezza e di conoscenza di sé, sbloccando nodi psichici ed energetici.

neverending_dreamer

Interessante osservare, e nella nostra pratica di operatori capita con un certa frequenza, la potenzialità di agire su quella che la psicologa alsaziana A. Schützenberger ha definito “sindrome degli antenati”.  Come abbiamo detto le placche possono registrare anche memorie dei propri ascendenti, rispondendo a quello che è il campo morfico della propria famiglia. Quando si trattano placche relative ad un anno, si può interagire anche con la memoria collettiva familiare, con le esperienze storiche degli antenati, ad esempio i traumi da essi vissuti, che rendono – a volte- l’età anagrafica in cui sono avvenuti una data fatidica anche per i discendenti (fenomeno di cui la Schützenberger ha riportato ampie casistiche cliniche): in questi casi l’impiego in particolare delle frequenze per l’eterico, si può rivelare particolarmente utile.

Molte altre placche hanno una destinazione che potremmo definire “evolutiva” più che terapeutica. Si tratta delle placche di attivazione di ampliamento delle facoltà cognitive, anche in campo cosiddetto ESP . Vi sono diverse placche in grado di attivare ad esempio fenomeni di remote viewing, come abbiamo ricordato già all’inizio, numerose per attivare fenomeni di chiaroveggenza (ma che richiedono trattamenti prolungati per creare delle vere e proprie attitudini), alcune per evidenziare la visione dell’aura. A tale riguardo le placche sono classificate come:

  • risonanti (in grado di attivare la visione di immagini o informazioni relativi a sé stessi)
  • consonanti (in grado di attivarle in relazione a terzi, posti ad una certa distanza o aventi una certa relazione con l’esaminato).

Tale distinzione si sovrappone a quella fra placche autoscopiche (le prime) ed eteroscopiche (le seconde)

Un gruppo molto interessante di placche, in questo contesto, sono quelle riguardanti il campo onirico.  Placche delle Ricapitolazione onirica inversa rievocano in sogno il ricordo di eventi vissuti, a ritroso nel tempo dal più recente al lontano passato. Trattate progressivamente, sono una base per avere rimandi ed indicazioni di contenuti da sviluppare o elaborare più nello specifico, così come le placche di regressione per “settenni“. Alcune possono essere impiegate, sopratutto nei primi trattamenti per aumentare la capacità di ricordo dei sogni, altre per l’induzione delle visioni ipnagogiche, per il potenziamento delle percezioni sensoriali nei sogni, colori più vividi, percezione tattile nel sogno etc. L’espansione della capacità di utilizzo del mondo onirico come mezzo per scandagliare l’inconscio mostra il potenziale supporto che la dermoriflessologia potrebbe esercitare anche in affiancamento alla psicologia. Non a caso è stato proficuo integrare la tecnica con le concezioni della psicologia junghiana, con la dimensione degli Archetipi come necessaria chiave di interpretazione del codice onirico.

Vi è anche la possibilità di indurre o favorire il sogno lucido (o consapevolezza del sogno), per coltivare quella che Castaneda chiama “seconda attenzione“. La capacità di tenersi coscienti e d aver il “ricordo-di-sé”è una pratica delle tradizioni sciamaniche per agire, spostarsi e operare coscientemente nell’astrale del sogno. Impossibile qui entrare nel dettaglio di questo dominio, invece è bene far notare come tali strumenti riflessologici possono essere coadiuvanti per sviluppare attitudini di questo tipo, l’affascinante campo dell’onironautica.

Le potenzialità di queste tecniche e della mappatura di Calligaris sono grandissime: spaziano dalla psicosomatica, allo sviluppo delle facoltà cognitive, all’integrazione della personalità.  L’importanza di queste scoperte è tale che nessun operatore, ricercatore, naturopata o medico olistico dovrebbe ignorarle. È anche un motivo di orgoglio che proprio in Italia siano state riscoperte le intuizioni del Calligaris  (dopo aver goduto di interesse più all’estero che in patria) ed organizzate in un metodo operativo per il trattamento psicosomatico. È nostra speranza che tale metodica si diffonda anche all’estero e possa arricchirsi del contributo e dell’esperienza di operatori olistici, medici, psicologi, come in parte sta già avvenendo. Un grande contributo italiano alle scienze di confine e alle medicine olistiche.

 

Bibliografia

F.Gandini, S. Fumagalli,  L’anima svelata, Anima Edizioni, 2006.

F.Gandini, S. Fumagalli, Riflessologia della memoria, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009.

F.Gandini, S. Fumagalli, Le 5 bilance del benessere, Edizioni Amrita, 2012

F.Gandini, S. Fumagalli, Il Potere dei Sogni  Il Punto d’Incontro Edizioni, 2011

F.Gandini, S. Fumagalli,Dermoriflessologia, Edizioni Amrita, 2011;

 G. Calligaris, Le Catene Lineari del Corpo e dello Spirito, ed. Aquarius Giannone, ultima ristampa 2009.

Nota: le altre opere  di G. Calligaris non sono più disponibili a stampa in formato cartaceo da molto tempo. Tuttavia è possibile ora  acquistarle in formato ebook.

 

 

 

Manuale di protezione energetica – i pericoli della New Age

La New Age identifica una compagine di movimenti e dottrine, relativamente recenti (si parte propriamente dalla grande ondata di neo-spiritualismo degli anni ’70) di natura pseudo-iniziatica che, sulla base di una mal compresa nuova età “acquariana”  tendono a trasmettere, ma in chiave popolare e volgarizzata, insegnamenti anche attinenti in origine alla visione sapienziale tradizionale, ma fortemente travisati se non addirittura capovolti, in una chiave che non stenteremmo a riconoscere come contro-iniziatica. A questi poi si sono aggiunti nel corso dei decenni altri materiali totalmente spuri, fantasticati o provenienti dalle fonti più dubbie (medianità e canalizzazioni varie di cui certi movimenti New Age sono pienamente intrisi), estranei a qualsiasi insegnamento autenticamente spirituale e tradizionale, spesso mettendo il tutto allo stesso piano di dottrine psicologiche, del couching motivazionale e di marketing con cui spesso il resto viene mischiato.  Una caratteristica comune a questi pretesi indirizzi è di divulgare insegnamenti a chiunque in modo pubblico e senza alcun filtro, soprattutto ciò che attiene a pratiche, meditazioni, addirittura “rituali” o preghiere o “tecniche di guarigione” ed altro, tutto ciò al di fuori di qualsiasi contesto iniziatico e senza alcuno criterio. In effetti il fatto che questi elementi siano del tutto privi di efficacia (nella maggior parte dei casi) non esime tuttavia dal mettere in guardia dai pericoli “occulti” che essi possono rappresentare. Il tutto veicolato a discepoli che tali non potrebbero mai essere (per carente qualificazione) e da parte di “maestri” che tali non sono e non possono essere, perché privi di un effettivo collegamento regolare ad un Fonte Sovrannaturale e Iniziatica. Tale infatti è lo stato degli autoproclamati guru new age, in buona o meno buona fede che siano.

Evidenzieremo tutti gli elementi più condannabili, ponendoci nell’ottica dell’esoterismo tradizionale e della medicina esoterica ad essa associata, per mostrare l’inconsistenza di certe dottrine e pratiche di ispirazione new age, soprattutto in relazione alla naturopatia e alle tecniche olistiche di guarigione, cercando anche di dare indicazioni su come andrebbero “rettificate” ove possibile.

Analizziamo alcuni aspetti pratici:

La suggestione dell'onnipotenza dell'Inconscio 

L’affermazione che sia “il tuo inconscio a guarirti” si accompagna spesso alla  svalutazione della figura anche sacrale del Terapeuta e del Guaritore e del suo ruolo attivo, degradato a semplice “specchio” dell’inconscio del malato, mediatore dei voleri dell’inconscio, o semplice “facilitatore”, quindi relegandolo in una funzione di semplice medium  e in uno ruolo meno passivo. Questa è una contraffazione dell’idea di autoguarigione e di forza vitale (concetto ad esempio omeopatico) trasferito in tutt’altro dominio e travisato. In primo luogo, se è vero che le forze innate di ogni essere naturale tendono all’omeostasi e all’autoequilibrio e quindi all’autoguarigione è pur vero che in natura c’è l’uguale tendenza all’entropia e al decadimento. Affidarsi all’inconscio e ritenere che in esso vi siano i semi della guarigione è molto sbagliato, anche perché ordinariamente l’inconscio contiene più propriamente i semi delle malattie, sia in termini di condizionamenti individuali sia in termini di depositi karmici storici e collettivi (qualcosa di non molto diverso dai miasmi hahnemanniani). Analizziamo cosa è davvero l’Inconscio in termini di psicologia esoterica. Nella migliore delle ipotesi siamo in presenza di un abuso terminologico e di una non voluta confusione semantica. In realtà neppure Jung – peraltro un grande iniziato – è arrivato a formulare esplicitamente una netta distinzione fra in-conscio e super-conscio. Questa distinzione ineludibile è esplicitata solamente nella psicologia transpersonale di S. Grof o nella “Psicosintesi” di Roberto Assagioli, l’unica teoria psicologia ad essere davvero aderente alla visione tradizionale delle grandi scuole sapienziali ed esoteriche d’Occidente e d’Oriente (con la nozione trascendente di Atma). 1896 Fernand Khnopff, L'Art ou le Sphinx ou les Caresses 'Art or the Sphinx or CaressesOra l’Inconscio, specie quello più profondo, è la sede dei complessi psichici più primitivi, meno evoluti, complessi istintivi riconducibili alla vita animale, e degli impulsi più bassi, spesso radice di ossessioni, forme morbose, deliri, paure, fobie.  Le forme di invasamento e ossessione trovano in questo substrato infero la loro base micro-cosmica all’interno del complesso umano.

Viceversa è il Super-conscio (il Sé transpersonale, corpo causale etc.) ad essere la sorgente degli impulsi evolutivi, a ispirare processi di elevazione spirituale. La vera radice della guarigione occulta è solo il Divino, e non una qualche realtà naturale, a cui appartiene anche il dominio infero delle forze inconsce sia individuali che collettive.

In questo senso il guaritore non può essere un signor Chiunque, ma può agire solo in virtù di un carisma particolare, di una connessione effettiva e operante coi Mondi Superiori e capace di indurre nel malato, non già l’apertura della “porta degli inferi” ma l’attivazione sia pur limitata di una comunicazione coi veicoli superiori del malato stesso per favorirne l’effettiva cooperazione. In questo senso la guarigione è anche un processo potenzialmente evolutivo. Ma anche qui non si deve tirare in ballo l’illusione consolatoria e ingannevole dell’ “autoguarigione” (nata anche per vendere corsi aperti a tutti): il malato non si auto-guarisce né il suo inconscio ha la chiave della guarigione e della salus individuale. Ciò per una legge naturale semplicissima: il meno non può produrre il più. Se si è malati si è in una condizione deficitaria. Occorre dunque una spinta e un processo energetico esterno, di natura spesso trascendente. Il Guaritore o colui che pratica la Terapeusi ermetica lo fa solo in virtù di un suo particolare livello evolutivo, di uno status che è anche iniziatico e di un livello di conoscenza e comprensione superiori.

Ugualmente grave è il tentativo culturale di negarne il suo ruolo attivo ed agente. I guaritori sono dei compensatori aurici che per emanazione colmano i deficit energetici altrui. Devono letteralmente traboccare di energia ( e devono trovarsi nello stato idoneo in quel momento). Il loro stato dunque è altamente proiettivo e giammai esso si limita a fare passivamente da “specchio” al malato o ad assecondare le voglie dell’oscuro e caotico “inconscio” dal malato (il quale anzi “desidera” essere malato, l’inconscio obbedendo infatti a leggi ripetitive) come invece sembra recitare lo slogan dell’ideologia new age in tema di guarigione. Basterà ricordare che Cristo, Apollonio di Tiana, Mesmer, Swedenborg, Cagliostro hanno agito esattamente in questa chiave. Alice Bailey nel suo trattato Guarigione Esoterica riconduce l’opera dei guaritori al Raggio dell’Amore o a quello della Volontà. In entrambi i casi non si può non riconoscerne la qualità emanativa e sempre attiva. Invece si tende a destituire di centraltità l’azione terapeutica in parte per fattori pedestri (rigettare responsabilità giuridiche) in parte per dare a tutti l’illusione di essere o poter fare da “mediatori” per l’autoguargione del malato. Questa pretesa serve a diminuire la responsabilità che l’operatore attribuisce a sé stesso anche di fronte ad eventuali obblighi in materia di legislazione sanitaria (specie nei paesi più illiberali in materia come l’Italia) e serve anche per vendere più corsi, ove a chiunque si dà l’illusione di fare da “mediatore” in virtù di una “tecnica”…dimenticando l’adagio popolare che ricorda che: “è il mago, e non la bacchetta, a fare la magia…”.

Quindi nella migliore delle ipotesi siamo in presenza della necessità molto grossolana di “vendere di più” (da cui la democratizzazione degli insegnamenti); d’altra parte è però abbastanza intuibile che dietro a questi veri stravolgimenti ideologici siano in azione una vera opera sovvertitrice tipicamente controiniziatica volta all’inversione degli insegnamenti tradizionali. Usando  una classificazione antroposofica potremmo parlare di un influsso tecnicamente luciferico, di “spiritualità” luciferica.

La tendenza "medianica"

Corollario di quanto già detto è la necessaria denuncia della generale tendenza alla medianità. Come si sa la medianità è l’opposto dell’elevazione in senso iniziatico, dato che la prima è assimilabilabile ad uno stato di passività e di riduzione verso la sub-coscienza. Paradossalmente la New Age sembra in realtà propiziare con le sue pratiche proprio questi stati. Notiamo ad esempio l’uso medianico (o quasi “divinatorio”) della kinesiologia fatto da alcune scuole naturopatiche. Il test kinesiologico, quando correttamente inteso, sfrutta la differente risposta muscolare come indice di una modificazione bioenergetica e questo in senso fisico può indicare la sensibilità ad alimenti, stimoli, campi magnetici, geopatie etc. Tuttavia si è creata l’abitudine di tarare il suo codice binario come un sì/no, risposta affermativa e negativa a domande che l’esaminatore porrebbe mentalmente ad un non meglio precisato interlocutore. Questo viene spesso indicato come l’inconscio dell’esaminato (sempre lui!) concepito come il depositario di ogni verità e informazione in merito alla cura. Sarebbe così l’inconscio del paziente a decidere, attraverso un sì/no sia la diagnosi che la prognosi, il tempo di trattamento, i rimedi vibrazionali da usare, la posologia etc… In altri casi il naturopata kinesiologo afferma di comunicare direttamente con l’ “Universo” (sic!, tale risposta ci è stata in effetti più volte personalmente data da alcuni praticanti e istruttori). Che sia un mezzo medianico è confermato anche dall’abitudine a testare neppure solo il paziente ma a farlo tramite un terzo che funge da “testimone”, anche a distanza. Questo metodo applicato alle medicine non convenzionali è totalmente antitradizionale ed una pura fantasticheria moderna: nessun medico omeopata si è mai sognato nella gloriosa tradizione di questa medicina di sostituire il colloquio e la repertorizzazione con pratiche di questo tipo per scegliere i rimedi. Nessun agopuntore ugualmente ha mai usato questi metodi e neppure nell’antica Cina è mai attestato l’uso divinatorio ad esempio dell’I Ching per scegliere la terapia. Nei tempi più antichi della Grecia pre-classica esisteva una medicina divinatoria su basi quasi sciamaniche, ma si trattava di pratiche legate ad un contesto strettamente iniziatico e sacerdotale, condizioni queste che non sono certo quelle degli attuali “ambienti olistici”!

