Catene lineari del corpo e dello spirito

calligarisIl neurologo italiano Giuseppe Calligaris (1876-1944), vero genio dimenticato, è stato l’autore di sorprendenti scoperte – sorprendenti per il loro intrinseco significato, ma anche per la vastità di applicazioni e infine per la coerenza e l’organicità del quadro generale –  nel campo della medicina olistica e non convenzionale.
È anzi sorprendente che solo in tempi relativamente recenti, in Italia, si siano riscoperti gli studi di questo nostro connazionale, forse più stimato all’estero che in patria, anche a fronte del grande interesse che invece nel campo della medicina non-convenzionale è stato rivolto a studiosi stranieri. Fortunatamente, come diremo i suoi studi sono stati ripresi, ed anche ampliati in un sistema di trattamento psicosomatico ad opera di due ricercatori e sperimentatori italiani che hanno trovato il modo di adattare in un modello operativo le sue scoperte teoriche.

Già dalla sua tesi di laurea dal titolo Il pensiero che guarisce (1901) incentrata sul potere di autoguarigione della suggestione, il giovane Calligaris legò il suo interesse di neuropsichiatra alla ricerca psicosomatica, un tema che avrebbe sviluppato nelle sue successive e sorprendenti ricerche. Malgrado i suoi brillanti meriti accademici (fu ordinario alla Sapienza) e le sue pubblicazioni di alto rigore, una dei quali, Il sistema motorio extrapiramidale (1927) fu adottata come testo universitario per molti anni a seguire, le sue scoperte e le pubblicazioni “di frontiera” gli valsero l’ostilità, anche ingiusta e preconcetta, della comunità di allora. Questo suo isolamento fu anche la causa dell’oblìo in cui caddero le sue ricerche per diversi decenni, almeno in Italia. Visse negli anni in cui la neurologia e la neuropsichiatria cominciavano a delineare il loro statuto scientifico. Ma i suoi studi andarono molto oltre il paradigma della medicina su base meccanicista, del resto implicavano un sistema di relazioni energetiche di tipo sottile.

Erano anche gli anni in cui il neurologo inglese H. Head spiegava il “dolore riferito” e, attraverso le zone di Head, descrisse la proiezione cutanea dei riflessi viscero-sensitivi (convergenza di innervazioni  viscerali e di particolari aree cutanee sugli stessi metameri spinali);  e in cui il dott. W. Fitgerald indicava delle zone longitudinali della pelle, dette dermatomeri,come base per trattamenti antalgici e con la sua assistente Eunice Ingham poneva le basi della  riflessologia plantare.  Ma il lavoro di Calligaris andò molto oltre per portata e soprattutto per implicazioni teoriche, dato che si basava per lo più su relazioni sottili, legate al corpo eterico e non riconducibili a spiegazioni neurologiche – anche se, va detto, Calligaris non azzardò mai interpretazioni esplicite in questo senso ma si limitò a registrare empiricamente ogni corrispondenza. Fu questo fatto che gli valse l’ostilità del mondo scientifico così come l’aver mostrato di poter eseguire, attraverso le sue scoperte, determinati esperimenti di parapsicologia (o di metapsichica come si diceva all’epoca), esperimenti peraltro abbastanza eclatanti ed eseguiti in presenza di numerosi osservatori, che impressionarono persino lo yogi indiano Yogananda, in una sua visita in Italia nel 1934, in cui poté assistere ad un fenomeno di remote viewing attraverso un muro indotto da Calligaris su un suo paziente, come Yogananda stesso ci riferisce nella sua Autobiografia di uno yogi. Del resto questi suoi studi attirarono l’interesse di diverse intelligence militari: i suoi appunti furono trafugati dagli austro-tedeschi che avevano occupato il Veneto durante la Prima Guerra Mondiale, e infine dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale (e non è un caso se Germania e Stati Uniti sono i Paesi in cui si sono sviluppate scuole di medicina complementare, seppure semplicistiche, ispirate alle sue scoperte).

Nelle sue opere principali (che contano più di sedici volumi),  Le Catene lineari del Corpo e dello Spirito (1928),  La Fabbrica dei sentimenti (1932), Le meraviglie dell’autoscopia (1933), Le meraviglie dell’eteroscopia (1934), Telepatia e telediagnosi (1935), Le immagini dei vivi e dei morti richiamate dalle loro opere (1935), L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo (1937), Le meraviglie della Metapsichica (1940), Nuove ricerche sul cancro (1940), Le meraviglie della Metafisiologia (1944) è esposto il quadro coerente ed organico di una fisiologia sottile che si articola su linee energetiche disposte in modo reticolare lungo la superficie del corpo umanoNel cercare di spiegare la correlazione fra aree cutanee ad alterata sensibilità e danni alla corteccia cerebrale (correlazioni spesso non spiegabili sulla base delle ipotesi meccanicistiche della neurologia) Calligaris si imbatté nell’osservazione che la stimolazione cutanea (che lui definiva “carica”) lungo percorsi lineari generava sempre determinati riflessi fisici e sensazioni soggettive (” di repère “) e al contempo anche l’attivazione di determinati sentimenti.L’individuazione di queste strutture permette di dare indicazioni certe e soprattutto ripetibili dello stato psico-fisiologico dell’individuo. Queste prime scoperte furono poi ampliate da Calligaris in tutto il corso della sua vita; il suo interesse fu soprattutto per la mappatura e la ricerca di base, non pensò a svilupparne le potenzialità terapeutiche: la maggior parte delle sue ricerche hanno puntato ad evidenziare riscontri di tipo psicologico (attivazione di emozioni e sentimenti) e parapsicologico (attivazione di esperienze e facoltà extra-sensoriali). A tal proposito va detto che Calligaris non avanza mai nessuna interpretazione su base “occultistica” ma semplicemente da medico e da scienziato si è limitato alla registrazione di eventi e condizioni sperimentali ripetibili. Tuttavia la sua familiarità con concetti come “aura” “campo aurico”, “chiaroveggenza” ed altri, testimonia una conoscenza del lessico della metapsichica del tempo e della terminologia esoterico-occultistica. Dalle scarse indicazioni biografiche nulla sappiamo di quale milieu possa aver costituito il suo retroterra formativo, né di come fosse pervenuto a certe straordinarie e circostanziate scoperte. Mia personale convinzione è comunque che avesse avuto contatti con la corrente della Teosofia, sebbene prove diretta al momento non si conoscano. Rileviamo però che un suo allievo e collaboratore, Edoardo Bratina (1913-1999) è stato segretario della Società Teosofica. calligaris (1)

Un ultimo riferimento alla storia di queste scoperte: sono stati due studiosi italiani, Flavio Gandini e Samantha Fumagalli, a riscoprire di recente il lavoro di Calligaris e farlo conoscere in Italia. Il loro grande merito è stato non solo quello di aver portato avanti la sperimentazione ma sopratutto di aver creato un sistema operativo in grado di tradurre gli studi di Calligaris in un metodo di medicina olistica, con possibilità di intervento ed applicazione concreti nel campo della psicosomatica, denominato come Dermoriflessologia®.

Un altro merito di questi ricercatori è di aver allargato gli “orizzonti teorici” di riferimento integrando nella Dermoriflessologia gli insegnamenti di autori come Jung, Gurdjieff, Carlos Castaneda e R. Steiner. Questi inquadramenti teorici sono risultati utili per contestualizzare le scoperte del neurologo Calligaris e creare un quadro di riferimento sulla struttura della psiche e dell’inconscio, un’ antropologia e una fisiologia iper-fisica (soprattutto di componente steineriana) per la spiegazione teorica di alcuni processi sottili, degli sviluppi evolutivi e dell’espansione delle facoltà. Come si vedrà infatti la Dermoriflessologia ha due principali campi di applicazione: uno di tipo medico nel senso soprattutto di medicina olistico-energetica (ma anche con interessanti possibilità di applicazione anche nella psicoterapia e nella psicologia clinica, come tecnica complementare) ed un altra di tipo evolutivo come integrazione e sviluppo delle facoltà cognitive, psichiche e della personalità.

 


Il Grande Reticolo Energetico

Calligaris aveva dunque individuato delle linee “energetiche” lungo la superficie cutanea, dal tracciato rettilineo in grado di attivare riflessi fisici e soprattutto emozionali.Si tratta ovviamente di linee energetiche sottili in quanto non rilevabili con strumenti, almeno non direttamente, e non spiegabili con anatomiche osservabili o già note. Il primo paragone che potrebbe sorgere in mente sono i meridiani di agopuntura, ma l’accostamento non è esatto, in quanto questi ultimi seguono tragitti ipotetici che collegano dei punti specifici, e sono soprattutto questi punti a presentare un significato operativo e fisiologico. Tali meridiani hanno percorsi non lineari , inoltre scorrono nello spazio sottocutaneo a diversi “livelli” di profondità anche se questa profondità non è direttamente “misurabile”. Le linee di Calligaris sono invece perfettamente rettilinee, inoltre si dispiegano esattamente all’esterno del corpo, sulla superficie cutanea. Inoltre il nostro autore non mostrava di conoscere la Medicina Cinese, né fa mai riferimento nelle sue opere a tale sistema medico, dunque verrebbe da supporre una totale autonomia di scoperta. Si tratta in realtà di strutture diverse, entrambe “reali” nel proprio ambito e contemporaneamente. E tuttavia alcune analogie fra i due sistemi di riferimento possono essere osservate.

Vi sono dieci linee principali, che decorrono in senso longitudinale, senza soluzione di continuità lungo la superficie anteriore e posteriore del corpo, ognuna forma dunque una “catena”, o un anello chiuso. Ognuno di questi anelli rappresenta un sistema di corrispondenza organo-emozione, ma con una certa polarità poiché il lato dorsale identifica prevalentemente il riflesso emozionale, mentre il lato frontale quello organico-fisico. Come vedremo, due di esse hanno un particolare significato, oltre che anatomico anche di valore funzionale: la linea laterale, che divide la parte frontale e quella laterale del corpo, e la linea centrale, l’asse di simmetria del corpo.
Le linee che passano centralmente agli arti e al capezzolo (linea mamillare) sono dette, insieme alla linea centrale, mediane, vi sono poi altre quattro dette intermedie. Esse sono le dieci linee principali. Fra ognuna di esse vi è approssimativamente la distanza di un palmo (riferito al soggetto).

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Il Grande Reticolo Energetico

  • I Linea (laterale del corpo) – Funzione psichica:”dissociazione“, da intendersi come processi logico-analitici. Emozione: estroversione. Corrispondenza fisica: Sistema Nervoso Centrale.
  • II Linea (mediana del braccio destro)– Emozione: amore. Corrispondenza fisica: intestino.
  • III Linea (ascellare destra, intermedia) – Emozione:oblio (ricordi inconsci). Corrispondenza fisica: stomaco.
  • IV Linea (mediana della gamba) – Emozione: memoria (ricordi consci). Corrispondenza fisica: uro-genitale e vescica.
  • V Linea (inguinale destra, intermedia) – Emozione: odio, aggressività. Corrispondenza fisica: fegato
  • VI Linea (mediana del corpo) – Funzione psichica: “associazione” (processi cognitivi sintetico-intuitivi). Emozione: introversione. Corrispondenza fisica: Sistema neurovegetativo, reni, apparato muscolo-scheletrico.
  • VII Linea (inguinale sinistra, intermedia) – Emozione: dolore, capacità di resistenza. Corrispondenza fisica: milza.
  • VIII Linea (mediana della gamba sinistra) – Emozione: piacere. Corrispondenza fisica: pancreas.
  • IX Linea (ascellare sinistra, intermedia) – Emozione: Calma, sonno. Corrispondenza fisica: polmoni.
  • X Linea (mediana del braccio sinistro) – Emozione: eccitazione, attività. Corrispondenza fisica: cuore, tiroide.

Il reticolo si forma dall’intersezione di queste dieci linee primarie longitudinali con le corrispondenti primarie trasversali (orizzontali, distanti fra loro anch’esse  circa una decina di cm) le quali, seppure con minore incisività, hanno le stesse relazioni e significati. Quattro linee  primarie ortogonali fra loro (tutte mediane o tutte intermedie) secondo il Calligaris individuano un Grande quadrato fondamentale.Scan_20160312_105409 All’interno di ogni quadrato fondamentale si riproduce in modo “frattale” la struttura del Grande Reticolo. Il Calligaris aveva dunque individuato sperimentalmente un struttura ricorsiva o frattale che giustifica il principio olistico (spesso alla base di molti sistemi riflessologici) per cui la parte riproduce il tutto e il Tutto si rispecchia nella parte.
Su ogni linea ( a qualsiasi livello del “frattale si collochi) scorre l’energia corrispondente a quell’emozione o meglio a quel sistema emozione-organo; ma anche, secondo Calligaris, le memorie e le esperienze cristallizzate relative a quello specifico dominio.

 

È importante a questo punto evidenziare che vi è una particolare legge che regola la relazione fra il riflesso cutaneo, la memoria emozionale e un organo. L’iperattività di un organo (per varie ragioni, maggior carico funzionale etc.) produce l’attivazione dell’emozione corrispondente (es. fegato-rabbia) ma anche l’ipersensibilità di un’area cutanea. Tale corrispondenza è vera in ogni senso ed è perfettamente circolare (Legge della Triplice Corrispondenza). Si capisce allora come la pelle  possa essere sfruttata come efficace panello di controllo, sia “in lettura” che “in regolazione“, del nostro sistema psicofisico.Una seconda legge quella dei “Complementari” verrà spiegata a breve.

Oltre alle primarie esistono linee secondarie, ogni primaria è accompagnata da otto secondarie parallelamente alla primaria, quattro su ciascun lato. Esse formano così una banda assiale (che ha lo spessore di circa 1 cm) di cui la primaria è l’asse di simmetria. Le secondarie “specificano” le primarie, indicano i possibili campi d’applicazione di quel sentimento (oppure porzioni d’organo se ci riferiamo al lato frontale della catena). I loro significati sono, in relazione ad un sentimento generico:

  1.  sentimento sessuale (riferito cioè al sesso)
  2. sentimento familiare (riferito alla famiglia)
  3. sentimento per la patria (la nazione, ma può riferirsi ad un gruppo di appartenenza più ampio della famiglia e più esteso, una tribù, un clan un partito)
  4. sentimento umanitario e religioso (riferito a tutta l’umanità nel suo insieme e alla sfera divina)
  5. sentimento per la società
  6. sentimento per la natura
  7. sentimento per l’arte
  8. sentimento per il lavoro

In sostanza l’effetto di una carica su quella linea secondaria suscita sentimenti ed immagini (ricordi, esperienze) riferiti a quell’emozione e all’ambito specifico: es. la linea di amore (I) per la patria suscita nel paziente posto in stato di rilassamento le immagini di bandiere, canti patriottici, parate; quella di piacere (VIII) per la natura suscita il desiderio di trovarsi all’aperto o può indurre immagini e sensazioni di esperienze piacevoli a contatto con la natura etc.

Si può osservare che le otto secondarie sono disposte specularmente, la 1-8 indicano un campo strettamente individuale, la 2-7 un campo più ampio fino ad arrivare alla 4-5 alla massima universalità. La prima emibanda (1-4) evidenzia una modalità “statica”, riguarda l’essere, l’altra (5-8) una modalità “dinamica” ed evidenzia un fare o un relazionarsi (società, lavoro).

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Linee primarie e secondarie della mano

Per ragioni tecniche e pratiche si è deciso di effettuare trattamenti soprattutto sul quadrato fondamentale della mano. Come già detto il Calligaris si era prevalentemente concentrato sul lavoro sperimentale e sulla ricerca teorica, con una puntuale annotazione dei fenomeni di repère (sensazioni soggettive in risposta alla carica, o correlazioni fra iperestesia delle linee e disturbi neuropsichiatrici), ma non aveva elaborato su questa mappatura un metodo sistematico per un trattamento psicosomatico. Gandini e Fumagalli, gli elaboratori della metodica della”Dermoriflessologia”, hanno utilizzato un’apparecchiatura Tens (Transcutaneous Electrical Nerve Stimulator) per la stimolazione delle linee e delle bande. Questo permette oltretutto di modulare lo stimolo e di protrarlo per il tempo necessario. Calligaris impiegava ai suoi tempi un ago faradico per cercare le linee, oppure un martelletto di metallo raffreddato per stimolare le placche. Inoltre il metodo impiegato tiene conto dell’anzidetta Legge dei complementari. Calligaris solitamente usava stimolare le aree iperestesiche. Ciò non è però  privo di disagi indiretti per il paziente, poiché esaspera uno stimolo emozionale già in atto prima di vedere dei risultati positivi, se ci si pone in un’ottica di trattamento psicosomatico. Le linee – o meglio le catene – sono collegate da rapporti funzionali anche se non “anatomici”. Ad esempio amore-odio sono due sentimenti complementari, così si è visto che anche le loro linee compensano o trasferiscono l’una sull’altra l’iperattività di una delle due emozioni. Dopo una fase di ipersensibilità di una linea (dovuta ad un carico fisico o emozionale) l’ipersensibilità si accende sulla complementare. Nella nostra metodica si preferisce lavorare bilanciando sempre la linea complementare: evitando la stimolazione diretta su linee già “accese”. Le coppie di complementari o “bilance” sono cinque: Amore-Odio, Memoria-Oblio, Piacere-Dolore, Sonno-Eccitazione, e Associazione -Dissociazione. Quest’ultima categoria è particolare, si tratta non solo di una coppia di attitudini emozionali (estroversione/introversione) ma di vere e proprie modalità psichiche e cognitive, in grado di gestire tutti gli altri sentimenti. Potrebbe apparire notevole il fatto che le due linee corrispondenti occupino infatti l’asse di simmetria del corpo  (piano sagittale) e il piano frontale. Essi gestiscono ogni altra emozione così le secondarie della Banda I e VI avranno, oltre agli otto campi di applicazione di cui sopra la funzione di controllo delle altre emozioni (es. Dissociazione del piacere, del dolore, dell’amore, dell’odio etc.): queste secondarie sono così scomponibili in due diversi registri. In totale si avranno  80 + 8 +8, cioè 96 linee secondarie in totale. Ciò ha fatto pensare alla suggestiva idea che tale numero potesse essere messo in relazione ai 96 (o 960) “petali” del sahasrara chakra, il chakra coronale della fisiologia sottile induista. In qualche modo queste 96 linee longitudinali potrebbero essere pensate come la proiezione sulla superficie cutanea dei “filamenti luminosi” che il chakra coronale proietta lungo e attraverso il campo aurico.

Un punto di forza a livello operativo è che attualmente con una strumentazione di tipo Tens, impiegata in questo contesto come uno strumento di biorisonanza, si può modulare la frequenza del segnale in entrata. Diverse frequenze  possono così agire su diversi livelli della coscienza (e dell’inconscio) e parallelamente su diversi livelli energetici. In Dermoriflessologia si usano di solito quattro diverse frequenze che, per il loro effetti e il livello su cui risuonano, sono posti in relazione con i corpi fisico, eterico, astrale e causale, i primi tre soprattutto tratti dalla fisiologia di Steiner.

 


Le placche cutanee

Dalla combinazione di linee secondarie fra di loro la definizione di sentimenti terziari, le possibili combinazioni sono teoricamente infinite. Tali combinazioni terziarie non hanno una proiezione lineare ma, secondo il Calligaris si riflettono su piccole porzioni cutanee circolari dette placche. Calligaris ha indicato un gran numero di emozioni e sentimenti   “scomponibili”, secondo la sua sperimentazione, in combinazioni delle linee secondarie.

A titolo di esempio l’amicizia sarebbe riconducibile a una sommatoria di cariche della secondaria 6 del pollice (Amore per la Natura) e della 4 dell’indice (Memoria per l’Umanità); l’ottimismo sarebbe dato dalla carica contemporanea della secondaria 5 della banda dell’anulare (Piacere per la società) e dalla 5 del pollice (Amore per la società); la vendetta da 1 secondaria dell’anulare (Piacere per il sesso) e 5 della seconda interdigitale ( Odio per la società) etc. (un grande numero di emozioni sono così riportate da Calligaris nei tre volumi de La Fabbrica dei sentimenti). Tali sentimenti vengono suscitati sperimentalmente nel soggetto dalla carica di tali linee, oppure, esse risultato spontaneamente iperestesiche se il soggetto sta provando quei sentimenti .

Le placche non si limitano a tradurre solo sentimenti secondari e terziari ma tutta una varietà di effetti di natura riflessologica che implicano sviluppo di capacità, fenomeni psichici, anche di tipo extra-normale, riattivazione di ricordi etc. o realtà dell’ambito umano: anni, età, settenni, rapporto con gli antenati, i genitori, oppure fenomeni esterni come numeri, colori, lettere dell’alfabeto (di cui è possibile evocare l’idea o l’immagine nell’esaminato) oppure fenomeni macrocosmici come i pianeti, i metalli (di cui è possibile attivare la visione o l’immagine o anche risonanze ‘radioestesiche’). Scan_20160312_112902Le placche individuate da Calligaris sono nell’ordine di qualche migliaio ma metodologicamente possiamo prevedere che siano in numero potenzialmente infinito (L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo).

Le placche sono zone circolari di dimensioni variabili in genere fra i 6 e i 15 mm.  Un ulteriore merito di Gandini e Fumagalli è stato di aver constatato che la zona di maggiore sensibilità della placca è la circonferenza esterna (oltre al centro). Tale fronte di sensibilità in seguito a stimolazione, retrocede verso l’interno della placca. Al contempo le impressioni e ricordi suscitati appaiono più antichi e remoti, fino a farsi non più “individuali”. Così si è imposta l’evidenza che tali placche agiscano come un registro, esattamente come un “disco di vinile” in cui i solchi più esterni rinviano a sensazioni fisiche e memorie più recenti, fino a dare, via via che si procede verso il centro, immersioni nell'”inconscio profondo”, memorie ataviche ed ancestrali, fino ad arrivare, per alcuni, a puntate nel super-cosciente, dove si ha l’esperienza “informale” di una certa emozione o sentimento. Per tale ragione è stato efficace introdurre una stimolazione anche con spiraline metalliche in grado di associare alla stimolazione meccanica quella dell’ onda di forma radionica.

In base al tipo di sensazione suscitata è stato possibile anche qui ascrivere ai diversi livelli di profondità della placca la relazione con i quattro corpi della fisiologia sottile. Dagli strati esterni vengono suscitate sensazioni fisiche e memorie individuali; già oltre sorgono ricordi ed esperienze riferibili a membri antichi della propria famiglia, gli antenati, portando alla luce anche eventi non conosciuti dall’esaminato, ma storicamente individuabili o confermabili. Siamo quindi probabilmente nell’area di pertinenza del corpo eterico, depositario della memoria di sangue e della stirpe. Più oltre sorgono contenuti psichici (anche molto coinvolgenti emotivamente) anche molto antichi  e non riferibili al vissuto individuale. Non necessariamente qui si devono supporre ipotesi reincarnazioniste su vite precedenti a livello “individuale”,  può essere ad esempio utile richiamarsi anche alla nozione di Inconscio collettivo di Jung. A questo livello ci possiamo riferire al cosiddetto corpo astrale. Queste osservazioni hanno rafforzato l’importanza delle scoperte di Calligaris che inizialmente non contenevano tali riferimenti ai corpi sottili:  questi accostamenti hanno permesso di interpretare meglio il senso di queste scoperte e di inserirle in una comprensione teorica più ampia.  Scan_20160312_112326

L’ultimo livello è stato posto in relazione al corpo causale, che si può far corrispondere al Sé della psicologia transpersonale. Questo “ente” o “corpo” in effetti però, per le dottrine sapienziali ed orientali da cui è tratto (Sé, in sanscr. Atma) rappresenta il nucleo totalmente trascendente della Personalità, in una certa misura sovraindividuale, e non si incarna e non partecipa dell’incarnazione se non attraverso il suo riflesso nella nostra dimensione: l’Io. Si tratta di una dimensione della coscienza di cui solo pochissimi arrivano a fare esperienza, in modi comunque fuggevoli, e solo in conseguenza di forme di elevazione e di ascesi particolari. Propendo quindi per riferire questo strato delle placche – ed anche le relative frequenze di trattamento-  piuttosto al corpo mentale superiore, che è il piano immediatamente sotto il causale e si riferisce comunque a stati della coscienza particolarmente elevati, astratti e informali, che trascendono comunque l’astrale ordinario (fatto di forma e animato dal desiderio) e assimilabili ugualmente alle esperienze che suscita la stimolazione delle porzioni centrali delle placche.  Ma si tratta di interpretazioni teoriche o terminologiche che non incidono nella pratica di questa tecnica. Si osserva però che non sempre tutti gli individui riescono a rispondere al trattamento sulle frequenze corrispondenti a questo “corpo”, segno che il loro sviluppo animico non raggiunge ancora tale livello.