Per capire il senso di questo fenomeno si fa notare che molti arrivano addirittura a non voler interrogare il cliente o neppure in certi casi a studiare le proprietà dei rimedi (omeopatici, floreali, oli essenziali) per non essere influenzati durante la lettura kinesiologica. Si tende dunque a svuotarsi completamente come operatori diventando sempre più dei semplici medium della stessa Kinesiologia. Al tempo stesso come già detto ci si “svuota”. È significativo notare come tutto questo si accompagni ad atteggiamenti teorici che tendono a denigrare il “mentale” (così come alla colpevolizzazione del perfido emisfero sinistro, “maschile” e “razionale”). Purtroppo la tipica confusione “medianica” sta nel propendere verso una regressione a stati evolutivamente inferiori di coscienza. Ben fece notare Rudolf Steiner invece come lo stato attuale dell’evoluzione umana sia quello dell’anima cosciente, e dell’Io. Dunque è dalla facoltà cosciente che si deve partire; ed eventualmente trascenderla attraverso un’elevazione ed espansione del proprio campo coscienziale (ma qui parliamo di stati accessibili agli Iniziati e agli Adepti) attraverso la connessione coi veicoli superiori: cioè esattamente con il Corpo Mentale (superiore), non parliamo neppure della possibilità di comunicazione con il Causale, stadio ancora più lontano da realizzare. La vera Intuizione intellettuale, facoltà super-razionale, si ottiene aprendosi a stati superiori di coscienza, non già regredendo a stati inferiori, medianici di sub-coscienza.

Altro che farsi meramente canale di un tecnica, il vero Terapeuta dovrebbe giungere a comprendere per via sovranormale le cause occulte delle malattie….ma questo non si ottiene rinnegando la coscienza di veglia, lo studio, la riflessione, semmai elevandosi al di sopra di queste facoltà ordinarie, ma facendo perno su di esse!

Lo scopo di questi atteggiamenti totalmente scorretti, in cui persone non idonee, praticamente chiunque, si prestano a certe attività in cui apparentemente il proprio contributo è pressoché “meccanico”, sta nel permettere una vera e propria canalizzazione (più o meno diretta) degli eggregori di queste pratiche new age, che assumono ormai vita propria e di cui gli operatori olistici diventano semplici medium. Peraltro ciò propizia e rafforza la tendenza medianica generale, modificando in senso regressivo il campo cosciente dell’umanità in generale. Non servirà neppure ricordare che, ove un eggregore agisce nell’inconsapevolezza di coloro che vi attingono, esso diviene sempre necessariamente vampirico.

Quando poi tali pratiche di collegamento con l’inconscio, che micro-cosmicamente rappresenta la regione infera, si spingono sino alle ipnosi regressive, si giunge ad un livello tecnicamente paragonabile ad una vera e propria evocazione, ben evidente in effetti nelle sedute ottenute da Corrado Malanga.6-giorni-sulla-terra-immagini-2 In realtà oltre al fatto che tali pratiche sono quasi sempre prive di senso davvero terapeutico -anche in un contesto psichiatrico –  specie se spinte troppo in profondità. Data la natura infera e ctonia delle forze che vengono smosse sarebbe opportuna una precisa qualificazione esorcistica di chi deve eventualmente trovarsi a gestire tali “forze”. L’impressione generale è che di nuovo, si sia in presenza di una morbosa attrazione verso l’inconscio, verso l’oscurità, verso zone crepuscolari delle coscienza e della realtà. In ogni caso queste pratiche – fra cui come ebbe modo di mostrare anche  J. Evola in Maschera e volto dello Spiritualismo contemporaneo rientra anche la psicoanalisi  – sono foriere di un clima di evocazione permanente su scala collettiva, che propizia sempre di più l’irruzione di forze caotiche, perverse e irrazionali nel quotidiano e nella coscienza umana; fenomenologia che certo non ha bisogna di essere dimostrata, data l’abbondanza di casi ormai ordinari di cronaca nera, che testimoniano il raggiungimento quasi di un livello di ‘invasamento collettivo’. La stessa cosa potremmo dire di quei molto discutibili psicodrammi che vanno sotto il nome di “costellazioni familiari“.

Il Reiki

Contrariamente  a quanto si pensa di solito, il Reiki non è una pratica New Age, o meglio non nasce come tale, ma avrebbe una sua base tradizionale. Il suo fondatore, Mikao Usui, non era come la vulgata popolare e leggendaria vuole, un cristiano; fu invece un monaco del lignaggio Jodo shu del Buddhsimo giapponese (e non, come sostengono altri erroneamente, del Tendai). Nell’ambito di questa scuola mahayana particolarmente legata al Buddha Amitaba, Usui avrebbe in realtà “risvegliato”, durante un ritiro, un sistema di Terapeutica già rivelato in alcuni sutra mahayana. Tuttavia questo lignaggio terapeutico è andato incontro rapidamente ad un processo catagogico e degenerativo nel momento in cui dopo la morte di Usui, sua moglie iniziò a vendere (!!) le iniziazioni attraverso un processo che tecnicamente è simonìa. Questo semplice atto, come anche il fatto di estendere a grandi gruppi non qualificati l’accesso al  campo energetico di una pratica, è già sufficiente a causare una vera inflazione qualitativa di qualsiasi struttura iniziatica. Contrariamente a quanto pensano i praticanti Reiki i “sigilli” usati per la guarigione a distanza non sono meri “schemi radionici”. Come sa qualsiasi studioso di ermetismo occidentale tali formazioni grafiche sono sigilli di evocazione di altrettante Intelligenze geniali appartenenti al relativo campo eggregorico (la terapeutica magica in Oriente come in Occidente risponde ai medesimi meccanismi e segue le stesse leggi).  È bene quindi spiegare che ogni sigillo connette ad un Genio, anche se questo gli istruttori di Reiki non lo sospettano neppure. Ora, il sigillo o cifra di un Genio, nel momento in cui vengono divulgati, fotografati, diffusi sui media subiscono inevitabilmente una drastica “inflazione psichica”, tale da comprometterne la qualità e l’azione. Attualmente l’Eggregore del Reiki, stante queste condizioni che lo hanno tecnicamente profanato, è un eggregore totalmente corrotto e catagogico. tumblr_lqhtf5uEtx1qgwpzmo1_500Chi vi entra in contatto, lungi dal poter guarire realmente oltre il normale placebo, rischia anzi di saturarsi di energie molto dannose e squilibranti, soprattutto per l’operatore. Non è un caso che Lama Gangchen Rinpoche, un grande lama guaritore del Buddhismo tibetano abbia infatti dovuto agire riequilibrando i suoi allievi praticanti di Reiki ed anche provveduto a ‘rettificare’ il loro sistema dando le iniziazioni al Chawang tibetano Ngalso, tratto dal Guhyasamāja Tantra. Inoltre i suoi praticanti Reiki sono stati indirizzati a riprendere il lignaggio originario Komyo, proprio per non compromettersi con l’ormai decaduto sistema oggi in voga e diffuso nei corsi, quello profanamente divulgato dalla moglie di Usui. Risulta infatti che in ambito monastico in Giappone sia rimasto un detentore del lignaggio originario non corrotto, Rev. Hyakuten Inamoto, monaco del Jodo shu, la scuola della Terra Pura a cui apparteneva Usui. Presso queste condizioni sembra che possa esservi la possibilità di un canale puro ed operante del Reiki.

A parte questo, ciò che è stato venduto per decenni agli onnivori e ingenui profani occidentali è materiale oramai talmente degenerato e decaduto che anche solo sperare di poterne fare qualcosa di positivo è mera fantasia. È il caso invece di far presente il pericolo a livello energetico che può essere rappresentato dal contatto con un eggregore involuto e corrotto.

 Lo "psicologismo" in psicosomatica

Esiste una tendenza generale fra gli autori, anche medici, in ambito olistico di creare suggestivi sistemi di corrispondenze simboliche per svelare il “significato” delle malattie, secondo un paradigma di interpretazioni simboliche modellato sull’esempio della psicoanalisi, il primo pioniere in tal senso è stato infatti un allievo di Freud, il Groddeck. Tuttavia negli ultimi tempi si è arrivati a veri e propri best sellers nel campo dell’olismo e della psicosomatica, dai libri di R. Dalkhe alla cosiddetta “metamedicina“. A parte le stranezze delle teorie di Dalkhe che considera solo tre archetipi tradizionali ( Venere, Marte e Saturno) anziché sette – anomalia di cui non fornisce spiegazione alcuna – va rilevato che tutti questi “sistemi”, accomunati dal fatto di fare lunghi elenchi di corrispondenze fra ogni patologia e un preciso “problema” o “processo” psicologico, sono tutti discordanti fra loro e ogni autore fornisce presunte “spiegazioni” spesso assai divergenti da quelle riferite dagli altri…tanto da far pensare che, se corrispondenza vi fosse in certi casi, è più che altro l’individualità a prevalere sul caso generale, compromettendo la possibilità stessa di stabilire una “legge“, sulla base di questo paradigma medico. Gran parte di questi autori non fa altro che formulare affermazioni apodittiche e aprioristiche, mai supportate da una base clinica e da un controllo statistico. Il rischio di questo approccio sta appunto nello schiacciare il livello causale delle patologie solo in ambito psicologico: questo ha un effetto negativo anzitutto perché tende anche se indirettamente a “colpevolizzare” il malato instillando il sospetto di un qualche squilibrio psicologico probabilmente non effettivo e addossando ai suoi processi emozionali e di pensiero la responsabilità di tutto. In realtà lo squilibrio non deve essere ricercato unicamente in ambito emozionale e psicologico, e vi è un’ampia serie di ambiti dove cercare: ambiti energetici, karmici, astrologici, o di altra natura “occulta”, che possono essere presi in considerazione se si vuole una visione globale e olistica non solo a parole. Ad esempio dal punto di vista della Medicina esoterica, la causa di un male potrebbe essere in un transito astrologico, in una maledizione degli Antenati, nell’azione dei Voladores sciamanici, o dei Naga ( spiriti della Natura nel buddhismo e nell’induismo, sovente causa di attacchi all’uomo). Nel mio articolo sulla medicina tibetana ho accennato al gran numero di classi di esseri che causano disordini, per lo più psichiatrici. Ora lo “psicologismo”, come tendenza a ricercare le cause solo o soprattutto a livello psicologico, fornisce una sorta di paravento che addirittura occulterebbe ancora di più l’azione predatoria in atto in questi processi. Anzi bisognerebbe ricordare che spesso gli stessi disagi psicologici possono essere causati proprio dall’azione di questi esseri sottili sul corpo astrale…

Se si vuole fare una psicosomatica in grado di valutare anche questi aspetti e meno pretenziosa, si deve mutare paradigma ed abbassare il tiro, per così dire. Non si deve ipotizzare un “significato” per ogni patologia (anche perché non vi è ancora nessuna dimostrazione che vi sia una corrispondenza unica valida per tutti gli individui), ma limitarsi al “significato” dell’organo colpito o della funzione lesa. La chiave è il concetto di dimensione d’organo che vede ogni “organo” come deposito di funzioni ancestrali, immagini archetipiche specifiche, relazioni energetiche. Questa nozione può divenire così compatibile con l’anatomia sottile del corpo, ed è suscettibile di interpretazioni analogiche che possono gettare una relazione con gli latri livelli della Medicina esoterica (astrologici, karmici, attacchi psichici). Lo psicologismo è invece una deviazione moderna che non trova posto nella visione tradizionale.

Una parola in favore va spesa per la Nuova Medicina Germanica di R. Hamer poiché si basa su effettivi riscontri clinici, formula leggi di tipo biologico e usa una psicosomatica ristretta al piano fisico (neurologico), ma in questo suo ambito è perfettamente corretta. Le conclusioni di Hamer sembrano più orientate comunque a delle correlazioni fra traumi e organi o tessuti (foglietti embrionali) che non fra traumi e patologie di ogni tipo. Ad ogni modo, quando le correlazioni diventano troppo dettagliate e ‘analitiche’ si ha l’impressione di forzare e comprimere l’individualità del caso in schemi aprioristici. Dunque è sempre il Terapeuta che deve sapere leggere e interpretare e mai può farlo il “protocollo” di nessuna teoria e ideologia.