I campi di applicazione della placche sono moltissimi. Va detto che un buon numero di esse possono essere impiegate per scopi terapeutici più o meno diretti ( vi sono placche per trattare anche le dipendenze e gli abusi di sostanze ad esempio) o comunque per il riequilibrio della personalità, il benessere psicofisico, la risoluzione di conflitti, l’elaborazione consapevole di contenuti inconsci. Soprattutto Calligaris individuò delle placche in grado di segnalare patologie a carico di organi, utilizzabili per una futura “diagnostica” non-convenzionale ( cfr. Telepatia e Telediagnosi). Tale campo merita di essere sviluppato in modo particolare, data la sua grande utilità per le medicine olistiche.

Le numerose placche risonanti degli anni (da 1 a 100) e dei mesi di gestazione sono uno strumento importantissimo nelle mani di un terapeuta, in quanto capaci di riportare in modo molto rapido alla memoria anche un vissuto profondamente rimosso. Tali riemersioni avvengono sotto forma di immagini durante le sedute o, più spesso, in forma di sogni nei giorni immediatamente seguenti, generalmente in una modalità tale da avere la possibilità di elaborare anche elementi sgradevoli o traumatici, anche perché la dermoriflessologia interviene sulle placche solo dopo aver fatto lavori di riequilibrio sulle linee primarie, riportando il sistema ad un più alto livello di consapevolezza, e di equilibrio animico. Lo scorrere del tempo viene registrato sulle placche. Di esse risulta “attiva” cioè sensibile quella dell’anno in corso, ma anche – scoperta recente, non contemplata inizialmente dal Calligaris –  tutte quelle contenenti materiale non “risolto”. A volte capita che l’indicazione delle placche possa avvenire spontaneamente, anche attraverso il sogno, ad esempio con l’indicazioni di numeri specifici, quando ciò avviene è segno che il soggetto trattato sta seguendo spontaneamente un processo di auto-guarigione, che il sistema sta evolvendo verso un punto di equilibrio più stabile e maturo. Si tratta dunque di uno strumento potente ed efficace, ma anche molto sicuro, di comunicazione con il subcosciente, di risoluzione di conflitti e di presa di coscienza. La finalità è l’aumento di consapevolezza e di conoscenza di sé, sbloccando nodi psichici ed energetici.

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Interessante osservare, e nella nostra pratica di operatori capita con un certa frequenza, la potenzialità di agire su quella che la psicologa alsaziana A. Schützenberger ha definito “sindrome degli antenati”.  Come abbiamo detto le placche possono registrare anche memorie dei propri ascendenti, rispondendo a quello che è il campo morfico della propria famiglia. Quando si trattano placche relative ad un anno, si può interagire anche con la memoria collettiva familiare, con le esperienze storiche degli antenati, ad esempio i traumi da essi vissuti, che rendono – a volte- l’età anagrafica in cui sono avvenuti una data fatidica anche per i discendenti (fenomeno di cui la Schützenberger ha riportato ampie casistiche cliniche): in questi casi l’impiego in particolare delle frequenze per l’eterico, si può rivelare particolarmente utile.

Molte altre placche hanno una destinazione che potremmo definire “evolutiva” più che terapeutica. Si tratta delle placche di attivazione di ampliamento delle facoltà cognitive, anche in campo cosiddetto ESP . Vi sono diverse placche in grado di attivare ad esempio fenomeni di remote viewing, come abbiamo ricordato già all’inizio, numerose per attivare fenomeni di chiaroveggenza (ma che richiedono trattamenti prolungati per creare delle vere e proprie attitudini), alcune per evidenziare la visione dell’aura. A tale riguardo le placche sono classificate come:

  • risonanti (in grado di attivare la visione di immagini o informazioni relativi a sé stessi)
  • consonanti (in grado di attivarle in relazione a terzi, posti ad una certa distanza o aventi una certa relazione con l’esaminato).

Tale distinzione si sovrappone a quella fra placche autoscopiche (le prime) ed eteroscopiche (le seconde)

Un gruppo molto interessante di placche, in questo contesto, sono quelle riguardanti il campo onirico.  Placche delle Ricapitolazione onirica inversa rievocano in sogno il ricordo di eventi vissuti, a ritroso nel tempo dal più recente al lontano passato. Trattate progressivamente, sono una base per avere rimandi ed indicazioni di contenuti da sviluppare o elaborare più nello specifico, così come le placche di regressione per “settenni“. Alcune possono essere impiegate, sopratutto nei primi trattamenti per aumentare la capacità di ricordo dei sogni, altre per l’induzione delle visioni ipnagogiche, per il potenziamento delle percezioni sensoriali nei sogni, colori più vividi, percezione tattile nel sogno etc. L’espansione della capacità di utilizzo del mondo onirico come mezzo per scandagliare l’inconscio mostra il potenziale supporto che la dermoriflessologia potrebbe esercitare anche in affiancamento alla psicologia. Non a caso è stato proficuo integrare la tecnica con le concezioni della psicologia junghiana, con la dimensione degli Archetipi come necessaria chiave di interpretazione del codice onirico.

Vi è anche la possibilità di indurre o favorire il sogno lucido (o consapevolezza del sogno), per coltivare quella che Castaneda chiama “seconda attenzione“. La capacità di tenersi coscienti e d aver il “ricordo-di-sé”è una pratica delle tradizioni sciamaniche per agire, spostarsi e operare coscientemente nell’astrale del sogno. Impossibile qui entrare nel dettaglio di questo dominio, invece è bene far notare come tali strumenti riflessologici possono essere coadiuvanti per sviluppare attitudini di questo tipo, l’affascinante campo dell’onironautica.

Le potenzialità di queste tecniche e della mappatura di Calligaris sono grandissime: spaziano dalla psicosomatica, allo sviluppo delle facoltà cognitive, all’integrazione della personalità.  L’importanza di queste scoperte è tale che nessun operatore, ricercatore, naturopata o medico olistico dovrebbe ignorarle. È anche un motivo di orgoglio che proprio in Italia siano state riscoperte le intuizioni del Calligaris  (dopo aver goduto di interesse più all’estero che in patria) ed organizzate in un metodo operativo per il trattamento psicosomatico. È nostra speranza che tale metodica si diffonda anche all’estero e possa arricchirsi del contributo e dell’esperienza di operatori olistici, medici, psicologi, come in parte sta già avvenendo. Un grande contributo italiano alle scienze di confine e alle medicine olistiche.

 

Bibliografia

F.Gandini, S. Fumagalli,  L’anima svelata, Anima Edizioni, 2006.

F.Gandini, S. Fumagalli, Riflessologia della memoria, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009.

F.Gandini, S. Fumagalli, Le 5 bilance del benessere, Edizioni Amrita, 2012

F.Gandini, S. Fumagalli, Il Potere dei Sogni  Il Punto d’Incontro Edizioni, 2011

F.Gandini, S. Fumagalli,Dermoriflessologia, Edizioni Amrita, 2011;

 G. Calligaris, Le Catene Lineari del Corpo e dello Spirito, ed. Aquarius Giannone, ultima ristampa 2009.

Nota: le altre opere  di G. Calligaris non sono più disponibili a stampa in formato cartaceo da molto tempo. Tuttavia è possibile ora  acquistarle in formato ebook.

 

 

 

La visione goethiana della Natura

A completamento del mio precedente articolo sulla Teoria dei colori di Goethe è il caso di esaminare più in generale l’idea e il metodo goethiano delle scienze naturali, e il suo peso nell’opera successiva di R. Steiner, che è il motivo per cui qui ne trattiamo.

Le osservazioni naturalistiche di Goethe hanno abbracciato tutti i settori delle scienze naturali, all’epoca in via di formazione,  dalla botanica, all’embriologia, alla mineralogia, alla geologia e alla vulcanologia, perfino alla meteorologia. Per certi versi si può anche dire che i sistemi di filosofia della Natura dei Romantici tedeschi furono la “metafisica” di cui le scienze goethiane rappresentano la scienza applicata; ma sarebbe anche riduttivo perché vi è molto di più: nei suoi scritti traspare un metodo, un modo tutto nuovo  di concepire queste ricerche naturalistiche. Non si trattava tanto di scoprire fatti nuovi quanto- come scrive Steiner – di adottare un nuovo punto di vista di osservare la natura. In realtà il suo approccio ha portato anche a scoperte fattuali importanti: ad esempio l’identificazione dell’osso intermascellare nell’uomo, in embriologia ed anatomia comparata.

Uno dei cardini della concezione goethiana è la assoluta irriducibilità del mondo organico e vivente a quello dell’inorganico. Nel secolo del “cartesianesimo” e del meccanicismo si cominciò a pensare che tutto, anche gli animali o le piante, fossero dei”meccanismi” e si potessero spiegare con leggi meccaniche del mondo inorganico. Ma questo non convinse mai del tutto. Ci si può ben rendere conto – e i filosofi e gli scienziati dell’epoca ne aveva coscienza – di come la comprensione meccanicistica sia possibile in quanto ci crea una comprensione concettuale di tutto ciò che appare come dato sensibile. Quanto appare ai sensi deve essere dedotto come una necessità da quanto presupposto idealmente, in termini kantiani si direbbe che qui fenomeno e noumeno coincidono.  Nel mondo inorganico non c’è niente altro come condizione del fenomeno.  Comprendere il fenomeno inorganico non comporta altro che dedurre concettualmente fenomeni sensibili da altri fenomeni sensibili, sia la causa che l’effetto appartengono al dominio sensibile, non serve elaborare in concetti null’altro che non sia manifestamente percepibile coi sensi.  Non così nel mondo organico e biologico. In un organismo vegetale non si può derivare o dedurre qualità, posizione, sviluppo di una parte anatomica dai rapporti e qualità sensibili di un altro organo; del resto questo è ciò che differenzia appunto l’organismo da una macchina. In una macchina la cooperazione delle parti è dovuta ad un fattore esterno, la mente del progettista, è quindi di natura astratta. Nell’organismo i rapporti sensibili delle sue parti non sono deducibili gli uni dagli altri; ed inoltre la cooperazione delle parti od organi non dipende da qualcosa di esterno, ma appartiene alla natura stessa del vivente, ne tocca il nucleo essenziale. L’elemento non percepibile qui non opera dall’esterno -attraverso la mediazione del costruttore – ma agisce spontaneamente da sé, dall’interno dell’organismo stesso che organizza. Ed è proprio questo elemento non-sensibile e non percepibile che è necessario presupporre come spiegazione e causa di tutti i dati sensibili dell’organismo. In sintesi, nell’organico “tutte le qualità sensibili appaiono come conseguenze di una condizione che non è più percepibile coi sensi” (R. Steiner, Le opere scientifiche di Goethe, pag. 32, ed. Antroposofica).

Per Goethe dunque nel mondo naturale e in particolare in quello organico è da rigettare il postulato kantiano dell’inconoscibilità del noumeno. È dunque nella facoltà della intuizione intellettuale che si trova il fondamento del conoscere l’elemento sovrasensibile che è alla base della vita organica.  Un organismo può essere compreso solo tramite una facoltà di giudizio intuitivo. Non il concetto astratto che è una mera somma dell’esperienza (come scrive l’Autore nei Detti in prosa), ma l’Idea che è il risultato dell’esperienza. Vi è nell’uomo secondo Goethe la facoltà di formasi una tale idea – ad esempio di un organismo vivente – che non è condizionata dagli influssi del mondo esteriore (sulle modalità di questa conoscenza torneremo a breve).