Altri errori dottrinali
  • il Siamo tutti operatori di Luce”. Tutti automaticamente si fregiano del preteso titolo di guaritori pranici o “aurici” e tutti si illudono di poter “manipolare” corpi sottili e campi di forze. In realtà, in nessuna autentica tradizione spirituale che comprendesse lo sviluppo di carismi e abilità “compensatrici” o terapeutiche è mai stato affermato che queste capacità siano universalmente possedute da tutti o democraticamente trasmissibili a tutti. E’ vero che, eccezionalmente, si trovano individui con una predisposizione compensatrice (per usare una espressione di Kremmerz) oppure che si possano rinforzare certe attitudini con un training specifico di tipo vario (magnentismo, parapsicologia, tecniche di psicodinamica, suggestione ecc..), tuttavia è da ritenersi, quando non del tutto inefficace, anche pericoloso per sé e per gli altri cimentarsi in tecniche “terapeutiche” o “praniche”, senza un specifico collegamento a Catene Iniziatiche autentiche, che prevedano il conferimento di tali speciali “crismi”. L’assenza di questa condizione oltre a comportare rischi per l’operatore ne produce senz’altro al soggetto da guarire, specie per il rischio di “contagi fluidici” o “larvali” di cui lo stesso incauto operatore non saprebbe schermarsi. Molti di questi sedicenti “operatori” finiscono per diventare “untori sottili” senza saperlo. Inutile dire che è molto discutile pensare che un semplice corso di “naturopatia vibrazionale” sforni adeguati “pranoterapeuti”. Ciò che abbiamo etto del Reiki esemplifica abbondantemente la questione.
  •  il “buonismo“: la New Age mostra una negazione di tutti gli atteggiamenti umani che non rientrano in un canone etico artefatto dove tutti i comportamenti presuntivamente spirituali debbano essere improntati a tolleranza e pacifismo, con più o meno velato rigetto di ogni attitudine marziale e virile. Chiunque non si uniformi a questo “canone” etico è detto persona “poco consapevole”, ed altri epiteti pretenziosi … Ora, è assolutamente falso immaginare che la “rabbia” sia solo un sentimento negativo. Esiste una rabbia egoica, ma esiste una rabbia che può venire dall’Io spirituale, finanche dal . Il Buddhismo Vajrayana esemplifica questo con l’espressione “rabbia Vajra” che è tipica dell’asceta e che è uno strumento della Saggezza originaria della Mente oltre che un legittimo strumento di evoluzione. Anche la tradizione cabalistica contempla il necessario equilibrio fra i due Pilastri destro e sinistro: la New Age e i cultori delle ideologie correlate mostrano una paura e un rifiuto totale e aprioristico verso la sfera di Geburah che invece fa parte dell’Ordine Cosmico, e confondono la vera  Geburah con il suo riflesso oscuro e squilibrato. Ne segue tutta una serie di giudizi e di indicazioni comportamentali errate.
  • il moralismo” del se soffri è perchè “devi imparare una lezione”. Ciò può essere vero, in alcuni casi, ma non può essere una legge universale. Esistono molti “fattori” o “forze” che sono semplici trouble makers o dei tricksters ed esercitano semplicemente un’azione vampirica o prevaricatrice e non hanno nulla di utile che deponga a loro favore. Bisogna sopravvivere e difendersi (le tradizioni sciamaniche antiche ed autentiche, non quelle edulcorate e rivendute al consumatore new age, sono tutte chiarissime in questo senso) . Questo atteggiamento è proprio il meccanismo con cui la New Age serve ad occultare meglio i predatori. Gli elementi moralistici invece derivano sopratutto dalla matrice anglosassone e luterana degli ambienti in cui la New Age si è sviluppata e servono solo da strumento, in questo caso, a nascondere certi meccanismi predatori.
  • Dai due punti precedenti segue perfino un’indicazione alimentare verso alimenti “sattvici” (secondo la nomenclatura induista) volti ad esaltare la “frequenza vibratoria” ed alzare la consapevolezza così come a evitare “energie dense”. Ora qui è necessario un appunto. L’alimentazione sattvica (prevalentemente latto-vegetariana, lasciamo stare il veganismo che è una deviazione moderna mai esistita nell’induismo) è cosa buona solo per gli asceti (o chi temporaneamente deve svolgere un lavoro di ascesi) ma è assolutamente deleteria per gli altri due gruppi (individui connotati dai guna tamas o rajas). Gli individui sattvici costituivano per corrispondenza la casta più alta, quella dei sacerdoti. Si trattava di un numero ristretto ed eccezionale (anche a livello razziale) di individui. E parliamo del periodo vedico. Soprattutto è bene tenere conto del mutamento dei tempi: ora, nel Kali Yuga, questi individui sono tecnicamente scomparsi (salvo rarissime figure di Maestri spirituali), non si illuda pertanto il sognatore o fabulatore “indaco” di appartenere a questa razza di individui superiori, già in crisi ai tempi del Buddha storico. L’alimentazione sattvica è deleteria per gli altri individui e alla lunga li indebolisce (se si vuole sapere se si è sattvici si provi a mantenere sei mesi di totale castità…). Suggerire un’alimentazione sattvica ad individui con una complessione tutt’altro che sattivca è cosa estremamente discutibile, fonte di potenziali forti squilibri per la salute. Gli insegnamenti tradizionali dell’India hanno sempre teso a far seguire a ciascuno la via idonea alla propria natura. Altra cosa è indicare un certo equilibrio alimentare nel non incoraggiare troppo i difetti della propria costituzione, ma  propagandare una dieta del tutto inappropriata alla propria costituzione è dannoso.
    Purtroppo le scuole di naturopatia tendono non solo a bandire la carne (a volte forse più necessaria sul piano energetico che non sul piano “fisico” o nutrizionale) ma temono come il “Male assoluto” qualsiasi tipo di alimento o sostanza stimolante (perfino un banale caffè) perché visto come troppo “yang“. Ora, oggigiorno è proprio dell’energia yang che si ha bisogno per potersi schermare e combattere contro le forze caotiche e prevaricatrici che ad ogni livello (da quello emozionale a quello economico) ci vanno a predare. Con la scusa del “risveglio della coscienza” (cosa che per l’individuo ordinario è mera utopia) si tende invece a istillare in soggetti sensibili a suggestioni ‘spiritualistiche’ degli atteggiamenti assai depotenzianti sul piano energetico per favorire i meccanismi predatori e vampirici di Forze che attraverso i distorti insegnamenti New Age hanno acquisito forza e vigore…
  • L’ ottimismo” New Age. Tutto è essenzialmente buono, chi vede il pericolo e l’avversità viene accusato di creare paura, sentimento a bassa frequenza vibratoria. Si scordano che la paura è uno strumento di allarme e sopravvivenza oltre che di evoluzione, in certi casi. La lotta e il conflitto fanno parte della dimensione in cui viviamo: comportarsi come se si fosse già “reintegrati nell’Assoluto” è il modo migliore per schiantarsi contro un muro. Invece -ed è accaduto al sottoscritto- chiunque indichi pericoli viene accusato di essere ottuso, intollerante, non evoluto, e senza risveglio. Nessuno invece è lontano dal risveglio quanto colui che si sogna di essere un illuminato senza invece vedere in che realtà vive… E tutti gli autentici insegnamenti spirituali sono stati sempre basati sulla presa di coscienza obiettiva del proprio stato attuale. È più che superfluo osservare che siamo (ancora) nella Dualità, ed è saggio comportarsi di conseguenza. In compenso
    gli autori New Age si effondono in improbabili profezie circa gli imminenti e inevitabili “salti quantici” o vibrazionali che ci eleveranno tutti…il tutto spesso accompagnato da “canalizzazioni” di entità “astrali”, “invisibili”, o in altri casi ufologiche, sulle cui identità vi sarebbe anche molto da eccepire!
  • Il “mondialismo”, per cui tutti i popoli e le razze e soprattutto le culture sono uguali, e tutte ugualmente belle e buone. Ora, se è bene che tutte le genti si sviluppino in un comune sentire planetario di appartenenza e di cooperazione non si deve però nascondere il differente ruolo gerarchico e la funzione-guida che solo determinati gruppi umani di volta in volta esercitano nell’evoluzione planetaria (questo anche secondo gli insegnamenti della Blavatsky prima delle tante edulcorazioni che la teosofia ha subito sino ad oggi), fatto anche additato da Steiner. obey-giant-hostile-takeoverUgualmente ci sono specifiche funzioni catagogiche e involutive esercitantesi attraverso alcuni gruppi umani, etnie, culture, razze e perfino determinate religioni. Il non voler prendere atto non solo delle differenze ma dei potenziali pericoli catagogici dipende dalle infatuazioni ideologiche con cui certi ambienti New Age si sono fusi. Ad esempio, l’integrazionismo e l’immigratismo  mascherati da “anti-razzismo” sono gli attuali strumenti attraverso cui determinate civiltà ed etnie (con tutte le Forze spirituali, o almeno sottili, ad esse collegate) sono state avviate alla distruzione programmata da altre “forze” che evidentemente a questo puntano, per meglio esercitare su scala globale gli stessi meccanismi di tipo vampirico e distruttivo che altrove esercitano a livello di individui o piccoli gruppi. Si tratta di forze occulte della Sovversione mondiale che ora stanno passando dalla fase sovvertitrice a quella organizzatrice, nella forma del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” (tecnicamente ispiratore, programmatore e finanziatore della globalizzazione finanziaria e dei flussi migratori).
  • La smania del politicamente corretto ha portato alcuni neo-spiritualisti moderni ad una eccessiva simpatia per i movimenti cosiddetti “LGBT” e per l’ideologia “gender”, il pansessualismo, etc… La diffusione di una certa ideologia omosessualista così come il voler diffondere canoni estetici e modelli comportamentali a “basso tasso di identità e differenziazione”, il tendere alla de-differenziazione dei generi, hanno tutti un preciso effetto sulla involuzione delle energie sessuali e basali degli individui e dei gruppi. E’ una legge ben nota agli studiosi di occultismo ed esoterismo, ma anche propria delle scienze naturali, che i processi evolutivi puntano alla differenziazione e alla strutturazione, mentre quelli involutivi tendono alla omogeneizzazione e de-differenziazione. Questo esercita una caduta non solo di identità ma anche di “frequenza” energetica delle nuove generazioni instillando un abbassamento qualitativo degli istinti basali. 085b004570014e81f6dbe9256376abcdMa vi è qualcosa di molto più inquietante. La differenza di polarità fra uomo e donna crea una forte tensione energetica, tanto più forte quanto più il maschio e la femmina sono differenziati. Questa tensione “fluidica” è fonte di evoluzione, di creatività personale, artistica, emotiva, e fornisce anche slanci potenzialmente evolutivi e creativi (non solo procreativi), cosa ben nota alle tradizioni che sfruttano il sesso a fini ascetici o iniziatici (caso esemplare nei sistemi orientali che fanno capo ai testi detti Tantra, ma non solo…). È più che evidente il sospetto che questo fenomeno di pan-sessualizzazione (usiamo il termine più vago possibile per essere un po’ meno politicamente scorretti) abbia un fine vampirico collettivo: quello di deprivare il genere umano di un potente strumento “magnetico” di elevazione (di cui perfino uno scienziato, Wilhelm Reich, ha intravisto le concrete possibilità).
  • La “devirilizzazione”. Il genere più colpito in questo ambito è quello maschile, anche perché le pseudo spiritualità new-ager sono prevalentemente (ma non sempre) eccessivamente “femministe” nel senso di voler dichiaratamente e intenzionalmente “innalzare” l’ energia femminile planetaria, vedendo in essa una fonte di amore e di “bene” contro quella maschile che sarebbe fonte di guerra e aggressività. Ora questo punto in parte si ricollega al precedente, con effetti davvero inquietanti se si pensa alla frazione di estrogeni (ormoni femminili) sempre più artificialmente presenti nelle carni da allevamento, o come componente nell’inquinamento dei fiumi e delle acque che gli stessi scienziati hanno più volte denunciato, con effetti persino sulle specie animali con effetti quali: oligospermìa, aumentata infertilità maschile, riduzione dello sviluppo dei genitali. Queste modificazioni che colpiscono soprattutto i maschi delle specie ne comprometterebbero in futuro e seriamente le capacità riproduttive. Il fine però è certamente quello di colpire soprattutto la sfera e l’ambito umano, sempre nell’ottica dei meccanismi in parte predatori, in buona anche parte prevaricatori, in atto anche attraverso le ideologie New Age. È più che evidente che un popolo senza guerrieri è assai più facile da sottomettere….

–  Asclepio

Il campo akashico

Dopo l’esperimento di Michelson-Morley (1887) la fisica ha definitivamente abbandonato la nozione di “etere”. L’esperimento basato sull’uso di un interferometro mostrava che la velocità della luce non rispondeva ai principi della relatività classica-galileiana, era cioè indipendente dal sistema di riferimento; inoltre si doveva escludere, per le stesse ragioni, la teoria dell’ “etere luminifero” che ipotizzava quale mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche un ‘etere’, un fluido di cui si supponeva l’aderenza alle leggi della fluidodinamica (fatto questo sul quale si basavano i dati attesi dall’esperimento ideato da Michelson).  L’accettazione dell’idea che le onde elettromagnetiche si propaghino nel “vuoto”, senza un mezzo, è fra i presupposti che hanno portato alla relatività ristretta di Einstein. A noi interessa tuttavia questo passaggio per il fatto che – per un certo tempo – la fisica moderna ha utilizzato il concetto di “etere”, termine di derivazione antica ed aristotelica, sebbene con un’accezione diversa e rivisitata. Il fatto che questa nozione sia stata esclusa deriva tuttavia dal fraintendimento circa la natura “materiale” dell’etere, confusione che non può essere attribuita ad Aristotele, dato che come ho mostrato in altri articoli e come spiegherò ancora in futuro, anche quando gli Antichi elaboravano una “fisica” non si riferivano al mondo materiale, così quando parlavano dei quattro o cinque elementi si riferivano a realtà sottili e non certo agli elementi grossolani che oggi designano le parole “fuoco” o “aria”. Le ragioni di questo “slittamento semantico le spiegherò meglio in un altro articolo. Per ora ci basti enunciare il fatto che nel pensiero antico e tradizionale anche ciò che viene chiamato ‘fisica’ è in sostanza una metafisica del sensibile (espressione assai centrata che dobbiamo allo storico del Platonismo G. Reale), questo vale ad esempio per la Fisica di Aristotele come per la Vaishesika, uno dei darshana ortodossi dell’ induismo.

La fisica classica aveva invece ripostulato  la nozione di etere, o se vogliamo aveva preso questa nomenclatura antica per attribuirla ad una ipotetica realtà in effetti simile alla nozione originaria aristotelico-scolastica (non visibile, coincidente con lo spazio etc.) tuttavia attribuendole le proprietà di un fluido, fra cui la viscosità (da cui ci si doveva aspettare una variazione di propagazione della luce rispetto ai corpi in movimento in questa fluido). La fisica è andata avanti su tutte altre basi.

Ciò non toglie tuttavia che la nozione di etere (nozione che, si badi, non nasce con Aristotele, dato che la nozione di quinto elemento era già ben presente nella cosmologia tradizionale dell’India) abbia potuto ripresentarsi di nuovo nel campo della cosiddetta “scienza di confine”. Sarà bene premettere che l’ etere  (᾿Αιθήρ, Aithḗr in gr.; akasha, in sans.) tradizionalmente inteso è una nozione che, paradossalmente, è assai più prossima al concetto di ‘spazio’ (con cui in effetti è fatto coincidere ad esempio nella metafisica buddhista) e quindi in certo senso a quello di “vuoto” (sebbene ciò dipenda sostanzialmente da come si intende il vuoto); lo stesso vuoto con cui la fisica avrebbe sostituito l’etere dopo il fallito esperimento con l’interferometro di Michelson-Morley. Ma ripeto non c’è da stupirsi dato che l’incomprensione dei moderni, incomprensione anche semantica, ha portato ad interpretare in termini materiali delle nozioni che erano nate per riferirsi ad un piano più sottile della realtà…

La fisica contemporanea, d’altra parte,  ha  dovuto rielaborare il concetto di ‘vuoto‘ sulla base della teoria quantomeccanica e della relatività, non più considerando il vuoto come un mero oggetto astratto postulato in partenza, ma come una conseguenza di un sistema teorico, a cui consegue deduttivamente insieme a una serie di proprietà non immaginate in partenza. Ne  deriva una nozione di ‘vuoto’ lontana da quella intuitiva della folk physics, del senso comune, o della fisica classica, che in sostanza neppure lo definisce se non come “assenza di materia” nello spazio.

Il primo a introdurre un modello quantistico di vuoto è stato l’inglese Paul Dirac, il quale doveva dare un’interpretazione agli infiniti stati quantici ad energia negativa soluzioni della sua Equazione di Dirac. Anche nell’equazione di Einstein (E = mc²), che può essere vista come un caso particolare di quella di Dirac, erano presenti possibili soluzioni negative, tuttavia questo non creava particolari problemi concettuali: si assumeva che ab origine tutti gli oggetti fisici possedessero valori positivi di energia e questo non creava problemi dato che nella teoria relativistica salti ad energia negativa non era previsti. In campo quantistico le cose stavano diversamente, poiché i salti discontinui erano invece una possibilità teorica intrinseca.

Scriveva Dirac nel 1930:

Poiché gli stati ad energia negativa non potevano venir evitati, si devono includere nella teoria. Si può far questo introducendo una nuova immagine del vuoto, supponendo che nel vuoto tutti gli stati ad energia negativa siano occupati: ciò è possibile dato che il principio di Pauli impedisce che più di un elettrone si trovi nello stesso stato. Abbiamo così un mare senza fondo di elettroni ad energia negativa, ma non dobbiamo preoccuparci: dobbiamo considerare solo la situazione presso la superficie, ove abbiamo degli elettroni sopra il mare, che non possono precipitarvi dato che non vi è posto per loro. C’è la possibilità che compaiano delle buche nel mare. Una tale buca apparirebbe come una particella di energia e carica positive [tali buchi si riveleranno più avanti essere i positroni, particelle di antimateria, N.d.A.]

Questo ensemble di valori negativi è detto “mare di Dirac” ed è illimitato inferiormente. Esso viene considerato “saturo” perché tale deve essere, si impiega cioè il principio di esclusione di Pauli per escludere fluttuazioni o salti a stati ad energia negativa. Mentre resta possibile un salto verso gli stati ad energia positiva, poiché questi non sono tutti occupati, creando così un “buco” nel mare di elettroni: tale buco si comporta esattamente come un anti-elettrone (positrone).  L’idea del vuoto come mare di infiniti elettroni in stato di “anti-energia” e dei positroni come buchi nel mare (poi estesa a tutte le antiparticelle), sebbene accettata, rimase poco gradita a larga parte dei fisici, perché dotava il vuoto di carica e massa infinita; poiché gli stati ad energia negativa sarebbero tutti occupati, ciò rendeva il “vuoto” stesso qualcosa di “pieno” e di “denso”. f2sqkzInoltre resta da considerare cosa debba intendersi per energia a valori negativi: ciò è più o meno qualcosa di assurdo per la fisica, e tuttavia è sulla base di questa teoria che poggiano le previsioni, tutte verificate, circa l’esistenza di anti-particelle. Il problema è se si accettano le teorie fisiche non in senso strumentalistico, come mero strumento di calcolo, per fare delle previsioni o si accetta che esse descrivano qualcosa di reale e “sostanziale” circa il mondo. In questo secondo caso -che poi è l’atteggiamento normale dei fisici che “credono” in effetti alla “realtà” delle loro teorie-  le conseguenze dell’equazione di Dirac comporta delle implicazioni impreviste di notevole portata teorica. L’esistenza di energia a valori negativi richiede un notevole sforzo mentale per la sua accettazione e comprensione. Ma in fondo la stessa fisica quantistica non ammette già realtà del tutto controintuitive rispetto al senso comune e alla fisica classica, pertanto non v’è motivo di ritenere che il Mare di Dirac sia un mero artificio matematico. Del resto tutte le soluzioni alternative per aggirare la formulazione di Dirac, come la Teoria Quantistica dei Campi, non eludono il problema dell’energia del vuoto, e dei valori infiniti dell’energia del vuoto.

Va sottolineato che il mare di Dirac e gli stati di energia che vi corrispondono, che siano “reali” o meno, sono qualcosa di non direttamente osservabile per la fisica, fatto questo molto significativo sui cui ritorneremo a breve, e a cui del resto ho già accennato parlando del concetto di “etere” come realtà del  piano sottile, cioè di una realtà ricadente al di fuori dello sperimentabile. E’ molto significativo dunque che alcune equazioni delle fisica arrivino ad ammettere la necessità di ciò, pur ovviamente contemplandola solo come mera teoria.