È l’Idea del vivente ad organizzare dall’interno ogni sua singola parte. Si tratta di un tipo originario o ideal-tipo che si estrinseca in ogni individuo di una specie, e Goethe richiama anche l’espressione aristotelica di Entelechia.  Anche le varie specie fa di loro, ad esempio nel campo vegetale possono essere ricondotte ad un tipo originario primordiale, che verrà chiamata Urpflanze, pianta primordiale, prototipo di ogni essere vegetaleÈ in questo campo che Goethe ha prodotto le sue più importanti osservazioni, nel saggio La metamorfosi delle piante , 1790). Questo elemento ideale-sovrasensibile organizza e struttura il vivente soprattutto nel suo processo diacronico di costruzione nel mondo fisico, “attraverso forme mai totalmente chiuse e concluse” (cfr.F. Cisalghi, Goethe e Drawin, Mimesis pag. 47). Pur essendo una realtà ideale esso guida un processo dinamico e soprattutto il modo di acquisizione di una forma, il che anticipa anche il concetto di campo morfogenetico. Le forme concrete nel mondo naturale si affermano in un modo che non sempre corrisponde pienamente a quello ideale. La diversità delle specie in natura è determinata dalle condizioni ambientali che limitano l’esprimersi del tipo ideale. Le condizioni ambientali sono soltanto l’occasione per­ché le forze formative intrinseche si manifestino in un modo speciale e particolare, e solamente queste ultime sono il principio costitutivo, l’elemento creati­vo della pianta. Quanto più un determinato essere o specie riesce a manifestare del tipo organico ideale, tanto più esso sarà perfetto. Questa è la spiegazione della diversità fra le varie specie: le condizioni esterne limitano le possibilità di espressione del tipo ideale e delle sue forze formative. Nel vegetale poi tutti gli organi sono differenziazioni di un unico apparato organico ideale: la foglia.tumblr_npb23fDzuj1rgtxy8o1_500

Nella “foglia” è rappresentata ogni possibilità dell’ente vegetale; in qualche modo la foglia è ciò che di più simile vi è alla Urpflanze, la pianta primordiale che molti disegnatori, artisti, botanici dilettanti hanno sulla scia di Goethe provarono a raffigurare, cosa peraltro discutibile trattandosi più propriamente di un ente intelligibile piuttosto che sensibile. Nell’indagine goethiana queste forze formative agiscono secondo una legge di alternanza fra espansione e contrazione, evidenziando qui di nuovo il principio di polarità, centrale nei sistemi di Filosofia della Natura dei Romantici tedeschi. Nella vita delle piante si alternano tre contrazioni e tre espansioni:

  1.  il seme è una forza in stato contrattivo, cui segue il formarsi del germoglio e delle foglie, (espansione).
  2.  il calice è una nuova formazione che compare sullo stelo come contrazione, da cui segue l’apertura espansiva della corolla
  3.  gli organi sessuali, stami e pistillo, si formano infine per contrazione, cui segue la fase espansiva nel frutto.

Goethe non manca di far notare come tutto questo sia un evolversi poiché ogni “nodo superiore” riceve da quelli inferiori qualcosa di sempre più raffinato (es. linfa etc.) come un procedere su scala spirituale, osservazione simbolicamente riscontrabile nell’idea dello sviluppo simultaneamente a spirale e verticale nelle piante.


Non meno interessanti sono le osservazioni sul regno animale. Mentre nella pianta in ogni organo è presente la pianta intera, senza però  che il principio vitale risieda in un organo determinato come in un “centro”, nell’animale ogni organo appare derivante da quel centro. E a differenza del vegetale l’animale nella sua morfologia è determinato da quel centro, dalla sua configurazione interiore; le circostanze meccaniche esteriori non giungono a far apparire l’animale soltanto come prodotto del mondo esteriore

Le condizioni esteriori  sono invero l’occasione per cui il tipo si estrinseca in una determinata forma; questa forma stessa, però, non è da derivarsi dalle condizioni esteriori, ma dal principio interiore. (Steiner, Le Opere scientifiche di Goethe, pag. 46)

La mancata comprensione di questo elemento interiore è ciò che, ad esempio, mancherà poi a Darwin (cfr. op.cit. pag. 14). Le diverse specie animali si differenziano poiché ognuna si sviluppa in una determinata ‘direzione’, impiegando le forze formative in un particolare sistema di organi, sottraendole ad altri apparati. Tuttavia se prima di Goethe la sistematica (ad esempio la tassonomia di Linneo) era una semplice classificazione, che allineava generi e specie, e che richiedeva tanti concetti quante erano le specie esteriormente esistenti, l’ “idealismo” goethiano pose le basi per lo sviluppo di queste scienze, soprattutto in chiave evoluzionistica (sebbene come vedremo in senso diverso da quello darwiniano) e verso la comprensione unitaria dell’organismo vivente. 

Forse più difficile fu per Goethe arrivare ad una comprensione sintetica altrettanto completa della “morfogenesi” nell’animale; fu a livello più settoriale, nel campo della sola osteologia che egli arrivò ad individuare una legge formativa: nella vertebra egli intuì un fenomeno primordiale, ciò che è  ad esempio la foglia nel vegetale.

Nell’apparato scheletrico dei vertebrati, ed in particolare nella colonna vertebrale, egli trovò una legge unitaria che correla il midollo spinale e l’encefalo con le vertebre e le ossa craniche. L’encefalo si presenta come una espansione, un perfezionamento di uno dei gangli del midollo, così come i gangli sono lo stadio evolutivo inferiore del cervello. Le ossa craniche sono un adattamento o sviluppo delle vertebre originarie che proteggono il midollo. Da qui deriva la concezione dell’origine vertebrale delle ossa craniche, un’idea certamente intuita da Goethe (che però dovette contendersi il primato con l’anatomista L. Oken solo perché pubblicò tardivamente , nel 1820 queste sue riflessioni forse per non avervi attribuito una validità definitiva). Comunque la teoria della derivazione vertebrale delle ossa craniche nella filogenesi delle specie animali fu seguita per circa due secoli ed è in parte ancora ritenuta valida, anche se oggi si preferisce restringerla alla sola porzione occipitale (cfr. E. Padoa, Manuale di anatomia comparata dei vertebrati, Feltrinelli, pag. 168).

La legge biogenetica secondo Goethe impone che negli animali superiori si possano rinvenire tutti gli inferiori (Steiner op. cit. pag. 46). Così fino all’uomo, il tipo più alto del vivente, poiché in esso l’Idea arriva all’autocoscienza. L’uomo è in realtà il tipo ideale più completo di organismo vivente. Questo punto avrà modo di influenzare gli epigoni della concezione steineriana e antroposofica; ad esempio uno degli autori dell’opera collettiva del Gruppo di Ur, Introduzione alla Magia, quale scienza dell’Io, pubblicherà una monografia dal titolo “L’origine della specie secondo l’esoterismo” nel quale si delinea un scala evolutiva discendente, completamente invertita rispetto alla concezione darwiniana dell’evoluzione.


Anche in ambito geologico Goethe cercò una legge alla base di tutte le formazioni minerali, senza limitarsi alla mera catalogazione. Goethe sosteneva la nozione che la Natura trapassi fra un minerale e l’altro. Questa concezione era già presente nell’Alchimia che ha sostenuto che le diverse specie metalliche fossero stadiazioni diverse della stessa entità che passa per gradi successivi fino arrivare alla perfezione dell’oro. Tale nozione fu rigettata perché la geologia attuale non conosce un tale trapasso ma, nota Steiner, è un errore aver frainteso la concezione di Goethe. Egli non affermava, almeno non direttamente una trasformazione fisica. Goethe cercava ciò che manca alla geologia attuale: cioè il principio che costituisce ad esempio il granito, o il porfido, prima che essi siano divenuti tali. Si poneva qui dunque, ad esempio, lo spiegare la differenziazione e la distribuzione geografica di certi minerali e giacimenti, lo stesso tema che, come abbiamo visto, è alla base delle differenziazioni fra le specie viventi, vegetali, animali etc.

Goethe guardava ad un metodo che potesse vedere la Natura come un tutto ordinato ed unitario, per cui nei fenomeni geologici (inorganici) non si poteva supporre impulsi motori diversi da quelli del resto della natura inorganica.  Per tale ragione fu più vicino al nettunismo di Werner che non al vulcanismo di Hutton ed altri: i fenomeni geologici dovevano essere prodotti dalle stesse forze che vediamo ordinariamente in azione nella nostra esperienza attuale.

Anche in campo meteorologico non sono mancate delle osservazioni degne di interesse. Malgrado l’incompiutezza di questi studi è sempre al metodo che dobbiamo guardare più che ai risultati specifici. 11986400_852887824818447_8980536586423647493_nQui Goethe cercava, come negli altri campi, di indagare e comprendere l’essenza di un fenomeno osservando tutto ciò che appartiene alla medesima sfera, come a una totalità.
Gli appariva come non conforme alla natura, invece, spiegare i fenomeni di un dato ambito con fatti ricadenti al di fuori di esso. Tutti i fenomeni atmosferici dovevano essere spiegati e ricondotti a cause terrestri, escludendo altri fattori, influssi lunari e planetari etc.
Pensò di aver trovato qualcosa come un fenomeno-primordiale nell’indice barometrico, in cui intuiva una relazione anche con la gravità. Il suo interesse maggiore fu la formazione delle nuvole, e la metamorfosi delle loro forme. Intravide anche la possibilità di un procedere secondo una “scala spirituale”, analogamente all’ascendere delle piante, secondo una diversità di caratteristiche dell’atmosfera a diversi livelli. Anche qui Steiner sottolineava come tutto questo non doveva concepirsi come realtà fisica nello spazio, come pensavano coloro che pensavo di confutare Goethe, ma come una realtà da osservarsi coi sensi sottili e spirituali. In ogni caso la moderna meteorologia correla le forme delle nubi anche al fattore dell’altitudine; questo in qualche modo rende giustizia alla, inizialmente poco compresa, intuizione di Goethe.


Passiamo allora considerare la natura del “metodo goethiano” che ha interessato Rudolf Steiner. Bisogna capire in cosa dovrebbe risiedere quel penetrare l’essenza di un fenomeno, realizzando quella che la scolastica chiamava  l’intuitio intellettualis e scorgendo l’interiore realtà di quel noumeno che ad esempio nella gnoseologia kantiana era dato per inconoscibile inattingibile. Sottesa al “metodo” goethiano sta una concezione del conoscere assai diversa da quella kantiana ed anche dal conoscere secondo l’empirismo anglosassone. Nelle immagini percettive è dato solo incompleto, almeno per lo Spirito umano che tende, in esse a cercare connessioni, ideali ed un ordine (leggi). Il conoscere consiste proprio nel trascendere il dato sensibile, nel rimandare a un ordine precluso alla percezione sensibile, la quale, se fosse già “completa” rendere il conoscere del tutto inutile. Per Goethe il pensiero, funzione dello Spirito, percepisce o meglio può percepire quell’elemento trascendente; lo può poiché esso è un strumento, un organo (più o meno come lo è l’occhio).  Il pensiero può percepire l’idea. Il contenuto intellettuale della conoscenza è e deve essere oggettivo quanto quello dei sensi. Essenziale è per Goethe avvicinarsi alla dimensione trascendente (piano spirituale) sempre in modo mediato, partendo cioè dal’osservazione della Natura. Occorre tuttavia porsi di fronte all’oggetto del percepire, facendo decadere ogni dato soggettivo-estrinseco. Si pone così la premessa perché il dato sensibile possa far sorgere l’elemento ideale che esso porta con sé: quell’elemento intellettuale che normalmente deve corredare il dato sensibile perché possa esserci vera conoscenza; non tuttavia il “concetto”, elaborazione soggettiva riflessa del pensiero speculativo, ma l’elemento ideale oggettivo, l’idea, contrapposta al mero concetto astratto. Questo contenuto ideale “il pensiero non lo produce ma lo percepisce. Il nostro pensiero infatti non è produttore ma organo di percezione” (R. Steiner, op. cit. pag.74). L’osservatore lascia sorgere l’esperienza pura del percepire, liberata dall’elemento sensibile. Non si tratta per la verità di eliminare il sensibile (inteso come ciò che origina dalla corporeità) ma assumerlo nella sfera del pensare. Ciò che viene eliminato è solo ciò che viene comunicato attraverso il corpo: non il contenuto del percepire, ma la sua dipendenza dall’elemento psichico-soggettivo, denudando così l’oggettività essenziale del contenuto, nella sfera del pensare.

Si introduce così il tema – motivo per cui ci interessiamo all’opera di Goethe – del Pensiero libero dai sensi, nucleo gnoseologico dell’opera di Steiner, posto a fondamento del suo procedere nell’indagine occulta sul sovrasensibile. Steiner coglie nell’ideale di scienza goethiano un metodo di indagine che in effetti porrà alla base di quello che doveva essere, per lui, il processo di formazione occulta del discepolo, onde sviluppare la capacità di comprensione e visione dei Mondi superiori. Nella sua sistemazione dei “Sei esercizi” il primo è proprio quello rivolto alla Liberazione del Pensiero. Uno dei più importanti continuatori del suo filone, Massimo Scaligero, ne farà addirittura una via autonoma, la Via del Pensiero, sviluppando in modo specifico il tema legato alla liberazione di questa facoltà. Il nucleo essenziale di questa via di ascesi consiste nel concentrare il pensiero su oggetti sensibili – meglio se di fabbricazione umana- escludendo progressivamente ogni dato specifico, le qualità non essenziali all’oggetto stesso, fino a dischiuderne il “nucleo essenziale”. Scopo di questo processo non è tanto l’entrare in contatto con l’essenza di un dato oggetto (cosa che è peraltro comunque possibile) quanto il far emergere una corrente originaria del pensiero. Con l’esercizio, il pensiero umano si spoglia della sua componente “riflessa”, cioè la sua dipendenza dal sistema nervoso e si presenta come un calmo dimorare nella sua corrente originaria, risalendo così al pensiero puro, che non dipende dal sistema nervoso ma vibra poderoso e silente nel corpo eterico. In questa corrente del pensiero fluisce la potenza originaria del Logos, che si è incarnato nel corpo eterico umano, a cui l’uomo può ascendere partendo dal pensiero ordinario, liberandolo bensì dalla soggiacenza ordinaria all’elemento psichico-sensoriale, e all’organo cerebrale.
Si attua così il passaggio al pensiero pensato al pensiero pensante (o in termini ermetici: dal pensare cerebrale-riflesso e lunare al Pensare solare, secondo lo Spirito). Saggi_sull_Ideal_4c207ccaaebb6Vi sarebbe dunque nel pensiero una possibilità privilegiata, preclusa ad altra facoltà umane (sentimento, istinto, impulsi sessuali) di retrocedere lungo il percorso di “caduta” o discesa, ascendendo all’ autocoscienza dell’Io, sino alle soglie dell’elemento assoluto dello Spirito.