Peraltro va fatto un appunto: quello che i fisici trovano di poco elegante nelle caratteristiche del vuoto implicate dal modello del “mare di Dirac” è invece ciò che dà maggiore fascino a questa teoria e maggiore pregnanza sul piano filosofico. Ovvero,  le fluttuazioni quantistiche e la possibilità di salti dagli stati ad energia negativa del mare di Dirac (non sperimentabili) a valori positivi, gli unici sperimentabili e inoltre dotati di significato fisico, non stanno a rappresentare nient’altro  – almeno in sede di teorie fisiche- che  il passaggio dal non-manifestato alla manifestazione, un processo di grandissima portata metafisica. Anche il fatto che gli stati ad energia negativa non abbiano un limite inferiore e siano potenzialmente infiniti richiama l’infinita potenzialità nel non-manifesto e del Non-Essere (due sfere analoghe ma non coincidenti). Forse lo stesso Dirac non giunse a comprendere tutte le analogie e le implicazioni che questo modello fisico stava comportando. Detto di sfuggita le fluttuazioni quantistiche -anche al di fuori del modello di Dirac- sono ritenute di immensa importanza in cosmologia, per spiegare i processi di strutturazione dell’Universo dopo il Big Bang nella Teoria dell’inflazione cosmica.

Non tutti però nel mondo della fisica hanno provato sconcerto di fronte al mare di Dirac, questo infinito oceano di Non-Essere da cui possono emergere i quanti del mondo fisico, pretendendo di criticarne la “poca eleganza”. Ad esempio il fisico D. Bohm – che peraltro è stato sostenitore di una lettura realistica della meccanica dei quanti, e di un’intepretazione maggiormente deterministica rispetto a quella di Copenaghen – ha espresso idee non meno coraggiose. Nel criticare la completezza della meccanica quantistica, Bohm rifiutava il fatto che essa dovesse essere una teoria ontologicamente probabilistica e formulò un approccio a “variabili nascoste” che, sacrificando il principio di località, cerca di conciliare la quantomeccanica col determinismo e con il realismo e di risolvere una serie di problemi come il collasso delle funzioni d’onda. La presenza di variabili nascoste, non contemplate e in grado di spiegare l’incompletezza della quantomeccanica classica poneva Bohm di fronte a quello che chiamò Ordine implicito. Per Bohm le particelle avevano realmente una posizione determinista definita, e questo era possibile perché “governate” da un potenziale quantistico che opera istantaneamente, collegando tra loro tutte le particelle dell’universo, anche quando sono a grande distanza. Il mondo macroscopico, e le leggi della fisica correlate allo spazio e al tempo, sono una manifestazione esplicita di un “campo di informazione” (l’Ordine implicato) che è oltre lo spazio-tempo; mentre il mondo microscopico  percepisce la guida e l’informazione in maniera istantanea, per risonanza e senza restrizioni legate alla distanza (non-località). Secondo Bohm il potenziale quantistico che compare nella sua teoria a variabili nascoste, deriva da questo Ordine Implicato, che orienta il comportamento dell’Universo.fractal tangled minds

Chiaramente questa idea è fortemente olistica, e ha un chiaro significato metafisico. Sia l’Ordine implicato bohmiano, sia il mare di Dirac, fanno riferimento a realtà non sperimentabili e tuttavia non si può dire che siano enti “non-necessari”, liquidabili col rasoio di Occam. Essi svolgono un preciso insostituibile ruolo all’interno di importanti teorie fisiche.

Anche Ervin Laszlo, filosofo della scienza, si è spinto ancora oltre ipotizzando, proprio sulla scia del concetto di “vuoto quantistico”,  l’idea di “campo Akasha” o di “Vuoto Sub-Quantistico”, una sorta di matrice che sottosta all’universo della fisica quantistica e da cui, per fluttuazione, emergono i quanti. Una realtà unitaria che come nel modello dell’universo olografico di Bohm precede le leggi fisiche attuali, di fatto interconnettendo tutte le particelle elementari e l’intero universo. Del resto uno dei successi di questa concezione dell’universo olografico e interconnesso (o meglio intra-connesso) è quello di prestarsi bene a spiegare, oltre che in modelli fisico-matematici come nella meccanica bohmiana, anche a livello concettuale i fenomeni di entanglemet quantistici e la non-località. Una pura coincidenza forse, ma significativa sul piano simbolico, è che questa matrice akaschica è concepita essere l’antecedente da cui emergono per differenziazione le quattro forze fondamentali della fisica (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e debole), esattamente come l’Akasha propriamente detto, l’etere-spazio della antica dottrina tradizionale, era la matrice da cui sorgevano i quattro elementi manifestati. É chiaro che stiamo parlando di un livello pre-fisico o iper-fisico della realtà, dato peraltro che non esistono non solo possibili modelli matematici (teoricamente sempre possibili) ma soprattutto per via del fatto che, così concepito, questo vuoto sub-quantistico sembra trascendere la realtà sperimentabile. Tuttavia laszlo si spinge ad affermare:

É probabile che i due livelli della realtà – il livello manifesto dell’universo fisico e quello più profondo – sono lo stesso cosmo, lo stesso universo, solo ad un livello di vibrazione diversa.

Il modo con cui è concepito questo livello akashico del “vuoto” (espressione a questo punto assai approssimativa) pone il problema della sua relazione con lo spazio. In effetti nella concezione bohmiana della fisica non c’è alcuna necessità di spiegare i processi quantistici sulla base della struttura spazio-temporale classica o della relatività speciale. Infatti, se lo spazio-tempo viene assunto come entità fondamentale, primaria, allora la località dovrebbe avere una validità assoluta. Invece, le particelle quantistiche manifestano correlazioni non locali e questo è uno dei punti di forza dell’interpretazione di Bohm. In sostanza l’ordine implicito connesso con il vuoto sub-quantistico di Laszlo precede lo spazio e il tempo, aggirando i problemi della località. In un certo senso li trascende potremmo dire. Questo ricorda la definizione di Leibniz dello spazio-tempo quale phaenomenon bene fundatum, cioè realtà appartenenti legittimamente al dominio della manifestazione e perfettamente giustificate dalla necessità di leggi fisiche e dall’esperienza umana, ma non pertinenti al livello assoluto ( o come direbbe Laszlo “profondo”) della realtà; ciò in contrasto con la visione degli anglosassoni, contemporanei oppositori di Leibniz, in primis Newton, che vedevano nello spazio una proprietà assoluta, addirittura un attributo della divinità.  In effetti a questo proposito bisogna rilevare un appunto alla teorizzazione di Laszlo: tradizionalmente specie nell’ambito orientale, da cui il termine “akasha” proviene, l’etere coincide invece con la nozione di spazio. Anzi più propriamente il termine sanscrito akasha, nella metafisica buddhista traduce propriamente lo “spazio”, e non l’ “etere” come nell’induismo. Per il buddhismo, soprattutto per  veicoli superiori del vajrayana e dello dzogchen, lo spazio non ricade nella nozione di interdipendenza, poiché  non v’è nulla che possa essere causa dello spazio, pertanto esso è incondizionato ed è autogenerato. Spesso anzi esso viene accostato alla nozione di Dharmadhatu, la realtà suprema.

Questa osservazione sulla correttezza dell’uso del termine akasha in Laszlo, in relazione al significato ‘tradizionale’ del termine, è in parte mitigata osservando che il Dharmakaya in realtà può essere visto come analogicamente paragonato allo spazio. Ma analogo allo spazio non vuol dire “identico”; spesso altre immagini vengono accostate alla Natura assoluta della mente, ad esempio l’espressione di “puro cristallo”.  Va inteso che vi è un accostamento analogico, ad esempio con la proprietà dello spazio di essere senza limitazioni e di contenere in potenza ogni fenomeno.  In questo senso la Realtà ultima è detta (nello dzogchen) “lo spazio dello stato primordiale”. Questo non implica che essa coincida realmente e in senso grossolano con lo spazio ordinario (comunque si possa definirlo),o con lo spazio fisico, cioè con lo spazio della fisica inteso come sistema geometrico di coordinate.


Al livello della fisica e in generale in campo cosmologico, le  nozioni di campo akashico e di ordine implicato rendono interpretabili i fenomeni in cui gruppi di particelle mostrano comportamenti coerenti come ad esempio alcuni plasmi. In generale i campi morfogenetici possono essere interpretati sulla base di questo “campo iperfisico”. Bohm credeva infatti che a livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di una stessa “indivisa interezza” che precede lo spazio-tempo. Un altro tipo di vantaggio interpretativo che ne deriva è dato dal fatto che questo oceano interconnesso, che abbraccia tutte le particelle e che ‘comunica’ a esse le informazioni (potenziale quantistico nella meccanica di Bohm), sia in fondo un “mare di informazioni”: questo lascia supporre un equivalente cibernetico del principio termodinamico di conservazione dell’energia, una sorta di “principio di conservazione delle informazioni” (ipoteticamente proposto da N.F. Montecucco, sulla scia delle teorie di Laszlo che nei suoi lavori ipotizza una triade di Energia-Informazione-Coscienza, che qui possiamo solo accennare).  Ora, dato che questo ordine o campo è ontologicamente precedente la proprietà  fisica dello spazio-tempo, si apre un’interessante spiraglio di interpretazione dei processi di telepatia, precognizione, remote viewing, dei fenomeni di sincronicità e tutti i fenomeni cognitivi extra-ordinari: in pratica l’interconnessione nell’Unus Mundus junghiano.

È noto del resto che lo stesso Bohm fosse particolarmente attratto dalla possibilità di correlare la sua concezione filosofica della fisica alla neuropsicologia, arrivando a formulare insieme al neuroscienziato K.Pribram, il modello olonomico del cervello, secondo cui il funzionamento e la trasmissione delle informazioni cerebrali avviene sotto forma di fenomeni ondulatori.shellgreenl Come nella fisica degli ologrammi, le informazioni neurali sarebbero in realtà processi ondulatori, con specifiche lunghezze e frequenza, descrivibili in termini di analisi di Fourier, e generanti come prodotto finale schemi di interferenza (la nostre immagini del mondo esterno non sarebbero altro che questi schemi di interferenza). Secondo Bohm e Pribram noi non vedremmo gli oggetti per come sono ma solo la loro informazioni quantistica. La propagazione ondulatoria non avverrebbe lungo i neuroni ma attraverso la glia, il tessuto che circonda i neuroni. Questo ha particolare importanza per la spiegazione dei ricordi. La memoria non verrebbe allora immagazzinata in qualche distretto cerebrale, la sua registrazione avverrebbe a livello non fisico o meglio, dato che un supporto fisico c’è in realtà, a livello non-locale. Come nel modello ologrammatico tutta l’informazione è contenuta in ogni “frammento” del supporto: i ricordi anziché essere immagazzinati nei neuroni, vengono codificati in impulsi che “risuonano” attraverso l’intero cervello (del resto gli esperimenti condotti da Lashley avevano mostrato la poca fondatezza dell’ipotesi che le memorie fossero incise in specifiche strutture nervose).

Osservatore (cervello) e realtà “virtuale” osservata risulterebbero compenetrati, e questo ha lo stesso significato che ha lo schema osservatore-particella in fisica dei quanti. Il processo di interferenze che precede la formazione delle immagini sensoriali avviene come processo ondulatorio e solo successivamente si crea l’immagine tridimensionale-spaziale che è il mondo apparente dell’esperienza. Questo processo esprime, su altro ambito e in modo analogico, il rapporto fra l’ordine implicito e quello esplicito, che contiene manifesta le categorie di spazio-tempo.

Quello del cervello olonimico è un programma di ricerca scientifico a tutti gli effetti, che in seguito è stato sviluppato da altri neurologi come De Valois, F.Campbell, mentre il giapponese K.Yasue ha sviluppato la QBD (quantum brain dynamics) per ricondurre a campi elettroquantistici l’attività neuronale.


Per la verità Laszlo ha impiegato il termine hindu  akasha adattandolo alla filosofia della fisica per approfondire in chiave olistica il tema del Campo di Punto Zero ( o vuoto quantistico) e dandogli delle sfumature anche mistiche, ma non è stato il primo a riscoprire questo termine, dato che l’ “akasha” ebbe già una diffusione nella letteratura esoterica di area teosofica sul finire del XVIII secolo. H.P. Blavatsky diffuse l’uso di questo termine in ambito occidentale prendendolo dalle tradizioni orientali e impiegandolo in riferimento alla dimensione sottile e più nello specifico alla “Luce Astrale”; questa accezione è corretta anche su un piano filologico poiché in sanscrito il senso della parola richiama quello “spazio luminoso” (dalla radice kash = splendere). Nella Dottrina Segreta (1888) la Blavatsky definiva l’etere come un elemento semi-materiale, in confronto con gli altri quattro elementi propriamente materiali, in questo correttamente delineando la natura iper-fisica (o sottile) di questa realtà, anche se in tale accezione sarebbe più corretto parlare di “piano eterico”piuttosto che di astrale; in questo contesto traduceva con il termine inglese ether. Di solito H.P.B. usava l’inglese Aether per definire più in generale la sostanza cosmica, mulaprakriti in sanscrito, assimilabile al piano astrale, con tutta la sua articolazione denaria o settenaria (vari livelli di densità) rispetto al quale l’ether, etere-elemento, è il livello più basso e più prossimo alla mondo fisico.

In ambito teosofico, una specifica funzione dell’Akasha è quella di registratore della memoria cosmica, di tutti gli eventi presenti e passati e delle azioni degli esseri che si imprimono su questo registro akashico, come venne definito da A. P. Sinnett nel suo testo Buddismo esoterico (1884). Tale proprietà venne proposta come base per le capacità (oggi definite ‘esp’) di chiaroveggenza, remote viewing, e retrocognizione. In tal senso fu usata anche da R. Steiner e dalla scuola antroposofica. In effetti abbiamo visto come Laszlo abbia anche lui ripreso l’ipotesi di vedervi un mare di informazione di infinità potenzialità.

La nozione di akasha dopo questi sviluppi e approfondimenti dei quali Laszlo è stato soprattutto il sistematore finale, si presta in effetti ad avvicinare aree di ricerca come la fisica quantistica, la psicologia olistica, la medicina quantistica, la parapsicologia (soprattutto per i fenomeni Esp). Appare infatti come un termine comune presente sia nelle dottrine orientali, nelle dottrine esoterico-occultistiche di matrice occidentale, nelle “scienze di frontiera” e nella filosofia della fisica (che rimane forse l’unica  sopravvivente di metafisica nel pensiero occidentale accademico). In quanto termine comune e di continuità esso potrebbe in futuro fare da punto di sviluppo per quella unificazione che forse sarà la scienza del futuro, ma che per ora rimane una lontana aspirazione.

d99a22c7246f59dbe359cf9972f38d94

 Bibliografia

E. Lazslo, La scienza e il Campo Akashico, Urra Edizioni, 2010

E. Lazslo, Risacralizzare il Cosmo, Urra Edizioni, 2008

N.F. Montecucco, Cyber. La visione olistica. Una scienza unitaria dell’uomo e del mondo, Edizioni Mediterranee, 2000

D. Bohm, Universo, mente, materia Red Edizioni, 1996

H.P. Blavatsky, La Dottrina Segreta, Edizioni Teosofiche Italiane, 2010

G. de Purucker, Studies in Occult Philosophy, TUP, 1945

La bancarotta dell’oncologia scientifica

Dio non gioca a dadi col mondo.

         – A. Einstein

                                                              Probabilmente lo fa, ma non sappiamo con quali regole.

        – C. Jung e W. Pauli

maths

Uno studio scientifico pubblicato nel gennaio del 2015 da due ricercatori della prestigiosa John Hopkins University, l’oncologo B. Vogelstein e il matematico C. Tomasetti dovrebbe far riflettere per il suo contenuto e le implicazioni del suo risultato assai più di quanto non si è fatto finora. Non solo invece esso è stato contestato da alcuni ambienti accademici (cosa assai ovvia in realtà), ma soprattutto abbiamo notato la totale indifferenza con cui è stato accolto sia dai cultori delle ‘scienze di frontiera’ sia dai tanti “esoteristi” da tastiera che amano presentarsi come dei grandi della “metapsichica”, ma curiosamente non sanno cimentarsi con i fatti concreti anche quando questi prospettano importanti conseguenze per il loro stesso ambito…

Lo studio che già nel titolo parla eloquentemente  di “cattiva fortuna” è sostanzialmente un’indagine di meta-analisi, condotta sulla letteratura riguardante l’incidenza di certi tumori, con l’applicazione di un modello matematico studiato per calcolare la correlazione con le mutazioni spontanee nel DNA. Si sapeva infatti che le mutazioni spontanee avessero un ruolo nella genesi delle patologie neoplastiche; lo studio ha avuto come scopo quello di quantificare l’incidenza di questo fattore. Il modello prevedeva di correlare l’incidenza statistica di certi tipi di tumori con la frequenza, nell’arco della vita, delle divisioni delle cellule staminali nel relativo tessuto. Lo studio ha incluso 31 tipi di tumori, purtroppo escludendo quelli al seno e alla prostata per la difficoltà di reperire in letteratura dati sufficienti sul rating di divisione delle cellule staminali in questi organi.

sejal-img

Lo studio dunque ha puntato a cercare la correlazione statistica fra incidenza di tumori a danno di un tessuto od organo e la rapidità di divisione cellulare e dunque di replicazione del DNA (con relativa possibilità di “errore”, cioè mutazione). Il tasso di correlazione lineare è stato calcolato essere il quadrato di 0.804, cioè approssimativamente il 65%.  In questa fase sono stati esclusi i fattori “esterni”, i fattori di rischio, ambientali,  l’esposizione a sostanze ritenute cancerogene o mutagene ecc… Ad esempio è stato trovato che il cancro al colon ha un’alta incidenza correlata linearmente, secondo il modello matematico impiegato, all’ ugualmente alta attività di divisione cellulare del tessuto. Il tessuto del colon che ha un tasso di divisione cellulare quattro volte superiore a quello dell’intestino tenue; chiaramente il cancro al colon è assai più frequente di quello a carico dell’intestino tenue. L’ipotesi che ciò possa essere dovuto ad una eventuale maggiore esposizione anatomica del colon a fattori ambientali ed inquinanti cade nel momento in cui si ritrova la condizione invertita, ad esempio nel topo, dove il cancro del tenue è più frequente, a fronte di un maggior tasso di divisione delle cellule staminali in questo organo.

In pratica, l’andamento stocastico delle mutazioni in fase di replicazione del DNA è il fattore con un peso statistico di gran lunga maggiore rispetto a qualsiasi altro fattore considerato come cancerogeno.

Più nel dettaglio riportiamo che nei 31 tipi di tumore esaminati ben 22 hanno un’incidenza esattamente correlata al tasso di divisione delle staminali; i restanti 9 avevano un’incidenza maggiore di quella calcolata statisticamente con il modello.Questa maggiore incidenza può essere dovuta ai “fattori di rischio” fra cui lo stile di vita, il contatto con agenti tossici o fattori ereditari (difetti genetici) o una combinazione di questi.

Il primo gruppo, quello ampiamente maggioritario, viene indicato come “tumori random” ed include neoplasie che colpiscono aree e organi come cervello (gliosarcoma), collo,  midollare della tiroide, esofago, polmone nei non-fumatori, fegato, duodeno, pancreas, ovaio e testicolo, ed anche l’osteosarcoma (testa, femore, bacino) ed il melanoma.

Cancer-desktop-_1__3152388bIl secondo gruppo, comprendente ad esempio le neoplasie correlate a papillomavirus, virus dell’epatite, o poliposi familiare al colon (FAP), viene denominato come “tumori deterministici“, per indicare la correlazione di questi a fattori di rischio predittivi. Per la verità l’espressione “deterministici” è abbastanza forzata, perché si tratta comunque sempre di un andamento di tipo statistico-probabilistico e perché, anche in questo caso le mutazioni spontanee sono cruciali e i fattori esterni sono un elemento sopravveniente. Dunque l’aspetto di determinismo scientifico è  un po’ problematico.

In primo luogo si nota che l’impatto di tutti i fattori che la scienza medica ha finora indagato e individuato come “cancerogeni” hanno un qualche ruolo solo in un terzo dei tumori studiati (ovviamente lo studio non è esaustivo ma si tratta già di un campione statisticamente significativo); ed anche in questo caso si tratta in sostanza di concause, che quindi non rendono meno cruciale il ruolo delle mutazioni casuali. Gli stessi autori evidenziano come la prevenzione legata agli “stili di vita” possa essere utile solo contro certi tipi di tumori. In pratica l’unica speranza sarebbe data dalla “diagnosi precoce” (sic).  Già questo è sufficiente a far capire quanto il ruolo dell’oncologo ( o del biologo molecolare) ne risulti ridimensionato, dato che se le cose stanno così non si  può disporre di un modello predittivo-esplicativo delle cause dei tumori, su cui progettare delle strategie e terapie eziologiche; non sorprende pertanto che alcuni oncologi abbiano accolto malissimo questo studio. In sostanza di fronte a questi risultati viene da pensare se l’oncologo non sia nulla più che un notaio che prende atto della patologia neoplastica e autorizza la somministrazione di chemioterapici che in fondo sono un aggressione farmacologica non particolarmente specifica, hanno effetti devastanti sul malato e scarse prospettive di cura anche perché, malgrado qualche locale miglioramento delle prospettive di vita, enfatizzato con toni trionfalistici dalla stampa scientifica finanziata dai colossi farmaceutici, il cancro è ad oggi una patologia dall’esito infausto.

Ma questo è solo un aspetto “sociologico” del problema.

Si impone infatti una riflessione assai più ampia di natura epistemologica. In primo luogo questo studio dovrebbe cominciare a far riconsiderare se non altro il “senso” di quello che per la medicina potremmo definire il ‘paradigma genetico’. Semplicemente si è deciso che tutte le patologie non causate da fattori patogeni esterni o infezioni, e la cui eziologia non sia di fatto conosciuta, le cosiddette patologie “primarie” o “essenziali”, devono avere una spiegazione o una causa genetica, riferibile ad un difetto genetico ereditario o acquisito. La formulazione più restrittiva di questo postulato identifica questo livello di causazione nel solo DNA codificante cioè nel 2 % circa dell’intero DNA – il resto essendo privo di significato secondo le attuali formulazioni della biologia. Si tratta di un assunzione aprioristica ovviamente ma, dato che in realtà tutti i “paradigmi scientifici” di fatto lo sono, non è questa la critica. Si tratta però di prendere coscienza del fatto che, nel solco di questo paradigma, la scienza ha di fatto fallito nel tentativo di cercare un modello causale del cancro. Del resto era già evidente che, malgrado la continua espansione delle conoscenze sui processi patogenetici di ogni singola linea tumorale, ogni tentativo di trovare un’interpretazione eziologica unitaria del cancro è miseramente fallito (l’ultima grande ipotesi generale, quella degli oncovirus e dell’origine infettiva del cancro, è stata abbandonata negli anni ’70, allorché si scoprì che molti degli stessi onco-geni virali erano già presenti nello stesso genoma umano probabilmente da migliaia di anni). In pratica, sebbene si conoscano con sufficiente dovizia di particolari i meccanismi patogenetici delle neoplasie, quelli eziologici ci sfuggono. La scienza, estremamente efficiente nell’andare verso l’analisi, si mostra molto in difficoltà nel trovare una formulazione sintetica – e di questo non c’è a stupirsi, in realtà.

Così implicitamente, sulla base di un modello statistico, si ‘ripiega’ sul solito deus ex machina della mutazione spontanea. Che è sì una spiegazione, ma non lo è sino in fondo. Il primo ostacolo concettuale per cui questo modello esplicativo non è pienamente soddisfacente è che in realtà esso è anti-probabilistico. Si noti che gli autori parlano, forse un po’ per provocazione, di “cattiva fortuna” (bad luck, in inglese) e sulle implicazioni dell’uso di questo termine, che vanno assai oltre quello che gli stessi autori possono aver pensato coscientemente, tornerò più avanti.  A ben guardare la dottrina della mutazione spontanea lascia sul campo delle grosse anomalie e quella relativa al cancro ne è una in più. 278550main_BERNSTEIN_PAH_Award_paper_092308La biologia evoluzionista usa questo argomento per giustificare l’emergenza di nuovi caratteri biologici, cosa in effetti reale ma di fatto osservata solo negli organismi più semplici o nei batteri, negli altri restando una mera ipotesi. Nella realtà non è così semplice far emergere una nuova caratteristica biologica: non basta una sola mutazione puntiforme, servono delle modificazioni in più punti di un gene per dar luogo “casualmente” ad una nuova proteina in grado di svolgere diversamente un certo compito biologico; se poi questa mutazione risultasse vantaggiosa evolutivamente diventerebbe stabile nel corso delle generazioni. Sta di fatto però che negli ultimi migliaia di anni non sono stati riscontrati dagli antropologi e dai biologi nuovi caratteri emergenti nella razza umana. Possiamo immaginare o anche osservare mutazioni del DNA ma non è in effetti stata osservata finora una mutazione spontanea in grado di determinare effetti macroscopici o l’emergenza di caratteri fenotipici innovativi nella razza umana (se si esclude ovviamente l’effetto teratogeno delle radiazioni ionizzanti ad altissima concentrazione come nelle zone colpite da catastrofi nucleari; si tratta in quel caso di mutazioni non spontanee né di condizioni presenti normalmente nella biosfera terrestre ma indotte artificialmente ed “estreme” rispetto all’omeostasi dei sistemi viventi). Per il resto possiamo dire che non è statisticamente frequente osservare l’emergenza di nuovi caratteri fenotipici in organismi pluricellulari complessi, per effetto di “mutazioni spontanee”. Come può allora il cancro essere causato da queste mutazioni?

Si tenga conto che far emergere un tumore maligno non sarebbe poi così facile in termini genetici. A fronte di mutazioni che potrebbero avvenire in tutto il DNA codificante e potrebbero portare all’emergenza di nuovi caratteri genetici utili o meno (cosa che di fatto non avviene o almeno negli ultimi millenni non è avvenuta nella razza umana), l’insorgenza di un tumore potrebbe avvenire solo se la mutazione colpisse un gene onco-soppressore, di fatto inattivandolo, oppure attivando un gene pro-oncogeno, o meglio le due mutazioni insieme accumulate nello stesso gruppo di cellule. Ecco dove sta l’anomalia anti-probabilistica di questo approccio esplicativo. Non si spiega insomma l’alta diffusione dei tumori che compaiono in media in circa 12 milioni di individui l’anno e sono la principale causa di morte, insieme all’infarto, nella popolazione mondiale. Parafrasando il gergo usato dagli autori verrebbe da dire che la “sfortuna” ci vede allora benissimo! Gli scienziati tuttavia non sembrano preoccuparsi di questa anomalia. Eppure se un fenomeno è più frequente di un altro dovemmo supporre che vi sia una causa e cercare di individuarla.


 

Un secondo ordine di riflessioni, anche più generali, può focalizzarsi sull’idea stessa di “caso” e di casualità, su quanto questa possa rientrare nel dominio dei fattori esplicativi di una scienza normale e su quanto ciò sia compatibile con il determinismo scientifico e con la nozione stessa di leggi naturali. In realtà ciò sarebbe una palese contraddizione del principio di ragion sufficiente che afferma:

Nihil est sine ratione

Ovvero, non può sussistere nulla che non abbia una causa. Poiché però il caso viene fatto valere come una causa non-causa ciò crea delle difficoltà enormi, non solo sul piano concettuale in genere, ma anche su quello epistemologico e sull’idea stessa di “scienza”. Se il caso dovesse valere come ordine esplicativo e causale ciò vanificherebbe non solo la nozione generale di “leggi naturali” ma anche la possibilità stessa di scienza.

In realtà la biologia, soprattutto in conseguenza dell’indirizzo ricevuto negli ultimi decenni dalle riflessioni filosofiche del premio Nobel J. Monod (autore del best seller “Il Caso e la Necessità”) ha accettato un’idea di “caso” antideterministica. Nel voler ricondurre l’evoluzione biologica a mutazioni spontanee e casuali ha di fatto posto le basi per una regressione anti-deterministica di sé stessa. Monod era seguace di un pensiero non solo laico-materialista ma dichiaratamente ateo. La necessità ideologica di escludere ogni causa finalistica dalla biologia ha portato ad accettare una nozione ‘massimalista’ del Caso, così radicale che per bandire l’idea di un “ordine divino” ha dovuto bandire l’esistenza stessa di un ordine tout court . Di fatto, per creare la propria metafisica materialista e farla collimare con  l’idea di ‘evoluzione’ ha dovuto postulare un universo anarchico che rende piuttosto problematico il fondamento della ricerca scientifica che presuppone l’esistenza di leggi universali, fondamento solo in parte recuperato con la nozione di Necessità che, nel pensiero di Monod, renderebbe stabili  – senza spiegare perché – le acquisizioni dell’evoluzione casuale. Sarebbe peraltro più corretto parlare di “invarianza” che di Necessità, ma anche qui ci si accorge che questa nozione è del tutto ridondante, dato che non impedisce la possibilità di nuove mutazioni: in sostanza è una “necessità” sempre pronta a convertirsi nel “caso” e dunque aleatoria.

La nozione di “caso” sarebbe ancora compatibile con l’ammissione di leggi universali se queste leggi fossero deterministiche in senso statistico. Tale infatti è il caso della fisica che, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, ha sviluppato una meccanica statistica capace di prevedere in modo deterministico il comportamento di popolazioni ma non di singole particelle, come in termodinamica e successivamente nella fisica quantistica. Di ben diversa portata è quindi la nozione di ‘casualità’ nella fisica quantistica che formula ancora leggi deterministiche, sia pur ammettendo l’indeterminazione sullo stato di singole entità-particelle. Sebbene vi siano diverse interpretazioni filosofiche sul senso che ha il ‘caso’ in meccanica quantistica possiamo dire che per essa il Caso è ancora una misura legittima della nostra ignoranza, compatibile con la nozione di Ordine e con l’esistenza di leggi predittive, sebbene in una forma del tutto nuova per la conoscenza umana (leggi statistiche non individuali).

La nozione “biologica” di Caso invece non ha gli stessi presupposti: i biologi che l’hanno sviluppata erano prevalentemente atei dichiarati, mentre i grandi fisici del XX secolo non lo erano ed avevano tutti in qualche modo dimostrato un profondo interesse per le questioni metafisiche ed una sensibilità quasi religiosa verso i problemi cosmologici. La nozione di “caso” in biologia è stata impiegata per escludere ogni finalismo ed ogni programma di ricerca o approccio metodologico che postulasse un paradigma finalistico. I biologi tendono anzi a rigettare il paradigma del “Disegno intelligente” addirittura come “pseudoscientifico”. È pur vero che sono dei biologi quelli che oggi sostengono una concezione finalistica della vita (pur senza aderire al “disegno intelligente” ingenuo in chiave teistica), parliamo di personalità come James Lovelock o il biochimico R. Sheldrake. Tuttavia la loro posizione è fortemente censurata dalla biologia ufficiale. Questa contrapposizione di sensibilità e di approccio fra fisica moderna e biologia si riscontra anche nel fatto che in generale i fisici non hanno nessun problema ad ammettere il postulato cosmologico detto Principio antropico, mentre questo viene accolto con una certa riluttanza dai biologi, dato che sembra sottendere l’idea di finalismo. nageo_multiverses La nozione di “casualità” come presupposta dalla biologia nega implicitamente qualsiasi programma di ricerca che implichi leggi generali dell’evoluzione, o una linea di sviluppo ed un ‘senso’ retto da un ordine nell’evoluzione. Cioè in ultima analisi non si vuole supporre l’esistenza leggi universali che guidano od “orientano” in qualche modo l’evoluzione.  Non c’è da stupirsi se questi presupposti hanno portato ad una ridondanza dei dati nel senso dell’analisi e ad una scarsa, se non nulla, convergenza nel senso della sintesi. Non solo manca una teoria unificatrice delle attuali conoscenze biologiche ma manca una comprensione generale dell’evoluzione e delle sue “leggi” tuttora non solo ignote, ma neppure postulate dalla biologia. La fisica quantistica non ha avuto questi problemi perché ha sviluppato un paradigma che pur lasciando l’indeterminazione sul singolo ha formulato leggi deterministico-probabilistiche sulle popolazioni.