J.Evola che di Scaligero fu amico e ispiratore, almeno fino ad un certo punto del loro percorso spirituale, teorizzò un altro “punto di leva” nell’ascesi ermetica verso il processo di enucleazione dell’Individuo Assoluto (al di là delle implicazioni filosofiche di questa espressione): la Volontà. Da qui il maggior interesse di Evola per le tradizioni realizzative a fondo operativo (tantrismo, cavalleria, ermetismo magico etc.) rispetto a quelle a più specifico orientamento conoscitivo-contemplativo, e una differente gradazione fra la via dell’Azione e quella della Conoscenza nella biografia spirituale di questi due ricercatori. Con un curioso paragone potremmo dire che le Opere scientifiche di Goethe ebbero, rispetto alla scuola di ascesi di Steiner, Colazza, Scaligero, il medesimo ruolo di ispirazione che ebbe per Evola l’ “Idealismo magico” di Novalis, altro grande poeta del romanticismo tedesco.

La visione goethiana del colore

                     May God us keep from single vision and Newton’s sleep!

                                                              – W. Blake

A distanza di circa un secolo dalla pubblicazione dell’Optics di Newton (1704), il poeta romantico Johann W. Goethe pubblicava un’opera molto originale dal titolo Zur Farbenlehre, o ‘teoria del colore’. Questa è forse l’opera più enigmatica e meno ‘ortodossa’ dei numerosi scritti  di Goethe sulle scienze naturali. Proprio per questo può essere usata come caso-limite per illustrare l’intero approccio di Goethe alla comprensione del mondo naturale. A rendere originale e abbastanza anomala l’opera è la sua natura multidisciplinare, contenente sezioni sulla”fisiologia della percezione” (anche se non da un punto di vista biologico ma da un punto di vista ‘fenomenologico’), fino a contemplare l’estetica e gli aspetti morali e psicologici dei colori, oltre ad una parte con osservazioni di fisica  dove si sviluppa la polemica contro l’ottica di Newton.  Nonostante questa ampia varietà di aspetti ne risulta una dottrina generale del colore unitaria ed organica.

1033605_webQuesto lavoro si colloca ovviamente sulla scia delle filosofie della Natura sviluppate nel contesto del Romanticismo tedesco, e la cui più sistematica espressione si ebbe nel pensiero di Schelling, tuttavia vi sono elementi molto originali tipici della concezione goethiana delle scienze naturali. Lo scontro, soprattutto da parte di Goethe fu con la scienza newotiana e la concezione meccanicistica e atomistica. Già nel XVII secolo i filosofi meccanicisti che elaborarono l’ontologia  più adatta a sposarsi con la scienza galileiana distinguevano le proprietà dei corpi in “primarie” (quelle misurabili, relative a forma dimensione e numero)  e altre “secondarie” (quali colore, odore, sapore etc.) declassate a “soggettive” e non interessanti per il progetto di lettura matematico-meccanico del mondo. Fu alla base dell’approccio goethiano alle scienze naturali il dare prioritaria importanza all’aspetto soggettivo, perché la Natura è viva ed è espressione di uno Spirito (in senso romantico) e non una natura-morta, come nell’astratto approccio meccanicistico. Lo stesso fenomeno della visione è impensabile senza la Luce e l’occhio stesso sulla scia di Plotino doveva essere pensato come dotato della stessa essenza della luce (Goethe parafrasava Plotino scrivendo: “Se l’occhio non fosse solare,/ come potremmo vedere la luce?/Se non vivesse in noi la forza propria di Dio,/come potrebbe estasiarci il divino?”). Lo scontro con l’ottica newtoniana si consuma già nella scelta metodologica e Goethe contestava duramente ai newtoniani di voler imporre al colore delle procedure matematiche, così come la pretesa di ricondurli a mere misurazioni quantitative. E una scienza naturale del colore deve poter spiegare e comprendere anche i dati soggettivi, qualitativi, estetici e spirituali del fenomeno del colore e della visione.

Goethe considerava l’emergere del colore dall’interazione fra la luce e il buio. Secondo la teoria di Newton la luce bianca è eterogenea, composta di parti, cioè i raggi dei singoli colori (Newton peraltro sosteneva la natura corpuscolare della luce) dalla cui composizione derivava la “luce bianca”. Il “buio” nella fisica di Newton non è nulla, semplice assenza di luce e pertanto da non prendere neppure in considerazione. Per Goethe invece luce ed oscurità sono due grandi poli del mondo naturale , di uguale valore ontologico – e qui ritroviamo la grande intuizione romantica dello Schelling sulla legge di polarità in atto in tutti i fenomeni naturali. L’oscurità nella sua interazione con la luce contribuisce a creare il fenomeno cromatico. I colori per Goethe non sono dunque realtà primarie (semplici) che compongono la luce bianca, ma sono un fenomeno complesso che sorge da questa interazione, in particolare all’interfaccia tra luce e buio.

Goethe osservava che le deduzioni di Newton dalle sue osservazioni sperimentali non erano appropriate. Secondo il poeta tedesco, Newton non aveva prestato particolare attenzione al fatto che, nella sua principale osservazione di pretesa “scomposizione” della luce con il prisma, ad essere colorati sono solamente i bordi del raggio uscente. Soprattutto, rileva Goethe,  Newton non si accorse che una semplice parete bianca non è sufficiente alla produzione dello spettro cromatico. I colori si presentano infatti, semmai, lungo il bordo di una striscia nera già presente sulla parete. Partendo da questa osservazione fu possibile per Goethe impostare nuovi esperimenti. 

Si osserverà che, ponendo una striscia bianca su fondo nero, attraverso il prisma comparirà su una delle due interfacce il giallo, confinante col bianco e che tenderà al rosso verso la zona nera; e sull’altra l’azzurro (confinante col bianco) che, verso il nero, virerà verso il blu scuro o viola. La polarizzazione sarà: sul bordo di destra appaiono i colori chiari (giallo etc.), su quello di sinistra i colori scuri (gradazioni del blu). Bordi_di_colore_fotografati_attraverso_un_prisma
Invertendo invece le condizioni, ponendo una striscia nera su fondo bianco, la polarizzazione si inverte e attraverso il prisma si produrranno i colori chiari a sinistra (sempre con il giallo che confina col bianco e il rosso verso il nero) e i colori scuri a destra (con l’azzurro verso il bianco e il blu scuro confinante col nero).

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Per Goethe esistono dunque solo due colori primari  e non sette. Va detto peraltro che la decisione di dividere in sette segmenti lo spettro continuo dei colori fu una scelta tutto sommato arbitraria di Newton, il quale comunque  la mutuò dalle dottrine tradizionali sul settenario, di derivazione pitagorica, e sull’analogia coi sette pianeti (l’influsso della tradizione esoterica e in particolare dell’alchimia su Newton è un fatto ormai accertato). Per Goethe esistono due colori primari: il Giallo e il Blu. Come detto, i colori sorgerebbero per attenuazione della luce o del buio, per esempio attraverso un mezzo opaco. Per attenuazione della luce si otterrà dunque il giallo e le sue gradazioni fino all’arancione, all’aumentare della torbidezza del mezzo. Ad esempio la luce al tramonto si presenta quasi rossa, poiché quando il sole declina aumentano gli strati dell’atmosfera frapposti fra noi e il sole, mentre normalmente la luce che filtra attraverso l’atmosfera ci appare, appunto gialla. Al contrario, aumentando la luminosità di un corpo trasparente sovrapposto all’oscurità, questa si schiarisce passando dal viola, all’indaco, al blu fino all’azzurro. Il cielo diurno appare azzurro perché il mezzo (atmosfera) è rischiarato dalla luce solare; con l’attenuarsi della luce il cielo assume una tinta sempre più scura, fino al blu notte, dovuto alla minima e soffusa luce stellare.

Dunque il Giallo rappresenta il polo positivo, il principio del chiaro, capostipite dei colori caldi, il calore, l’espansione, la repulsione, l’affinità con gli acidi. Il Blu, polo negativo, principio dello scuro, rappresenta il capostipite dei colori freddi, l’attrazione, la debolezza, l’affinità con gli alcali.  Dalla dialettica di questi due poli sorgono per interazione gli altri colori. Ad esempio nell’esperimento suddetto, allontanando il prisma, i due bordi (polo giallo e blu) si avvicinano fino a sovrapporsi: ha così luogo il Verde.  Se invece -come nel caso della striscia nera su fondo bianco –  sono la banda blu-violetto e quella rossa a sovrapporsi, si ottiene allora il Porpora. Il Porpora (o Magenta) sarà quindi il complementare del Verde; si può dire che esso sia la più alta manifestazione del  fenomeno cromatico, vi sono compresi infatti tutti gli altri colori ed in esso giungono all’equilibrio i due poli (la conjunctio oppositorum junghiana). Mentre il Verde è il semplice risultato della sovrapposizione del Blu e del Giallo, il Porpora è la risultante della loro convergenza “evolutiva”, dell’oscuramento del Giallo e del Blu.

tumblr_m9mwuzR3FW1rra1j7o6_1280Il cerchio cromatico di Goethe, a differenza di quello newtoniano, è simmetrico e si compone di sei colori, raggruppati per coppie di opposti complementari. Ognuno dei colori fondamentali (Giallo, Blu, Porpora) ha il proprio complementare nella somma degli altri due. Si ottengono due tipi di raggruppamenti: le “coppie armoniche” (due complementari cioè Giallo-Violetto, Verde-Porpora, Blu-Arancione) e le “coppie caratteristiche” (es. Porpora-Blu, Verde-Arancione, Violetto-Verde etc.) le coppie confinanti sono invece dette “prive di carattere, perché statiche e non evolutive. Ogni colore e soprattutto ogni coppia è portatrice di significati culturali, artistici e psicologici (ma anche terapeutici essendo alla base della cromoterapia, scienza antica e tradizionale). Ad esempio la coppia Giallo-Blu esprime il contrasto tra luce e ombra, quella Giallo-Arancio esprime serenità e splendore. L’azione del Porpora offre “un’impressione tanto di gravità e dignità che di clemenza e grazia”. Anche il Verde esprime un equilibrio fra i due poli, anche se non ha la magnificenza del Porpora; dal Verde si ha soprattutto un senso di “appagamento”.

Goethe attaccò Newton proprio in quello che si riteneva la prova sperimentale decisiva per l’ottica newtoniana: la pretesa ricomposizione del “bianco” facendo ruotare velocemente un disco con i sette colori. In realtà quello che si vede è un grigio (non un bianco) derivato dalla confusione dei colori. Lo stesso grigio si ottiene con un disco contenente altri colori, non necessariamente i 7 colori newtoniani. Anche la conclusione che facendo convergere i colori uscenti dal prisma attraverso una lente si riotterrebbe il fascio originario viene respinta. Non si tratta di ricomporre la luce bianca: semplicemente la lente concentrando i fasci luminosi li rafforza, rafforza cioè i raggi “colorati” cioè depotenziati ed offuscati dal passaggio attraverso il prisma. Si va dunque a restituire forza al raggio, che viene a perdere il “colore”, poiché il colore è un adombramento della luce.