Vale la pena ricordare che mentre la fisica si è evoluta scrollandosi le concezioni meccanicistiche sette-ottocentesche della fisica classica, la biologia e la medicina sono ancora fortemente ottocentesche come visione di fondo, essendo ancorate ad una filosofia della natura che era quella positivistico-darwiniana. A parte il grande sviluppo di conoscenze acquisite, quanto a visione d’insieme la biologia attuale è un vero fossile vivente rispetto alla fisica e alla cosmologia, e in quanto a leggi generali essa non è andata molto avanti rispetto all’idea (a predittività 0) di “mutazioni casuali”. In biologia il Caso non è “la misura della nostra ignoranza” ma la cifra stessa dell’ignoranza e dell’incapacità di pensare leggi generali esplicative e predittive!

Sarebbe il caso di cominciare a chiedersi cosa siano questi fenomeni (mutazioni) casuali, o più propriamente per noi apparentemente “casuali”. E di pensare se certi fenomeni casuali non siano retti da proprie “leggi”. Anche qui ci viene in aiuto, se non la fisica quantistica, almeno un certo suo presupposto metafisico. Come si sa è stato proprio un fisico quantistico, W. Pauli, a collaborare con C.G. Jung alla sistematizzazione rigorosa del Principio di Sincronicità. La Sincronicità é un principio in grado di permettere la comprensione di un ordine nei processi a-causali, cioè non deterministici, e dunque di far intravedere una legge, o un principio ordinatore sui generis, nei processi regolati dal caso. Una cosmologia inclusiva del Principio di Sincronicità sarebbe anche in grado di  conciliare il determinismo con la libertà, senza che questa significhi mancanza di una Legge ordinatrice. La nozione di sincronicità, soprattutto se “spiegata” in termini di risonanza morfica, può svolgere questo ruolo paradigmatico per un nuovo tipo di ricerca, volta ad indagare i principi ordinativi anche dietro la trama dei processi casuali e spontanei. Per arrivare a ciò occorre però quel mutamento concettuale e “coscienziale” del mondo scientifico che ho auspicato in un mio precedente articolo, e che è ancora molto lontano.

Del resto se analizziamo l’espressione usata da Vogelstein e Tomasetti notiamo che essi parlano espressamente di fortuna (ingl. luck). Sicuramente hanno voluto giocare con una sorta di provocazione, dato che il termine da loro impiegato appartiene al linguaggio ordinario e al senso comune, ma non certamente al dominio scientifico. Il fatto che lo abbiano usato può però essere segnale di qualcosa di più…di un non voluto “lapsus freudiano” degli estensori dell’articolo che sono stati portati, forse dal loro inconscio, ad esprimere più di quello che rientra nei limiti semantici della parola “caso”. La Fortuna non è esattamente il “caso”, ed ha una portata metafisica maggiore. La Fortuna per gli Antichi era il principio metafisico che regolava le distribuzioni casuali, era dunque esattamente la stessa idea, esposta sopra, di ‘principio ordinatore’ dei fatti o variazioni casuali. Nella concezione degli antichi e nelle cosmologie tradizionali vi erano “forze”, collettivamente dette Fortuna, che regolavano fatti di ordine inferiore e anche gli spazi lasciati vuoti dal Destino (o Fato) che potremmo invece correlare alla nozione di Necessità, il cui riflesso analogico vediamo in atto nelle “leggi naturali”. La nozione di Fortuna non è un concetto banalmente neutrale; essa presuppone anzi – come anche l’idea junghiana di Sincronicità- un tropismo e una “direzionalità” di tipo psicologico e psichico (presenti nella definizione stessa di sincronicità), come è evidente anche dal fatto che essa può essere ‘buona’ o ‘cattiva’. Retti dalla Fortuna, i fenomeni “casuali” sarebbero saturabili di significati psichici, diventerebbero dei fatti sincronici.  Si è trattato probabilmente di una semplice provocazione degli Autori, tuttavia è un pericoloso autogol per la scienza riduzionistico-materialistica. Se si fossero limitati a parlare di “caso” non sarebbe stato così, ma scivolando sul termine “fortuna” ( che poi rimanda all’altro polo: quello di “destino”) essi non sono andati molto lontano dall’incappare nozione etico-metafisica del karma!

È immaginabile che forse la scienza si stia di nuovo avvicinando al limite di cui ho parlato nel mio articolo precedentemente citato? Mi limito a prendere prendere atto di pochi dati essenziali:

  1. Una teoria generale sulla de-differenziazione cellulare neoplastica non esiste (non sappiamo a quale ‘programma biologico‘ corrisponda il tumore).
  2. I fattori deterministici sinora noti come sue cause sono stati fortemente ridimensionati da uno studio di meta-analisi.
  3. L’insorgenza di gran parte dei tumori ha una frequenza correlabile a quella della divisione cellulare (più una cellula si divide più rischia di sbagliare nel replicare il DNA).
  4. Ciò implicherebbe che la causa ultima delle neoplasie sarebbero le mutazioni spontanee, sebbene in realtà questo vada ad impattare con una anomalia di non poco conto: come mai le mutazioni spontanee causano così frequenti tumori, ma non hanno finora causato l’apparire di altre nuove caratteristiche fenotipiche, che dovrebbero essere alla base della selezione evolutiva, ma di cui finora non è stato mai osservato e registrato un solo caso negli organismi superiori? Perché i nostri programmi biologici trovano più facile autodistruggerci che non far emergere nuove caratteristiche evolutive?

Il fatto che gli Autori abbiano impiegato un termine denso di significati etico-metafisici potrebbe aggiungere un elemento di riflessione in più, circa l’avvicinamento ad un limite critico.


 

Ultimerei questa serie di riflessioni passando a critiche molto più concrete, osservando che purtroppo al momento la ricerca accademica non ha mai programmato esperimenti per osservare la correlazione fra insorgenza dei tumori ed eventi traumatici o esperienze psicologicamente stressanti del tipo di quelli ipotizzati come cause di tumori nella Nuova Medicina dal dr. Ryke Hamer. Eppure si tratterebbe di processi ed eventi facilmente “parametrizzabili” e controllabili; inoltre le cinque leggi biologiche ipotizzate nella Nuova Medicina da Hamer sono leggi del tutto scientifiche perché controllabili, postulano relazioni di tipo esclusivamente fisico di interazione psico-somatica e non coinvolgono concetti non ammessi dalla scienza quali ad esempio quelli di “energie sottili”. I biologi tuttavia non riescono a pensare nulla al di fuori dello schema mutazioneDNA-tumori o fattori di rischio-tumori. I fattori psicologici non sono neppure presi in esame per delle ricerche statistiche eppure:

  • la correlazione psiche-soma sembra normalmente accettata persino dalla medicina ufficiale dopo che la correlazione è stata spiegata in termini PNEI (psico-neuroendocrino-immunologia)
  • La particolare formulazione delle leggi di Hamer rende facilmente oggettivabili i traumi psicologici riconducendoli a semplici e circostanziati “eventi”, e dunque facilmente manovrabili in termini di parametrizzazione statistica.

Malgrado ciò nessuno studio statistico finora ha voluto includere gli aspetti psicologici fra i fattori di rischio. La biologia – e in questo anche la ricerca oncologica – si trova indietro di decenni rispetto sia al sentire comune, sia alla sensibilità generale di buona parte dell’umanità, ed anche all’esperienza clinica non solo di coloro che praticano la “medicina alternativa” o “non convenzionale” ma anche i tanti medici che hanno ormai compreso ed accettato il modello psicosomatico. Gli studi clinici tuttavia restano ancora al paradigma biologico-molecolare e meccanicista, restringendo così il campo di ricerca ad un livello di complessità inferiore a quello in cui andrebbe condotta una ricerca di natura psico-somatica.

E se le mutazioni spontanee fossero non esattamente casuali e correlate non a delle semplici  “fluttuazioni statistiche” imputabili a errori meccanici delle DNA-polimerasi ma agli eventi traumatici o agli stati psichici dei pazienti? Se ci fosse una correlazione sincronica fra quei fenomeni “casuali” e i processi psichici, ad esempio secondo un modello di “risonanza morfica” fra il campo psichico dell’organismo umano e l’attività di proteine ed enzimi? In un altro mio articolo su epigenetica e campi morfici avevo sintetizzato alcuni argomenti che sosterrebbero l’ipotesi di una genetica (ed epigenetica) funzionante anche secondo la nozione ‘complessa’ di risonanza morfica e non solo secondo meccanismi meccanicistici oggi ammessi dalla biologia molecolare.

Fintanto che la scienza medica e la biologia non si apriranno a un dimensione di “complessità” in più ( il concetto di complessità è già un paradigma scientifico per la fisica), lo scollamento fra gli studi e l’esperienza clinica di chi opera con la medicina psicosomatica, ed anche fra il sentire collettivo dell’umanità che sta sviluppandosi , da un lato, e dall’altro un mondo di ricercatori accademici sempre più autoreferenziali  diventerà sempre più grande, e forse continuerà a confermare lo ‘stallo’ che uno studio come questo ha rivelato.

 

 

 

Bibliografia

Johns Hopkins Medicine. (2015, January 1). ‘Bad luck’ of random mutations play predominant role in cancer, study shows. Science Daily. Retrieved January 11, 2015 from http://www.sciencedaily.com/releases/2015/01/150101142318.htm

Tomasetti, C., & Vogelstein, B. (2014). Variation in cancer risk among tissues can be explained by the number of stem cell divisions. Science,347(6217), 78-81. Retrieved January 11, 2015, from http://www.sciencemag.org/content/347/6217/78.full

Bad Luck of Random Mutations Plays Predominant Role in Cancer, Study Shows. (2015, January 7). Johns Hopkins Medicine News and Publications. Retrieved January 11, 2015.

J. Monod,  “Il Caso e la Necessità”, Mondadori, 1970.

W.Pauli, C.G. Jung, “Psiche e Natura”, Adelphi,2006.

 

I Campi Morfici. Una scienza nuova


1La fine della Scienza

Secondo alcuni la scienza sarebbe arrivata ad un capolinea. Essa semplicemente ha scoperto tutto ciò che poteva scoprire in termini di grandi leggi e  probabilmente non vi saranno più né “rivoluzioni scientifiche” né più grandi scoperte, ma solo dettagli e acquisizioni settoriali (cfr. J.Horgan, La fine della scienza, Adelphi). In effetti da più di mezzo secolo, ad esempio nel campo della chimica, non si scoprono nuove leggi. La chimica è una scienza “stabilizzata”:  i modelli quantistici degli atomi,degli orbitali molecolari e il legame chimico fra gli elementi sono stati compresi in maniera praticamente esaustiva. Anche se l’equazione di Schrödinger è ben poco “gestibile” per atomi più complessi di quelli dell’idrogeno e i modelli quantistici hanno ben poche possibilità di prevedere l’esito delle reazioni organiche complesse, questo sembra più un limite dei nostri strumenti matematici e del numero di variabili che non di eventuali leggi ancora non scoperte. Tutti i processi chimico-fisici riproducibili sono stati osservati e spiegati. Ma non solo: anche la probabilità di incontrare fatti in grado di smentire le attuali teorie sta divenendo sempre più bassa (in particolare per le scuole epistemologiche che si ispirano alla statistica bayesiana).

Sostanzialmente possiamo affermare che il mondo della nostra esperienza macroscopica è perfettamente spiegato in termini di chimica-fisica e di meccanica (sia classica che quantistica). Tutti i processi meccanici, chimici, ottici, termodinamici, fanno capo a quattro forze fondamentali:

  • la forza gravitazionale
  • la forza elettromagnetica
  • la forza nucleare forte
  • la forza nucleare debole

I processi su cui la scienza si è concentrata e che ha ritenuto di dover classificare come “fenomeni” sostanzialmente sono ormai tutti spiegati con queste quattro leggi e non si vede come (o perché) se ne potrebbero immaginare delle altre, dato che queste forze e gli enti oggi noti (particelle e onde) sono sufficienti a costruire e descrivere tutte le leggi fisiche, dalle più complesse alle più elementari. Si può dire che almeno il mondo dell’esperienza macroscopica è stato perfettamente mappato dalla scienza.  Forse possono rimanere dei punti aperti a livello di fisica delle particelle subatomiche però, se è vero che la fisica non è arrivata alla teoria unificata del campo e per quanto riguarda la fisica teorica restano ancora dei punti irrisolti e misteri sulla “materia oscura”, d’altra parte si può dire che attualmente il Modello Standard delle particelle elementari ha retto tutte le prove ed è rimasto sostanzialmente valido.

Traendo le conclusioni insomma è più probabile che la fisica vada più “a fondo”, unificando le quattro forze fondamentali, che non in “larghezza”, aumentando cioè la gamma dei processi fisici conosciuti e delle forze atte a spiegarli. In teoria, il nuovo eventuale modello teorico sul “campo unificato” dovrebbe poter portare a prevedere nuovi fatti (almeno l’epistemologia questo si aspetterebbe da una nuova teoria per ritenerla “progressiva”), tuttavia potrebbe benissimo accadere che una eventuale nuova teoria unificatrice in fisica si possa risolvere unicamente in un elegante e poco utile modello teorico, atto a spiegare meglio i rapporti fra le forze note, ma dotato di scarso valore euristico e predittivo,  e possa rivelarsi poco di meglio di una poco gloriosa ipotesi ad hoc.

Rimane in fondo il sospetto che abbiamo più o meno scoperto tutto quello che c’era da scoprire, soprattutto in relazione all’esperienza del mondo macroscopico. Del resto, una volta scoperta l’America non si può scoprirla di nuovo! Il mondo dell’esperienza umana non è infinito, e fintanto che si estende in un’unica dimensione, incontrerà solo un numero finito di famiglie di enti (limite ontologico all’esperienza possibile).

Possiamo anche vederla così: le attuali leggi scientifiche sembrano effettivamente poggiare su un qualcosa di “trascendentale” (nel senso kantiano) e sono così radicate nella struttura dei processi cognitivi dell’umanità attuale che sembrerebbe un puro delirio immaginare che possano solo essere formulate diversamente: abbiamo solo questo tipo di matematica e queste strutture di pensiero, così come – a titolo di metafora- possiamo osservare solo una determinata porzione dello spettro. Non c’è da stupirsi allora se, date queste premesse e i postulati su cui poggiano i nostri processi di pensiero sul mondo naturale, abbiamo esaurito o quasi ciò che si poteva scoprire.

 


 

2. Gli spazi lasciati vuoti

Malgrado quanto si è esposto, vi sono delle “anomalie”, dei fenomeni (del tutto naturali e ben conosciuti) che non sono spiegabili né sarebbero immaginabili o prevedibili sulla base delle attuali leggi e modelli scientifici. Perché dunque dico che non potrebbero essere spiegati da nuove leggi fisiche? Mi starei apparentemente contraddicendo, rispetto a ciò che ho sostenuto poco fa?

In realtà certi fenomeni naturali non solo non sono spiegabili nei termini delle leggi e degli oggetti che le scienze fisiche e naturali hanno appurato esistere, ma addirittura non dovrebbero neppure sussistere, pur trattandosi di processi banalmente osservabili, anzi ben noti a tutti, e forse proprio questa loro ovvietà ha fatto sì che non fossero percepiti come potenziali minacce alla stabilità della Weltanschauung fornita dalle scienze attuali. E ci sono fondate ragioni per ritenere che, finché la Scienza continuerà a basarsi sugli stessi postulati e sugli stessi processi epistemici, tali fatti continueranno a costituire dei “vuoti normativi” rispetto al dominio delle cosiddette leggi naturali, sebbene si tratti – lo ripetiamo-  di fatti non paranormali ma anzi ben noti a tutti e facilmente osservabili.

Esaminiamone alcuni, un elenco non esaustivo ma sufficiente a indicare in che direzione guardare:

1 – Il preteso effetto di capillarità con cui si pretende di spiegare la risalita della linfa nelle piante, che notoriamente non possiedono sistemi di pompaggio. Sfortunatamente le spiegazioni addotte sono tutte inconsistenti. Si pretende che la causa della risalita sia un insieme di fattori quali la capillarità, l’osmosi, la pressione radicale e la traspirazione. tall-forest-landscape-wallpaper-1024x768Già il fatto che i testi di biologia vegetale facciano questi elenchi più o meno lunghi di meccanismi coinvolti indica che un preciso computo del bilancio delle forze meccaniche e della massa di linfa spostata non è mai stato fatto: si tratta infatti di una supposizione fatta tirando in ballo tutti i processi apparentemente coinvolti. Il problema è che la capillarità, che spiega la risalita di un liquido in piccolo tubo per effetto della tensione di superficie del liquido, è inversamente proporzionale al raggio del capillare. Forse in una piccola pianta erbacea la capillarità può spiegare in parte la risalita, ma ciò non può valere per gli alberi a medio fusto, figuriamoci per un’altissima sequoia; in questo caso infatti per poter sfruttare la capillarità i vasi linfatici dovrebbero avere un raggio che tenderebbe allo zero! La seconda spiegazione che dovrebbe sommarsi alla prima sarebbe la pressione negativa indotta dalla traspirazione: anche qui purtroppo manca un presupposto essenziale alla creazione di una vera pressione negativa, cioè il sottovuoto. Poiché la traspirazione avviene dai pori delle foglie, ma questi sono beanti (in comunicazione permanente con l’esterno), nessun gradiente di pressione può mantenersi nei capillari, perché la pressione in essi andrebbe rapidamente in equilibrio con l’atmosfera esterna (cosa che si osserva se si buca la fusoliera di un aereo o la pleura del polmone). Se anche si ipotizzasse che la traspirazione di nuova linfa compensasse la caduta di pressione creando una sorta di “equilibrio dinamico”, anche questa ipotesi cadrebbe osservando che di notte la traspirazione si riduce di molto, e basterebbe questo a spostare l’equilibrio dinamico riportando la pressione nei vasi, di nuovo, in equilibrio con l’esterno. Purtroppo l’unico modo per ottenere pressioni negative stabili nel tempo è, proprio per una legge fisica, quello di applicare un vuoto in un sistema chiuso, e le piante, termodinamicamente, non sono sistemi chiusi!

Le spiegazioni addotte cozzano in realtà proprio con le leggi fisiche. Inoltre non solo non sono mai stati fatti calcoli reali per verificare quanta forza occorrerebbe applicare per la risalita su alberi ad alto fusto ma, mi permetto di lanciare questa sfida: se si costruisse un modello artificiale che riproducesse i meccanismi di capillarità/osmosi/traspirazione per volumi, altezze e in condizioni identiche a quelle di un albero ad alto fusto, l’esisto sarebbe un fiasco, proprio per gli impossibilia ora enunciati. Il fenomeno della risalita della linfa può avvenire solo nelle piante e non in modelli meccanici, perché esso sfida ogni legge costruita su modelli meccanicistici. Solo un sistema vivente nel suo insieme, cioè un olos, può farlo; non così un sistema somma di parti meccaniche.

2– Le forme micro-macroscopiche che si ottengono con la cristallizzazione di soluzioni di sali organici o di acqua (congelamento) sono o sarebbero soggette unicamente a processi casuali secondo le leggi fisiche. Tuttavia c’è un’evidenza empirica che in questi processi casuali si inserisca un “fattore orientante” che allinea i risultati con, ad esempio un’informazione, di tutt’altra natura. E’ il caso degli esperimenti di Masaru Emoto con l’acqua, dove la regolarità e simmetricità delle forme si correla alla qualità del “campo psichico” (informazioni, parole, emozioni) con cui l’acqua viene irradiata. Ma gli studi di Emoto, sebbene famosi, non sono gli unici. Le cristallizzazioni sensibili messe a punto da E. Pfeiffer (1899-1961) di liquidi organici in presenza di cloruro di rame e condizioni standardizzate, permettono ad un osservatore allenato di rintracciare la provenienza del liquido (animale o vegetale), il tessuto di provenienza o le condizioni in cui è stato  coltivato, mostrando quindi una significativa regolarità specifica.

Il fatto che fenomeni “casuali” si mostrino ancora una volta interrelati a informazioni di natura psichica ci spinge a richiamaci al concetto di Sincronicità, una nozione irrinunciabile per la “scienza di frontiera”, sia per l’importanza diretta che essa ha in molti campi di indagine, sia per le sue implicazioni,  ad esempio nella psicosomatica. Questo  concetto, introdotto da C.G.Jung insieme al fisico W.Pauli, è stato definito come una “correlazione a-casuale fra stati psichici ed eventi oggettivi”. Ciò fu possibile postulando un quarto termine, la Sincronicità appunto, rispetto alla terna di principi supposti dalla fisica: Spazio, Tempo e Causalità. Il principio di causalità correla eventi che si succedono nel tempo, la sincronicità correla eventi non dipendenti l’uno dall’altro, nello stesso tempo ma in spazi differenti. La sincronicità introduce una correlazione non basata sul principio lineare di causa-effetto, e permette di introdurre un ordine laddove il vuoto lasciato aperto dalla sola terna di principi fisici permette solo di vedere il puro “caso”. Punto essenziale, come vedremo, è che essa è in grado di correlare fatti oggettivi col dominio psichico (intenzioni, informazioni, emozioni, valori, e anche “coscienza”).

Rimane da concepire un veicolo, un supporto, su cui “gira il programma” della Sincronicità…Passiamo quindi a:

3– L’osservazione che i processi di acquisizione di forma (morfogenesi) negli organismi viventi non sono spiegabili su base genetica, almeno non direttamente né deterministicamente. image043Sebbene di molte specie viventi si sia arrivati a sequenziare completamente il genoma, non è stato mai possibile comprendere i processi di morfogenesi, cioè il meccanismo con cui un sistema vivente acquisisca la sua forma. Al massimo si conoscono geni che controllano, ad esempio, il numero degli arti in un animale, o il numero di lobi di una foglia. Ma in realtà non esistono “geni della forma”. Non esistono geni o gruppi di geni che dirigono lo sviluppo spaziale di un embrione, non esistono strutture genetiche che determinino la conformazione di un essere vivente nelle tre dimensioni.  In realtà il DNA contiene il codice di sequenza delle proteine, ma il problema è passare dalle proteine alla morfogenesi. Il genoma contiene le informazioni per la formazione delle proteine che costituiscono i mattoni e il cemento con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega in che modo questi elementi vengano a comporsi in particolari modelli e forme. Il progetto della costruzione -per continuare la metafora edilizia- non è un tipo di informazione contenuta dal genoma. Semplicemente il DNA non contiene quel tipo di informazioni: le uniche informazioni che contiene sono relative alla composizione delle proteine, ma nulla di più. E in realtà nessun meccanismo è stato ipotizzato per spiegare il modo in cui, date certe proteine, le cellule, i tessuti e soprattutto gli organi si organizzino nello spazio, eppure il modo in cui lo fanno è regolare, è stabile nel tempo fra le generazioni. Si deve dunque ammettere che esiste un tipo di informazione ereditaria non contenuta nel genoma.  Sicuramente il solo genoma contiene tutte le informazioni relative ai tipi di cellule che possono servire ad un organismo,  le informazioni in base a cui un tessuto può differenziarsi, ma non quelle necessarie a definire la forma di un organo.  Basterà osservare che le cellule di uno stesso tipo, in coltura, possono formare solo masse indifferenziate, al massimo organizzarsi per formare un abbozzo di tessuto. Dei miocardiociti in coltura – con tutti i fattori di crescita opportuni – possono dare una formazione che riproduce il tessuto del muscolo cardiaco, ma non potranno mai aggregarsi a formare un cuore (a prescindere dal fatto che un  organo comprende cellule di tipi differenti e differenti tessuti). Il motivo è essenzialmente che i tessuti sono perlopiù strutture amorfe (non sempre in realtà), mentre gli organi richiedono per la loro funzione una indispensabile conformazione spaziale che ne condiziona l’attività. Ora, nelle morfogenesi non è il genoma da solo a dirigere lo sviluppo e la differenziazione, perché le cellule del miocardio, se così fosse, conterrebbero tutta l’informazione sufficiente a ottenere un cuore, né da cellule staminali possiamo far sviluppare da solo un intero completo organismo! Questa semplice osservazione è sufficiente a comprendere che non è il genoma contenuto nella cellula a dirigere lo sviluppo e la morfogenesi: questa avviene infatti solo in presenza di un olos, di un’unità completa vivente. E’ infatti lo stesso organismo vivente (e non un certo numero incoerente di cellule) a dirigere il proprio sviluppo utilizzando i mattoni forniti dalle proteine, e indirettamente dall’RNA e dal DNA.

Serve necessariamente ipotizzare un campo informativo e ordinatore (di natura non genomica), a cui gli embrioni di una data specie accedono per attingere le informazioni relative alla forma, e ad anche – dato l’innegabile finalismo che dirige i processi viventi- una Intelligenza auto-organizzatrice della specie.

spiral-natureIn biologia ricorrono peraltro forme ad alto contenuto informazionale (bassissima entropia) quali gli sviluppi secondo la sequenza numerica di Fibonacci o la sezione aurea, oppure dei frattali. Di nuovo, nulla di tutto ciò trova spiegazione nel DNA, mentre è curioso che nessuno abbia ritenuto come un “fatto” da spiegare che quelle medesime strutture si trovino anche, ad esempio in cosmologia, nella conformazione delle galassie. Tuttavia qualora ci si ponesse in quest’ottica di cambiamento di paradigma si otterrebbe un modello interpretativo di enorme portata che permetterebbe di avvicinarci a comprendere perché nel mondo fisico, sia vivente che inorganico, ci siano forme “privilegiate” e delle strutture ricorrenti.

 


3. La nozione di campo morfico

 

Queste ed altre osservazioni devono indurci a considerare le teorie del biologo inglese R. Sheldrake, che ha introdotto i concetti di causalità formativa e di campo morfogenetico. Sheldrake ritiene che i sistemi siano regolati non solo dalle leggi conosciute dalla scienza, ma anche da “campi” (diversi dai campi della fisica) veicolatori di un tipo di causazione strutturale o formativa, secondo le sue parole:

“Quello di cui si occupa la mia teoria sono i sistemi naturali che si organizzano da soli, e riguarda la causa della forma. E la causa di tutte queste forme per me sono campi che organizzano, campi che definiscono, che io chiamo ‘campi morfogenetici’, dalla parola greca che significa forma”.

campo morfogenetico (1)Si tratta di un tipo di struttura sottile cioè non-fisica (o strumentalmente non rilevabile)  necessaria tuttavia a spiegare processi dei regni naturali, dai cristalli fino al comportamento di gruppi animali o a certe attività umane. E’ per certi versi una nozione che richiama a fondo il concetto di entelechia del pensiero aristotelico, e di causa formale. Tuttavia essa è stata rintrodotta come paradigma per una nuova scienza o meglio come modo per comprendere più a fondo molti processi naturali, che le leggi materialistico-meccanicistiche stentano a spiegare. Secondo la teoria di Sheldrake tutti i membri di una classe naturale accedono a un campo di in-formazioni, comuni alla propria specie, che ad esempio sono in grado di guidare lo sviluppo tridimensionale degli embrioni. Il modo in cui gli individui di una specie attingono a questa “riserva” di informazioni è detto risonanza morfica. Non si tratta però di realtà separate o trascendenti (come ad esempio le Idee Platoniche, extratemporali e immutabili), perciò vanno pensati piuttosto  secondo la nozione aristotelica di entelechia: il campo di informazioni è “inerente” a tutti i membri di una specie. In secondo luogo esso non è immutabile: esso anzi si modifica in relazione alle esperienze dei membri di una specie, trasferendo determinate informazioni adattative a tutta la specie. Si tratta dunque di un rapporto biunivoco tra i membri della specie e il campo morfico di essa, concepito come realtà dinamica.

In etologia animale sono stati osservati comportamenti spiegabili solo in termini di risonanza morfica. Ad esempio il comportamento delle scimmie Macaca fuscata, presenti su molte isole del Giappone, in cui fu registrato negli anni ’50 il famoso “fenomeno della centesima scimmia“. Sull’isola di Koshima una femmina chiamata Imo fu notata ripulire dalla sabbia, usando l’acqua del mare, delle patate che gli scienziati lanciavano a queste scimmie per scopi di osservazione. Tale comportamento si diffuse rapidamente fra le altre scimmie per normale apprendimento imitativo. La cosa sorprendente fu osservare che, una volta raggiunta una certa “soglia critica” di scimmie che avevano appreso quell’informazione, il nuovo comportamento si diffuse contemporaneamente a tutte le scimmie della specie comprese quelle separate da limiti geografici invalicabili, come quelle presenti su altre isole. Era entrato nel campo morfico della specie. In seguito, osservazioni di questo tipo divennero piuttosto frequenti per gli etologi in relazione a varie specie animali, ad esempio le cinciarelle che appresero a togliere la lamina di alluminio dalle bottiglie di latte. In questo caso non solo tale comportamento si diffuse rapidamente dall’Inghilterra ad altri paesi del continente, pur essendo le cinciarelle dei voltatili stanziali, ma tornò ad essere praticato dopo che la distribuzione delle bottiglie, sospesa durante la Secondo Guerra Mondiale, riprese; in tale periodo dovevano essere spariti tutti gli individui della generazione che aveva appreso quel comportamento. Tuttavia esso tornò ad essere appreso più rapidamente della prima volta!

Si può inoltre far notare come persino le nuove molecole modifichino la loro capacità di cristallizzare. A noi sembrerebbe normale pensare che una molecola organica o inorganica cristallizzi sempre in base alle sole leggi della chimica e della fisica, e che queste siano immutabili. Questo può valere per il cloruro di sodio o altri minerali che esistono da milioni di anni. Ma per quanto riguarda i nuovi composti di sintesi l’esperienza e la dimestichezza con il laboratorio indicano una realtà sorprendentemente differente! La glicerina ad esempio fu scoperta da Schieele nel 1779 e fu sempre un composto liquido, nessuno riusciva a farla cristallizzare. Nei primi anni del XIX secolo, quando essa era ormai impiegata da diversi decenni per la produzione di esplosivo, avvenne che un barile di glicerina cominciò a formare cristalli nel trasporto da Londra a Vienna. Da quel momento in tutti i laboratori, contro l’evidenza che la glicerina non potesse cristallizzare, questa sostanza al contrario incominciava a presentarsi sotto forma di cristallo, sempre più facilmente, via via che questo fenomeno si ripresentava. Oggi non sorprende più che la glicerina cristallizzi e il suo punto di cristallizzazione è a 17°C. Ugualmente possiamo dire del trealosio (un disaccaride) che per decenni rimase liquido e solo nel 1920 cominciò a formare cristalli; attualmente esso si presenta in forma cristallina già a temperatura ambiente.

E’ un’evidenza che tutti i chimici che ottengono un nuovo composto incontrino una certa difficoltà il più delle volte a farlo cristallizzare, processo che avviene spesso lentamente e con basse rese, le prime volte. Solo nel tempo il processo comincia ad avvenire. Ci sono composti che non cristallizzano per anni, poi questo fenomeno comincia a verificarsi ovunque, con la stessa facilità, in tutti i laboratori al mondo. Addirittura è molto curioso il caso dello xylitolo, dolcificante per chewing gum, sintetizzato nel 1891: non cristallizzò mai fino al 1942. Da quell’anno cominciò a comparire  un cristallo con punto di fusione a 61°C; in seguito ad alcuni anni comparve una seconda forma cristallina con punto di fusione a 94°C. Poco dopo, la prima forma cristallina scomparve definitivamente. Il modo in cui emergono polimorfi cristallini mostra che la chimica non è “senza tempo, essa invece è storicizzata ed evoluzionistica, come la biologia” (R. Sheldrake, Science set free, 2012,Crown Publishing Group, pag. 103).
Le stesso limite deterministico che contrapponeva il mondo inorganico o minerale a quello biologico sembra, da questa prospettiva, destinato ad assottigliarsi indefinitamente.

sheldrake-r-influenza - Copia1

Diagramma che mostra l’influenza dei sistemi passati sui sistemi simili successivi per “risonanza morfica”.

Tutti questi esempi di osservazione – compresi quelli tratti dall’etologia animale – supportano una definizione di campo morfico in grado di fornire un “veicolo” alla nozione di sinconicità junghiana e pauliana perché in effetti il campo morfico mette in connessione sia lo sviluppo fisico che comportamentale, sia i fatti oggettivi che fattori di tipo psichico e informazionale. Si noterà inoltre come la nozione di campo morfico di una specie, che correla al presente le esperienze passate dell’evoluzione, sia anche in  stretto rapporto con la nozione junghiana di “inconscio collettivo”. I campi morfici sono teorizzati come integrabili gli uni negli altri, in ordine gerarchico, come l’inconscio collettivo secondo  M.L. von Franz.