Oltre a questa sezione sulla “fisica” Goethe si occupò anche dei “colori fisiologici” derivati cioè dall’attività fisiologica dell’osservatore. Sono i casi in cui ad esempio due strisce dello stesso colore appariranno con tonalità differenti se poste su sfondi di colori diversi. In questi casi sarà lo sfondo a determinare la qualità dei colori, la semplice lunghezza d’onda (o velocità delle particelle) non essendo sufficiente a spiegare questo fenomeno, legato soprattutto al senso e alle qualità delle “informazioni” qualitative veicolate dai colori. Oppure, fissando un colore su fondo bianco, dopo un po’ si vedrà apparire sul bianco il suo complementare come prodotto dalla retina. Lo stesso fenomeno si verifica quando una luce di un colore particolare, proiettata su un oggetto, produce un’ombra illuminata a sua volta da una controluce: l’ombra assumerà il colore complementare a quello della luce da cui è investita. Scrive Goethe:

Se l’occhio percepisce un colore, viene subito messo in attività ed è costretto per sua natura, in modo tanto inconscio che necessario, a produrne subito un altro che insieme al dato includa la totalità della gamma cromatica. Ogni singolo colore stimola nell’occhio, mediante una sensazione specifica, l’aspirazione alla totalità. Per conseguire questa totalità, per appagarsi, l’occhio cerca accanto a ogni zona di colore una zona incolore, sulla quale produrre il colore richiamato dalla prima. Questa è la legge fondamentale di ogni armonia cromatica.

Come si vede la legge della complementarità dei “poli” torna anche qui ad essere il principio esplicativo, mostrando così la portata generale dell’approccio goethiano, una legge unitaria sia nell’ambito fisico che in quello psicologico.

Ovviamente a parte il mondo filosofico tedesco (Schopenhauer ed Hegel), soprattutto nella sua polemica romantica anti-newtoniana, questa dottrina di Goethe non ebbe successo nel mondo “scientifico”, invece ebbe un grande e forse misconosciuto influsso sulle arti figurative e soprattutto sulla pittura del XVIII secolo. Malgrado la particolarità di questo approccio persino dei fisici come Helmoltz e Heisenberg mostrarono rispetto ed interesse per l’opera.  Il filosofo della scienza P.Feyrabend (1924-1994) ben comprese il nucleo del problema di fronte a questa problematica opera:

 Si è più volte sottolineato come il problema non debba essere posto nei termini della domanda su chi tra Goethe e i fisici abbia ragione, ma piuttosto nei termini di quest’altra: si deve ammettere soltanto il metodo epistemologico della fisica oppure anche quello della via battuta da Goethe? È merito indiscusso di Goethe, anche se molto raramente riconosciuto, avere percorso con successo la via, rigettata dai fisici, di una teoria generale della natura, estendibile a tutti gli altri ambiti (da Arte e Scienza. 1984, P. Feyerabend e C. Thomas).

Sarebbe erroneo infatti pensare che lo studio goethiano sia ascrivibile all’ambito della “psicologia della percezione” unicamente, sebbene le sue conclusioni siano state anticipatorie in questo ambito di ricerca (es. la psicologia della Gestalt). Si tratta infatti di un nuovo modo di intendere le scienze naturali (con la pretesa di investire anche la fisica). Né si tratta di un discorso sull’estetica, sulla filosofia dell’arte. Non si può infatti negare che la teoria goethiana non sia supportata da una forte base sperimentale (sono perfino  state avanzate correzioni sugli esperimenti di Newton) ed osservazionale. Si tratta però di un’ osservazione “integrale”, poiché si impone di ricostruire il dato integrale della percezione sensoriale; si tratta cioè di un modo alternativo di pensare la scienza naturale, in cui, in questo caso, la base osservazionale prende a fondamento sia il processo oggettivo-fisico sia il suo apparire fenomenologico-soggettivo. Si tratta di un approccio profondamente “olistico” perché restituisce l’unità dell’oggetto di indagine (in questo caso il fenomeno luminoso-cromatico) nella inseparabilità delle sue componenti “esteriori” e “interne”, rifiutando quindi uno degli assiomi del metodo scientifico del XVII secolo, cioè la distinzione fra qualità primarie e secondarie. Questo era il fondamento peraltro della “matematizzazione” del mondo intrapresa nel secolo del meccanicismo, poiché solo le qualità primarie erano misurabili e perciò matematizzabili. Ma la scienza “integrale” di Goethe rifiutava questa distinzione in nome dell’Unità del reale e dell’ esperienza: ciò ha portato a dei risultati meno in disaccordo con la percezione comune che non l’ottica della fisica classica, il tutto ovviamente ponendo una grande attenzione però su dati e osservazioni sperimentali. Questo ci darà modo di trattare successivamente del “metodo” goethiano di indagine del mondo naturale e delle sue relazioni con l’Antroposofia di Steiner .

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Ci teniamo a far comprendere come i risultati di Goethe non hanno a che fare unicamente con la fisica della materia grossolana. Si tratta di un conoscenza cosmologica, sostanzialmente diversa dall’orizzonte ontologico degli oggetti della fisica. Scrive a proposito Steiner dell’ottica di Newton (op.cit. pag. 136):

La fisica moderna non ha veramente nessun concetto della “luce”; non conosce che luci specificate, colori che, in determinate combinazioni, suscitano l’impressione del “bianco”. Ma anche questo “bianco” non deve venire identificato con la “luce” in sé. Anche il bianco non è in fondo altro che un colore combinato. La “luce” nel senso goethiano non è nota alla fisica moderna e nemmeno la “tenebra”.[…] Goethe comincia là dove la fisica finisce.

Bibliografia

J.W. Goethe, La teoria dei colori, 2008, Il Saggiatore.

R. Steiner, Le opere scientifiche di Goethe. Le pagine citate sono riferite all’edizione del 1944 dei Fretelli Bocca.

P.Feyerabend, T. Christian, Arte e scienza , 1989, Armando Editore.

Il campo akashico

Dopo l’esperimento di Michelson-Morley (1887) la fisica ha definitivamente abbandonato la nozione di “etere”. L’esperimento basato sull’uso di un interferometro mostrava che la velocità della luce non rispondeva ai principi della relatività classica-galileiana, era cioè indipendente dal sistema di riferimento; inoltre si doveva escludere, per le stesse ragioni, la teoria dell’ “etere luminifero” che ipotizzava quale mezzo di propagazione delle onde elettromagnetiche un ‘etere’, un fluido di cui si supponeva l’aderenza alle leggi della fluidodinamica (fatto questo sul quale si basavano i dati attesi dall’esperimento ideato da Michelson).  L’accettazione dell’idea che le onde elettromagnetiche si propaghino nel “vuoto”, senza un mezzo, è fra i presupposti che hanno portato alla relatività ristretta di Einstein. A noi interessa tuttavia questo passaggio per il fatto che – per un certo tempo – la fisica moderna ha utilizzato il concetto di “etere”, termine di derivazione antica ed aristotelica, sebbene con un’accezione diversa e rivisitata. Il fatto che questa nozione sia stata esclusa deriva tuttavia dal fraintendimento circa la natura “materiale” dell’etere, confusione che non può essere attribuita ad Aristotele, dato che come ho mostrato in altri articoli e come spiegherò ancora in futuro, anche quando gli Antichi elaboravano una “fisica” non si riferivano al mondo materiale, così quando parlavano dei quattro o cinque elementi si riferivano a realtà sottili e non certo agli elementi grossolani che oggi designano le parole “fuoco” o “aria”. Le ragioni di questo “slittamento semantico le spiegherò meglio in un altro articolo. Per ora ci basti enunciare il fatto che nel pensiero antico e tradizionale anche ciò che viene chiamato ‘fisica’ è in sostanza una metafisica del sensibile (espressione assai centrata che dobbiamo allo storico del Platonismo G. Reale), questo vale ad esempio per la Fisica di Aristotele come per la Vaishesika, uno dei darshana ortodossi dell’ induismo.

La fisica classica aveva invece ripostulato  la nozione di etere, o se vogliamo aveva preso questa nomenclatura antica per attribuirla ad una ipotetica realtà in effetti simile alla nozione originaria aristotelico-scolastica (non visibile, coincidente con lo spazio etc.) tuttavia attribuendole le proprietà di un fluido, fra cui la viscosità (da cui ci si doveva aspettare una variazione di propagazione della luce rispetto ai corpi in movimento in questa fluido). La fisica è andata avanti su tutte altre basi.

Ciò non toglie tuttavia che la nozione di etere (nozione che, si badi, non nasce con Aristotele, dato che la nozione di quinto elemento era già ben presente nella cosmologia tradizionale dell’India) abbia potuto ripresentarsi di nuovo nel campo della cosiddetta “scienza di confine”. Sarà bene premettere che l’ etere  (᾿Αιθήρ, Aithḗr in gr.; akasha, in sans.) tradizionalmente inteso è una nozione che, paradossalmente, è assai più prossima al concetto di ‘spazio’ (con cui in effetti è fatto coincidere ad esempio nella metafisica buddhista) e quindi in certo senso a quello di “vuoto” (sebbene ciò dipenda sostanzialmente da come si intende il vuoto); lo stesso vuoto con cui la fisica avrebbe sostituito l’etere dopo il fallito esperimento con l’interferometro di Michelson-Morley. Ma ripeto non c’è da stupirsi dato che l’incomprensione dei moderni, incomprensione anche semantica, ha portato ad interpretare in termini materiali delle nozioni che erano nate per riferirsi ad un piano più sottile della realtà…

La fisica contemporanea, d’altra parte,  ha  dovuto rielaborare il concetto di ‘vuoto‘ sulla base della teoria quantomeccanica e della relatività, non più considerando il vuoto come un mero oggetto astratto postulato in partenza, ma come una conseguenza di un sistema teorico, a cui consegue deduttivamente insieme a una serie di proprietà non immaginate in partenza. Ne  deriva una nozione di ‘vuoto’ lontana da quella intuitiva della folk physics, del senso comune, o della fisica classica, che in sostanza neppure lo definisce se non come “assenza di materia” nello spazio.

Il primo a introdurre un modello quantistico di vuoto è stato l’inglese Paul Dirac, il quale doveva dare un’interpretazione agli infiniti stati quantici ad energia negativa soluzioni della sua Equazione di Dirac. Anche nell’equazione di Einstein (E = mc²), che può essere vista come un caso particolare di quella di Dirac, erano presenti possibili soluzioni negative, tuttavia questo non creava particolari problemi concettuali: si assumeva che ab origine tutti gli oggetti fisici possedessero valori positivi di energia e questo non creava problemi dato che nella teoria relativistica salti ad energia negativa non era previsti. In campo quantistico le cose stavano diversamente, poiché i salti discontinui erano invece una possibilità teorica intrinseca.

Scriveva Dirac nel 1930:

Poiché gli stati ad energia negativa non potevano venir evitati, si devono includere nella teoria. Si può far questo introducendo una nuova immagine del vuoto, supponendo che nel vuoto tutti gli stati ad energia negativa siano occupati: ciò è possibile dato che il principio di Pauli impedisce che più di un elettrone si trovi nello stesso stato. Abbiamo così un mare senza fondo di elettroni ad energia negativa, ma non dobbiamo preoccuparci: dobbiamo considerare solo la situazione presso la superficie, ove abbiamo degli elettroni sopra il mare, che non possono precipitarvi dato che non vi è posto per loro. C’è la possibilità che compaiano delle buche nel mare. Una tale buca apparirebbe come una particella di energia e carica positive [tali buchi si riveleranno più avanti essere i positroni, particelle di antimateria, N.d.A.]

Questo ensemble di valori negativi è detto “mare di Dirac” ed è illimitato inferiormente. Esso viene considerato “saturo” perché tale deve essere, si impiega cioè il principio di esclusione di Pauli per escludere fluttuazioni o salti a stati ad energia negativa. Mentre resta possibile un salto verso gli stati ad energia positiva, poiché questi non sono tutti occupati, creando così un “buco” nel mare di elettroni: tale buco si comporta esattamente come un anti-elettrone (positrone).  L’idea del vuoto come mare di infiniti elettroni in stato di “anti-energia” e dei positroni come buchi nel mare (poi estesa a tutte le antiparticelle), sebbene accettata, rimase poco gradita a larga parte dei fisici, perché dotava il vuoto di carica e massa infinita; poiché gli stati ad energia negativa sarebbero tutti occupati, ciò rendeva il “vuoto” stesso qualcosa di “pieno” e di “denso”. f2sqkzInoltre resta da considerare cosa debba intendersi per energia a valori negativi: ciò è più o meno qualcosa di assurdo per la fisica, e tuttavia è sulla base di questa teoria che poggiano le previsioni, tutte verificate, circa l’esistenza di anti-particelle. Il problema è se si accettano le teorie fisiche non in senso strumentalistico, come mero strumento di calcolo, per fare delle previsioni o si accetta che esse descrivano qualcosa di reale e “sostanziale” circa il mondo. In questo secondo caso -che poi è l’atteggiamento normale dei fisici che “credono” in effetti alla “realtà” delle loro teorie-  le conseguenze dell’equazione di Dirac comporta delle implicazioni impreviste di notevole portata teorica. L’esistenza di energia a valori negativi richiede un notevole sforzo mentale per la sua accettazione e comprensione. Ma in fondo la stessa fisica quantistica non ammette già realtà del tutto controintuitive rispetto al senso comune e alla fisica classica, pertanto non v’è motivo di ritenere che il Mare di Dirac sia un mero artificio matematico. Del resto tutte le soluzioni alternative per aggirare la formulazione di Dirac, come la Teoria Quantistica dei Campi, non eludono il problema dell’energia del vuoto, e dei valori infiniti dell’energia del vuoto.

Va sottolineato che il mare di Dirac e gli stati di energia che vi corrispondono, che siano “reali” o meno, sono qualcosa di non direttamente osservabile per la fisica, fatto questo molto significativo sui cui ritorneremo a breve, e a cui del resto ho già accennato parlando del concetto di “etere” come realtà del  piano sottile, cioè di una realtà ricadente al di fuori dello sperimentabile. E’ molto significativo dunque che alcune equazioni delle fisica arrivino ad ammettere la necessità di ciò, pur ovviamente contemplandola solo come mera teoria.

Peraltro va fatto un appunto: quello che i fisici trovano di poco elegante nelle caratteristiche del vuoto implicate dal modello del “mare di Dirac” è invece ciò che dà maggiore fascino a questa teoria e maggiore pregnanza sul piano filosofico. Ovvero,  le fluttuazioni quantistiche e la possibilità di salti dagli stati ad energia negativa del mare di Dirac (non sperimentabili) a valori positivi, gli unici sperimentabili e inoltre dotati di significato fisico, non stanno a rappresentare nient’altro  – almeno in sede di teorie fisiche- che  il passaggio dal non-manifestato alla manifestazione, un processo di grandissima portata metafisica. Anche il fatto che gli stati ad energia negativa non abbiano un limite inferiore e siano potenzialmente infiniti richiama l’infinita potenzialità nel non-manifesto e del Non-Essere (due sfere analoghe ma non coincidenti). Forse lo stesso Dirac non giunse a comprendere tutte le analogie e le implicazioni che questo modello fisico stava comportando. Detto di sfuggita le fluttuazioni quantistiche -anche al di fuori del modello di Dirac- sono ritenute di immensa importanza in cosmologia, per spiegare i processi di strutturazione dell’Universo dopo il Big Bang nella Teoria dell’inflazione cosmica.

Non tutti però nel mondo della fisica hanno provato sconcerto di fronte al mare di Dirac, questo infinito oceano di Non-Essere da cui possono emergere i quanti del mondo fisico, pretendendo di criticarne la “poca eleganza”. Ad esempio il fisico D. Bohm – che peraltro è stato sostenitore di una lettura realistica della meccanica dei quanti, e di un’intepretazione maggiormente deterministica rispetto a quella di Copenaghen – ha espresso idee non meno coraggiose. Nel criticare la completezza della meccanica quantistica, Bohm rifiutava il fatto che essa dovesse essere una teoria ontologicamente probabilistica e formulò un approccio a “variabili nascoste” che, sacrificando il principio di località, cerca di conciliare la quantomeccanica col determinismo e con il realismo e di risolvere una serie di problemi come il collasso delle funzioni d’onda. La presenza di variabili nascoste, non contemplate e in grado di spiegare l’incompletezza della quantomeccanica classica poneva Bohm di fronte a quello che chiamò Ordine implicito. Per Bohm le particelle avevano realmente una posizione determinista definita, e questo era possibile perché “governate” da un potenziale quantistico che opera istantaneamente, collegando tra loro tutte le particelle dell’universo, anche quando sono a grande distanza. Il mondo macroscopico, e le leggi della fisica correlate allo spazio e al tempo, sono una manifestazione esplicita di un “campo di informazione” (l’Ordine implicato) che è oltre lo spazio-tempo; mentre il mondo microscopico  percepisce la guida e l’informazione in maniera istantanea, per risonanza e senza restrizioni legate alla distanza (non-località). Secondo Bohm il potenziale quantistico che compare nella sua teoria a variabili nascoste, deriva da questo Ordine Implicato, che orienta il comportamento dell’Universo.fractal tangled minds

Chiaramente questa idea è fortemente olistica, e ha un chiaro significato metafisico. Sia l’Ordine implicato bohmiano, sia il mare di Dirac, fanno riferimento a realtà non sperimentabili e tuttavia non si può dire che siano enti “non-necessari”, liquidabili col rasoio di Occam. Essi svolgono un preciso insostituibile ruolo all’interno di importanti teorie fisiche.

Anche Ervin Laszlo, filosofo della scienza, si è spinto ancora oltre ipotizzando, proprio sulla scia del concetto di “vuoto quantistico”,  l’idea di “campo Akasha” o di “Vuoto Sub-Quantistico”, una sorta di matrice che sottosta all’universo della fisica quantistica e da cui, per fluttuazione, emergono i quanti. Una realtà unitaria che come nel modello dell’universo olografico di Bohm precede le leggi fisiche attuali, di fatto interconnettendo tutte le particelle elementari e l’intero universo. Del resto uno dei successi di questa concezione dell’universo olografico e interconnesso (o meglio intra-connesso) è quello di prestarsi bene a spiegare, oltre che in modelli fisico-matematici come nella meccanica bohmiana, anche a livello concettuale i fenomeni di entanglemet quantistici e la non-località. Una pura coincidenza forse, ma significativa sul piano simbolico, è che questa matrice akaschica è concepita essere l’antecedente da cui emergono per differenziazione le quattro forze fondamentali della fisica (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e debole), esattamente come l’Akasha propriamente detto, l’etere-spazio della antica dottrina tradizionale, era la matrice da cui sorgevano i quattro elementi manifestati. É chiaro che stiamo parlando di un livello pre-fisico o iper-fisico della realtà, dato peraltro che non esistono non solo possibili modelli matematici (teoricamente sempre possibili) ma soprattutto per via del fatto che, così concepito, questo vuoto sub-quantistico sembra trascendere la realtà sperimentabile. Tuttavia laszlo si spinge ad affermare:

É probabile che i due livelli della realtà – il livello manifesto dell’universo fisico e quello più profondo – sono lo stesso cosmo, lo stesso universo, solo ad un livello di vibrazione diversa.

Il modo con cui è concepito questo livello akashico del “vuoto” (espressione a questo punto assai approssimativa) pone il problema della sua relazione con lo spazio. In effetti nella concezione bohmiana della fisica non c’è alcuna necessità di spiegare i processi quantistici sulla base della struttura spazio-temporale classica o della relatività speciale. Infatti, se lo spazio-tempo viene assunto come entità fondamentale, primaria, allora la località dovrebbe avere una validità assoluta. Invece, le particelle quantistiche manifestano correlazioni non locali e questo è uno dei punti di forza dell’interpretazione di Bohm. In sostanza l’ordine implicito connesso con il vuoto sub-quantistico di Laszlo precede lo spazio e il tempo, aggirando i problemi della località. In un certo senso li trascende potremmo dire. Questo ricorda la definizione di Leibniz dello spazio-tempo quale phaenomenon bene fundatum, cioè realtà appartenenti legittimamente al dominio della manifestazione e perfettamente giustificate dalla necessità di leggi fisiche e dall’esperienza umana, ma non pertinenti al livello assoluto ( o come direbbe Laszlo “profondo”) della realtà; ciò in contrasto con la visione degli anglosassoni, contemporanei oppositori di Leibniz, in primis Newton, che vedevano nello spazio una proprietà assoluta, addirittura un attributo della divinità.  In effetti a questo proposito bisogna rilevare un appunto alla teorizzazione di Laszlo: tradizionalmente specie nell’ambito orientale, da cui il termine “akasha” proviene, l’etere coincide invece con la nozione di spazio. Anzi più propriamente il termine sanscrito akasha, nella metafisica buddhista traduce propriamente lo “spazio”, e non l’ “etere” come nell’induismo. Per il buddhismo, soprattutto per  veicoli superiori del vajrayana e dello dzogchen, lo spazio non ricade nella nozione di interdipendenza, poiché  non v’è nulla che possa essere causa dello spazio, pertanto esso è incondizionato ed è autogenerato. Spesso anzi esso viene accostato alla nozione di Dharmadhatu, la realtà suprema.

Questa osservazione sulla correttezza dell’uso del termine akasha in Laszlo, in relazione al significato ‘tradizionale’ del termine, è in parte mitigata osservando che il Dharmakaya in realtà può essere visto come analogicamente paragonato allo spazio. Ma analogo allo spazio non vuol dire “identico”; spesso altre immagini vengono accostate alla Natura assoluta della mente, ad esempio l’espressione di “puro cristallo”.  Va inteso che vi è un accostamento analogico, ad esempio con la proprietà dello spazio di essere senza limitazioni e di contenere in potenza ogni fenomeno.  In questo senso la Realtà ultima è detta (nello dzogchen) “lo spazio dello stato primordiale”. Questo non implica che essa coincida realmente e in senso grossolano con lo spazio ordinario (comunque si possa definirlo),o con lo spazio fisico, cioè con lo spazio della fisica inteso come sistema geometrico di coordinate.


Al livello della fisica e in generale in campo cosmologico, le  nozioni di campo akashico e di ordine implicato rendono interpretabili i fenomeni in cui gruppi di particelle mostrano comportamenti coerenti come ad esempio alcuni plasmi. In generale i campi morfogenetici possono essere interpretati sulla base di questo “campo iperfisico”. Bohm credeva infatti che a livello profondo della realtà, le particelle che comunicano istantaneamente tra loro non siano entità individuali, ma estensioni di una stessa “indivisa interezza” che precede lo spazio-tempo. Un altro tipo di vantaggio interpretativo che ne deriva è dato dal fatto che questo oceano interconnesso, che abbraccia tutte le particelle e che ‘comunica’ a esse le informazioni (potenziale quantistico nella meccanica di Bohm), sia in fondo un “mare di informazioni”: questo lascia supporre un equivalente cibernetico del principio termodinamico di conservazione dell’energia, una sorta di “principio di conservazione delle informazioni” (ipoteticamente proposto da N.F. Montecucco, sulla scia delle teorie di Laszlo che nei suoi lavori ipotizza una triade di Energia-Informazione-Coscienza, che qui possiamo solo accennare).  Ora, dato che questo ordine o campo è ontologicamente precedente la proprietà  fisica dello spazio-tempo, si apre un’interessante spiraglio di interpretazione dei processi di telepatia, precognizione, remote viewing, dei fenomeni di sincronicità e tutti i fenomeni cognitivi extra-ordinari: in pratica l’interconnessione nell’Unus Mundus junghiano.

È noto del resto che lo stesso Bohm fosse particolarmente attratto dalla possibilità di correlare la sua concezione filosofica della fisica alla neuropsicologia, arrivando a formulare insieme al neuroscienziato K.Pribram, il modello olonomico del cervello, secondo cui il funzionamento e la trasmissione delle informazioni cerebrali avviene sotto forma di fenomeni ondulatori.shellgreenl Come nella fisica degli ologrammi, le informazioni neurali sarebbero in realtà processi ondulatori, con specifiche lunghezze e frequenza, descrivibili in termini di analisi di Fourier, e generanti come prodotto finale schemi di interferenza (la nostre immagini del mondo esterno non sarebbero altro che questi schemi di interferenza). Secondo Bohm e Pribram noi non vedremmo gli oggetti per come sono ma solo la loro informazioni quantistica. La propagazione ondulatoria non avverrebbe lungo i neuroni ma attraverso la glia, il tessuto che circonda i neuroni. Questo ha particolare importanza per la spiegazione dei ricordi. La memoria non verrebbe allora immagazzinata in qualche distretto cerebrale, la sua registrazione avverrebbe a livello non fisico o meglio, dato che un supporto fisico c’è in realtà, a livello non-locale. Come nel modello ologrammatico tutta l’informazione è contenuta in ogni “frammento” del supporto: i ricordi anziché essere immagazzinati nei neuroni, vengono codificati in impulsi che “risuonano” attraverso l’intero cervello (del resto gli esperimenti condotti da Lashley avevano mostrato la poca fondatezza dell’ipotesi che le memorie fossero incise in specifiche strutture nervose).