 


4.  Implicazioni ed applicazioni

Non esiste branca delle leggi naturali che non avrebbe una fonte esplicativa ulteriore nei campi morfogenetici. Pensiamo a ciò che concerne la struttura tridimensionale delle proteine, da cui dipende il loro funzionamento. Quando emersero per la prima volta, le molecole di proteine avrebbero potuto ordinarsi in un numero qualsiasi di modelli strutturali: sulla base delle leggi conosciute in realtà non sappiamo prevedere nessuna di queste forme (struttura terziaria), come già Sheldrake ha rilevato.

Espongo una mia osservazione per esplicare questa posizione.  Attualmente la biochimica sostiene che le strutture terziarie delle molecole e i loro conformeri (o rotameri) dipendano dalle leggi della termodinamica: sarebbe cioè favorita la conformazione termodinamicamente più stabile. Tuttavia questo è semplicemente un dogma (effettivamente chiamato “dogma di Anfinsen“), anche perché dovremmo modellizzare tutte le interazioni elettriche e il potenziale energetico di ogni conformero per verificare quale sia quello effettivamente il potenziale energetico più basso! Semplicemente in linea teorica si ritiene ragionevole presupporre  che le proteine passino la maggior parte del tempo nel conformero termodinamicamente più stabile, tuttavia non ci sono prove che la proteine che esce assemblata dalle chaperonine (o HSP, macrostrutture che fungono da zona di assemblaggio delle molecole proteiche) siano effettivamente nel conformero termodinamicamente favorevole. L’acceso allo stato termodinamicamente favorevole a volte viene dirottato in favore di un’altra struttura favorita da un punto di vista cinetico. E’ possibile anche che delle molecole restino in una conformazione termodinamicamente non favorevole, per tempi indefinitamente lunghi in un modo detto metastabile, ad esempio se certe variazioni termiche o del potenziale elettrostatico non si modificano (cosa perfettamente possibile in un sistema vivente che tende per definizione all’omeostasi). Dunque non è affatto certo che le molecole uscite dall’assemblaggio siano nel conformero termodinamicamente più stabile. Tutto ciò senza tener conto del Paradosso di Levinthal per il quale, dato l’alto numero di gradi di libertà dello scheletro di una proteina nativa, se questa dovesse passare attraverso tutti i rotameri possibili, anche solo impiegando dei picosecondi (10-12 s) impiegherebbe un tempo superiore all’età attuale stimata dell’Universo! Nella realtà una proteina esce ripiegata dall’HSP dopo tempi di poche decine di secondi. E qui sorge il vero problema: il solo effetto sterico e la qualità idrofilica/idrofobica (meccanismi assi poco specifici) delle HSP  come fa a spiegare il folding specifico  (la struttura secondaria e terziaria) di un numero estremamente elevato di molecole proteiche prodotte dalla cellula,  folding che deve essere altamente specifico.

Quale memoria possiede la HSP per processare in tempi così brevi proteine così diverse senza ricorrere a processi enzimatici specifici? Come fa un così basso numero di HSP (se ne contano all’incirca sei famiglie) utilizzando solo strutture non specifiche a selezionare il conformero e il folding specifico di un numero enormemente alto (centinaia di  migliaia) di differenti proteine?

Nessun ordinario modello può davvero dare una risposta a questa anomalia, senza introdurre un nuovo fattore. Non saremo mai in grado di spiegarlo per via termodinamica o biologico-molecolare semplicemente perché ciò è impossibile: semplicemente perché contro le leggi della probabilità! Questo è l’esempio di quanto a volte, arrivati ad un punto morto, un nuovo paradigma sia necessario per procedere oltre. Si noterà che ad esempio questo è un caso tipico di applicazione di memoria morfica (sia in relazione alla struttura delle proteine sia alla loro interazione con le HSP).

Un altro interessante fronte è quello noto come “genetica ondulatoria”, il programma di ricerca che fa capo a P. Garjajev e collaboratori, che ovviamente incontra l’ostracismo del resto del mondo accademico. Secondo il biologo molecolare russo, il DNA è un serbatoio di informazioni molto superiore a quello finora preso in esame dalla genetica, e consistente in codici per proteine; la genetica ondulatoria stabilisce il primato dell’attività energetico-informazionale, piuttosto che quella biochimica.  DNA Il DNA viene visto come un’antenna capace di trasmettere codici di informazione di natura soprattutto elettromagnetica, confortati in ciò dagli esperimenti di Popp che provano come questa molecola sia in grado di rilasciare fotoni coerenti. Il 98% di DNA attualmente definito “spazzatura” sarebbe, secondo Garjajev, coinvolto in questo tipo di funzioni comunicative. In un esperimento pubblicato nel 1992, Garjajev e Poponin hanno mostrato come esponendo ad un laser un campione di DNA, i segnali di scattering indotti da questa molecola rimanevano stabili per un certo tempo anche in assenza di DNA, come se un “doppio” della molecola campione restasse ad influenzare il comportamento dei fotoni. Ciò in realtà sorprende molto, perché mostra un tipo di fenomeno di natura quantistica normalmente non prevedibile per ordini di grandezza superiori a quelli delle particelle subatomiche! Anche il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e il fisico italiano E. Del Giudice hanno mostrato in studi successivi al 2008 come sequenze di DNA batterico rilascino segnali elettromagnetici a bassa frequenza in grado di influenzare stabilmente l’ambiente acquoso inducendo la formazione di nanostrutture. Sorprendentemente queste nanostrutture erano in grado di ricreare la sequenza di DNA che le aveva “informate” attraverso l’attivazione di una DNA-polimerasi, pur in assenza della molecola fisica del DNA (fatto del tutto inesplicabile sulla base della teoria biochimica attuale). Del Giudice ha ipotizzato processi di fisica quantistica per cercare di spiegare il fenomeno.  Anche i ricercatori russi come Popoin sono stati indotti a supporre delle “strutture quantistiche del vuoto” per spiegare il fenomeno. In questi casi, almeno, si tratterebbe di un nuovo campo sia pur ipotetico di natura fisica (ammesso che di questo si tratti!). Ma ecco che gli aspetti di iper-comunicazione e di risonanza morfica ricompaiono nel momento in cui consideriamo gli studi di Glenn Rein su come i processi “coscienti” possono dirigere e influenzare alcuni parametri fisici e biochimici del DNA (velocità di sintesi, riparazione, conformazione dell’elica).

Altri esperimenti di Garjajev hanno mostrato come segnali ondulatori di luce coerente proveniente da DNA sano potevano indurre riparazioni su DNA danneggiato da raggi X, in cellule in coltura. Quale “substrato” è in grado di tradurre questi segnali biofisici in processi biologico-molecolari di riparazione? e quale tipo di interazione può spiegare gli effetti del pensiero cosciente sul DNA delle cellule tumorali studiate da Rein? Di nuovo, non sembra essere un campo morfogenetico a orientare certi processi di ordinamento delle molecole biologiche e soprattutto a correlare questi con il dominio psichico dei processi coscienti?

 


5.  Conclusioni

La concezione di fondo sostenuta da R.Sheldrake è che gran parte dei processi naturali, specie quelli più importanti e “complessi” (termine tecnico da riferirsi alla Teoria della Complessità), in ambito biologico e chimico così come in quello psico-etologico, non sia riducibile alle leggi meccanicistiche e al solo modello genetico, e che ciò implichi di conseguenza la comprensione di nuove leggi.

Ora, la nozione di campo morfogenetico come elaborata da Sheldrake ha evidenti analogie con concetti già noti quali ad esempio quello di:

  • onde di forma della radionica,
  • noosfera del paleontologo Padre Teilhard de Chardin
  • campo torsionale dei fisici russi Kozyrev, Shipov e Akimov,
  • campo informazionale o akashico di E. Laszlo,
  • forma-pensiero in occultismo,
  • eggregore di alcune dottrine esoteriche.

Con ciascuna di queste nozioni i “campi morfici” hanno alcuni punti in comune più o meno marcati. Tuttavia la nozione di Sheldrake, sempre postulando  un livello sottile di energia, è riferita soprattutto al dominio delle scienze naturali: in ciò semmai l’analogia più stretta è con l’idea di forze plasmatrici eteriche dell’antroposofia di R. Steiner. Tuttavia l’innovatività della posizione di Sheldrake è di formulare una teoria scientifica (del resto questa posizione fu già assunta da Steiner in relazione anche ad altri ambiti).

La teoria di Sheldrake può essere anche falsa, può essere anche smentita empiricamente, ma questo fa crollare ogni accusa di essere una pseudo-scienza. Tutti gli stormi di uccelli, i banchi di pesci che si muovono in perfetto sincrono cambiando direzione repentinamente senza mai urtarsi…tutti gli esseri di una stessa specie sono in comunicazione con un campo morfico. Non è difficile immaginare esperimenti per fare predizioni sulla portata di questa nozione e per metterla sul banco di prova, e in realtà esperimenti di questo tipo sono già stati fatti, in relazione ad esempio alle facoltà ESP degli animali e ai loro processi cognitivi.

Da una parte scienziati come Sheldrake, T. McKenna, R. Abraham sono stati attaccati con un ostracismo più tipico dell’Inquisizione seicentesca che di una comunità veramente scientifica, e questo fa capire il livello di dogmatismo con cui alcune nozioni-cardine della scienza formulata in senso materialistico sogliono essere difese. D’altra parte non si può non notare fenomeni culturali assai rilevanti per portata, ampiezza e significato come ad esempio il Club di Budapest o ancora prima la Gnosi di Princeton e Pasadena, movimenti di opinione all’interno della scienza accademica (anzi vi sono confluiti eminenti astrofisici, fisici teorici ecc.) in cui la “scienza di confine” e le più ambiziose teorie innovative sui sistemi complessi, il caos, la natura dell’energia e l’origine del cosmo sono stati interpretati alla luce delle dottrine orientali o di antiche e mistiche correnti religiose (fenomeno forse filologicamente ardito, ma sicuramente genuino, tanto da aver meritato l’ammirazione di un Mircea Eliade) ed hanno con ciò tentato di indicare le linee-guida per un futuro nuovo paradigma scientifico. Senza contare che, oltre cortina, la scienza accademica sovietica, nei decenni passati in un certo senso isolata dal mondo occidentale, si è sviluppata su linee assai interessanti nel campo della fisica quantistica, della fisica teorica e della cosmologia così come in quello della parapsicologia, giungendo a formulazioni e risultati difficilmente accettabili per la scienza ufficiale ‘occidentale’.

Ora, è necessario fare una riflessione critica: questo tipo di forze sottili sono di natura non-fisica, o se vogliamo non riferibile alla materia densa come la conosciamo. Di conseguenza esse sono per definizione al di fuori del sensibile (comprendono in questo ambito anche l’esperibile attraverso strumenti, anch’essi stessi fisici per definizione). Si tratta tuttavia di forze che orientano la natura fisica, non si tratterebbe dunque di un piano propriamente metafisico, piuttosto della sezione superiore, o ‘sottile’ appunto, dello stesso mondo fisico. Si può discutere ovviamente su quanto sia legittimo pretendere di riferire a queste realtà “ipotetiche” (tali sono per la maggior parte dei ricercatori) il titolo di scienza e la ricerca scientifica. La risposta sarebbe a mio avviso positiva, almeno in parte, nella misura in cui come abbiamo visto, tali strutture sembrano imporsi quasi da sé ad integrare esplicativamente certe anomalie nella nostra comprensione delle leggi naturali. Si tratterebbe di un passo non sullo stesso piano orizzontale su cui si sono concentrate le scienze naturali, ma di un salto verso l’alto, l’acquisizione di una ulteriore dimensione di profondità. Tutta la resistenza, sia a livello culturale che ideologico, ad ammettere questo ordine di spiegazioni da parte degli scienziati comuni risiede nel fatto che questo tipo di realtà richiama abbastanza chiaramente la nozione di qualitas occulta, sul cui rifiuto la scienza attuale si è basata a partire dal  XVI secolo. D’altra parte per comprendere che non si tratta di meri miraggi occultistici di qualche sognatore mistico o di fantasticatori new age, basta considerare che la dimensione sottile di cui si sta parlando non è un concetto molto dissimile da quello di Ordine implicito, invisibile, di cui parlava D. Bohm, uno dei più importanti fisici quantistici.

Ma non si devono coltivare facili illusioni in merito. Queste “realtà” non verranno mai integrate in senso positivo nella comprensione scientifica del mondo fintantoché un numero sufficiente di individui, una “massa critica”, non avrà sviluppato stabili capacità e sensi sottili, almeno solo in parte. Senza, non potrà avvenire né un mutamento di coscienza collettivo nel mondo scientifico, né potrà effettivamente elaborarsi in modo positivo un’indagine esplorativa della dimensione sottile e delle sue leggi come base per una più completa comprensione delle leggi naturali.

Secondo alcuni, l’uomo antico possedeva una naturale chiaroveggenza che nel tempo perse. Questo cambiamento fu però necessario per l’acquisizione del pensiero scientifico, che a sua volta è stata una tappa indispensabile a che l’Uomo sviluppasse l’autocoscienza, emancipandosi dalle forze naturali rispetto alle quali non si era ancora reso autonomo. Quando dovesse avvenire che, per sviluppo autonomo di ulteriori facoltà sottili, stavolta padroneggiate in piena autocoscienza, un gruppo sufficientemente rilevante di ricercatori di buona volontà indagasse estendendo il dominio delle leggi naturali alla loro dimensione sottile allora accadrà questo:  non sarà più,  come è stato per un dato tempo, che il pensiero scientifico ha guidato l’evoluzione dell’uomo, ma sarà l’evoluzione umana a porsi alla guida di una scienza rinnovatacreative-evolutionary-consciousness-450x448Occorre anche ricordare che la stessa scienza attuale ha un suo specifico campo morfico, ed esso è ben consolidato così che ci si può attendere che non si lascerà modificare dall’esterno facilmente!  Del resto un cambiamento del genere sarebbe, per portata e ampiezza, anche più grande e rivoluzionario di quello che la meccanica quantistica ha rappresentato per la fisica classica.

Ma fino a quel momento non si diano pena i ricercatori accademici! …Fino ad allora  potranno semplicemente accontentarsi delle attuali leggi, abituandosi alle anomalie (che come ho mostrato non sono poche), cosa che la scienza tuttavia ha sempre fatto: ignorare le anomalie sembra essere infatti una prassi della scienza normale (cfr. T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi).

Inoltre se questa nostra “previsione” non dovesse “avverarsi” in tempi rapidi (cosa comunque possibile dato il livello di abbrutimento antropologico e spirituale che l’umanità attuale sta manifestando a tutti i livelli) le cose rimarranno invariate: spinti al limite del materialmente conoscibile sulla base dello stato attuale di coscienza dell’Uomo, gli scienziati potranno fare ben pochi spostamenti in avanti, limitandosi a scoperte locali. Rimanendo così, con questa scienza ad una dimensione, non potranno far altro che limitarsi ad amministrare l’esistente.

 

 

 

Bibliografia

Popp F. A., Quao G., Ke-Hsuen L., Biophoton emission: experimental background and theoretical approaches, Modern physics Letters B, 8, 21-22, 1994.

P.P. Gariaev, K.V. Grigor’ev, A.A. Vasil’ev, V.P. Poponin and V.A. Shcheglov. Investigation of the Fluctuation Dynamics of DNA Solutions by Laser Correlation Spectroscopy. Bulletin of the Lebedev Physics Institute, n. 11-12, p. 23-30 (1992).

L Montagnier et al. 2011 J. Phys.: Conf. Ser. 306 012007

W.Pauli, C.G. Jung, Psiche e Natura, Adelphi 2006

J. Horgan, La fine della scienza, Adelphi 1998

R. Sheldrake, La mente estesa, Urra edizioni, 2006

R. Sheldrake, La presenza del passato, Crisalide edizioni, 2011

 R. Sheldrake,  Science Set Free: 10 Paths to New Discovery, Deepak Chopra editions 2012

R. Sheldrake, Le illusioni della scienza, Urra edizioni, 2013