Osservatore (cervello) e realtà “virtuale” osservata risulterebbero compenetrati, e questo ha lo stesso significato che ha lo schema osservatore-particella in fisica dei quanti. Il processo di interferenze che precede la formazione delle immagini sensoriali avviene come processo ondulatorio e solo successivamente si crea l’immagine tridimensionale-spaziale che è il mondo apparente dell’esperienza. Questo processo esprime, su altro ambito e in modo analogico, il rapporto fra l’ordine implicito e quello esplicito, che contiene manifesta le categorie di spazio-tempo.

Quello del cervello olonimico è un programma di ricerca scientifico a tutti gli effetti, che in seguito è stato sviluppato da altri neurologi come De Valois, F.Campbell, mentre il giapponese K.Yasue ha sviluppato la QBD (quantum brain dynamics) per ricondurre a campi elettroquantistici l’attività neuronale.


Per la verità Laszlo ha impiegato il termine hindu  akasha adattandolo alla filosofia della fisica per approfondire in chiave olistica il tema del Campo di Punto Zero ( o vuoto quantistico) e dandogli delle sfumature anche mistiche, ma non è stato il primo a riscoprire questo termine, dato che l’ “akasha” ebbe già una diffusione nella letteratura esoterica di area teosofica sul finire del XVIII secolo. H.P. Blavatsky diffuse l’uso di questo termine in ambito occidentale prendendolo dalle tradizioni orientali e impiegandolo in riferimento alla dimensione sottile e più nello specifico alla “Luce Astrale”; questa accezione è corretta anche su un piano filologico poiché in sanscrito il senso della parola richiama quello “spazio luminoso” (dalla radice kash = splendere). Nella Dottrina Segreta (1888) la Blavatsky definiva l’etere come un elemento semi-materiale, in confronto con gli altri quattro elementi propriamente materiali, in questo correttamente delineando la natura iper-fisica (o sottile) di questa realtà, anche se in tale accezione sarebbe più corretto parlare di “piano eterico”piuttosto che di astrale; in questo contesto traduceva con il termine inglese ether. Di solito H.P.B. usava l’inglese Aether per definire più in generale la sostanza cosmica, mulaprakriti in sanscrito, assimilabile al piano astrale, con tutta la sua articolazione denaria o settenaria (vari livelli di densità) rispetto al quale l’ether, etere-elemento, è il livello più basso e più prossimo alla mondo fisico.

In ambito teosofico, una specifica funzione dell’Akasha è quella di registratore della memoria cosmica, di tutti gli eventi presenti e passati e delle azioni degli esseri che si imprimono su questo registro akashico, come venne definito da A. P. Sinnett nel suo testo Buddismo esoterico (1884). Tale proprietà venne proposta come base per le capacità (oggi definite ‘esp’) di chiaroveggenza, remote viewing, e retrocognizione. In tal senso fu usata anche da R. Steiner e dalla scuola antroposofica. In effetti abbiamo visto come Laszlo abbia anche lui ripreso l’ipotesi di vedervi un mare di informazione di infinità potenzialità.

La nozione di akasha dopo questi sviluppi e approfondimenti dei quali Laszlo è stato soprattutto il sistematore finale, si presta in effetti ad avvicinare aree di ricerca come la fisica quantistica, la psicologia olistica, la medicina quantistica, la parapsicologia (soprattutto per i fenomeni Esp). Appare infatti come un termine comune presente sia nelle dottrine orientali, nelle dottrine esoterico-occultistiche di matrice occidentale, nelle “scienze di frontiera” e nella filosofia della fisica (che rimane forse l’unica  sopravvivente di metafisica nel pensiero occidentale accademico). In quanto termine comune e di continuità esso potrebbe in futuro fare da punto di sviluppo per quella unificazione che forse sarà la scienza del futuro, ma che per ora rimane una lontana aspirazione.

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 Bibliografia

E. Lazslo, La scienza e il Campo Akashico, Urra Edizioni, 2010

E. Lazslo, Risacralizzare il Cosmo, Urra Edizioni, 2008

N.F. Montecucco, Cyber. La visione olistica. Una scienza unitaria dell’uomo e del mondo, Edizioni Mediterranee, 2000

D. Bohm, Universo, mente, materia Red Edizioni, 1996

H.P. Blavatsky, La Dottrina Segreta, Edizioni Teosofiche Italiane, 2010

G. de Purucker, Studies in Occult Philosophy, TUP, 1945

La “Psiche” e gli organi in medicina antroposofica

Come ho riportato nel mio precedente articolo, secondo il pensiero medico di R. Steiner le forze eteriche hanno la possibilità di essere convertite in forze del pensare. Molti aspetti delle attività psico-emotive e soprattutto i disturbi della sfera mentale sono indagati in relazione alla loro origine nel corpo eterico connesso nelle sue varie funzioni agli organi fisici. Così Steiner è portato a introdurre delle relazioni fra organi fisico-eterici e determinati psichismi o stati emotivi, sino alle malattie mentali, di cui sarebbe così possibile risalire all’origine organica.

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Si tratta di una intuizione assai importante perché a simili conclusioni giunse già  per altra via la Medicina Tradizionale Cinese. Questa inoltre pone ciascun organo principale in relazione – oltre che con un tipo di emozione specifica- anche con un elemento della cosmologia taoista e soprattutto con uno dei cinque shen o “spiriti” che costituiscono la complessione umana e che presiedono ad una particolare facoltà (si tratta in cinese dello Yi, del Po, dello Hun, dello Zhi e dello Shen propriamente detto).

Il sistema di corrispondenze seguito in medicina antroposofica è il seguente:

  • Fuoco –   Io  –  Cuore  –     rabbia, senso di colpa, stati maniacali
  • Aria –  Corpo Astrale – Rene –    Ansia, angosce, fobie
  • Acqua – Corpo eterico – Fegato –  Depressione
  • Terra –  Corpo fisico –  Polmone – Ossessioni, fissazioni.

Si impone in realtà a questo punto una riflessione critica. Steiner ha chiaramente intravisto un principio fondamentale. La nozione che ad ogni organo corrisponda un determinato tipo di attività emotiva e su di esso si rifletta in modo particolare uno dei corpi sottili dell’essere umano (o dei suoi “componenti invisibili”) è una nozione fondamentale in certi sistemi medici tradizionali, in primis la medicina cinese in cui forse questa idea è sviluppata nel modo più articolato. Le conclusioni dello Steiner sono state sviluppate in modo del tutto autonomo però e questo è un dato interessante che conferma il principio fondante di entrambe. Se però lo schema generale è sicuramente valido alcune conclusioni di Steiner sono un po’ più problematiche. Confrontando infatti con il modello cinese (di sicuro più convalidato, mentre quello antroposofico è in stato tutto sommato di ipotesi recente) si notano dei punti a mio avviso poco convincenti.

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Ad esempio, il porre l’organo fegato in relazione all’Acqua può essere giustificato solo fino ad un certo punto. In Medicina Cinese l’organo che ha il “governo dei Liquidi” è il Rene e in effetti è questo l’organo cui compete il bilancio idrosalino. Il fegato viene posto da Steiner in relazione anche al corpo eterico e alle forze espansive anaboliche. Tuttavia la funzione biochimica del fegato non è solo rivolta alla biosintesi e all’anabolismo; in realtà i processi di sintesi sono in equilibrio con quelli catabolici spesso sempre nell’epatocita come ad esempio la gliocogenosintesi e glicogenolisi; laddove invece un processo sintetico come la gluconeogenesi può avvenire ubiquitariamente in tutte le cellule somatiche. Vi sono numerosi processi di degradazione che sono anzi prevalentemente a carico del fegato e degli enzimi epatici (quali l’inattivazione di ormoni, xenobiotici, farmaci ecc..). Quindi la relazione anabolismo/corpo eterico /fegato è poco stringente per la verità. Steiner osserva anche il fatto che il fegato abbia una circolazione portale (venosa) e dunque carica di anidride carbonica, e questo rafforza la vicinanza al mondo vegetale (aspetto tipicamente riferibile al corpo eterico); va detto che la Medicina Cinese pone il Fegato in relazione al movimento Legno, e questa può apparire un elemento a favore o comunque una coincidenza significativa.

Strana invero l’assimilazione al corpo eterico, se si pensa che invece in Medicina Cinese il Fegato è la sede dello Hun (spesso tradotto con “anima”) cioè l’ente nell’uomo che elabora le volizioni inconsce e i desideri. Esso è dunque ciò che l’occultismo occidentale chiama “Corpo di Desiderio” o Corpo Astrale. Il paragone è ancora più calzante se si pensa che in MTC lo Hun è detto “ancorato al Sangue” (ed anche per gli occultisti occidentali il Corpo Astrale ha la sua sede elettiva nel Sangue; in MTC inoltre il Fegato “immagazzina il Sangue”). Ulteriore conferma viene dal fatto che lo Hun durante la notte, meno ancorato al sangue, si rende relativamente autonomo e si sposta causando ciò che percepiamo come sogno, fenomeno questo che lo stesso Steiner sapeva ben ricondurre al corpo astrale. Dunque il fegato esprime in realtà il predominio non tanto del corpo eterico ma del corpo astrale.

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Questo errore di valutazione si riscontra soprattutto sull’interpretazione dello psichismo del “fegato” che per Steiner sarebbe quello del carattere “flemmatico” o linfatico, e corrisponde alla bonarietà se non addirittura all’inerzia (fino alla depressione). Ciò contrasta ampiamente con la Medicina Cinese che vede nell’emozione corrispondente al Fegato la “rabbia”, e il temperamento irruento e risoluto. Ciò contrasta anche con la costituzione omeopatica “bilio-nervosa” in cui la relazione con il fegato e le “dinamiche epatiche” sono chiaramente caratterizzate nello steso senso che in MTC. Contrasta perfino con il senso comune dell’espressione “rodersi il fegato”, che avviene quando la rabbia del fegato è frustrata o costretta a reprimersi. Il fegato è quasi universalmente simbolo del coraggio e dell’azione, che spesso degenera in sfrontatezza e hybris, quella che in Prometeo viene punita da un’aquila che non senza motivo gli “rode” il fegato, per contrappasso.

Sugli altri organi si appuntano le stesse osservazioni, con delle associazioni ora giustificabili ora meno. Le divergenze vanno anche comprese alla luce del fatto che in MTC si ha un sistema con 5 movimenti (gli organi sono addirittura non cinque ma sei) mentre il modello antroposofico è costruito su quattro elementi; infine va detto le cosmologie degli “elementi” sottesi ai due sistemi medici sono differenti (i cinque taoisti e i quattro “occidentali” hanno una concordanza assai problematica, tuttavia non è possibile che vi sia soverchia ambiguità, ad esempio, se si parla di “acqua”).

Ora, all’organo dei polmoni è associato da Steiner l’elemento Terra e, come stato emotivo, il pensiero fisso ossessivo. In MTC in realtà lo Yi, (il pensiero, il cui degenerare patologico porta idee ossessive) è riferito alla Milza organo che Steiner nelle sue corrispondenze quaternarie non considera. Tuttavia è significativo che l’elemento che caratterizza la Milza sia proprio  la Terra. Peraltro nel modello cinese la Terra è la madre del Metallo, che corrisponde al Polmone. Ora, il Metallo rappresenta nella cosmologia e nell’antropologia cinese la “cristallizzazione”. Gli spiriti Po del Polmone, incarnano le esperienze ripetitive, assimilate e cristallizzate. Va dunque rilevata in questo caso una certa assonanza che corrobora la formulazione di Steiner.

Più arduo, per ragioni già esposte, vedere nel Rene l’influenza del Corpo Astrale laddove esso è il Magazzino del Jing per la Medicina Cinese cioè delle forze basali che stanno alla radice dei processi di crescita e sviluppo -semmai rappresentando il Corpo eterico. Ugualmente l’accostamento con l’Aria (giustificato per l’irrorazione arteriosa del glomerulo renale) è poco meno che una forzatura.Tuttavia un dato valido e interessante è che ai Reni in medicina antroposofica viene associata la manifestazione psichica dell’ansia e dei processi ansiosi. Anche qui si trova malgrado tutto, una certa conferma con la MTC, la quale assegna al Rene il sentimento della paura.

Mentre è altamente poco probabile che Steiner possa aver avuto accesso ad una documentazione accurata sulla Medicina Cinese (erano anni di declino, si pensi che essa veniva persino temporaneamente messa al bando nel periodo successivo alla caduta dell’Ultimo Imperatore, 1911; e anche le conoscenze sul taoismo dovevano ancora muovere i primi passi nel mondo accademico occidentale). 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAVerosimilmente il referente culturale più prossimo ed accessibile per Steiner è stata la tradizione medica  aristotelico-scolastica. L’origine di questa dottrina medica risale a Galeno, fu conservata nella medicina araba attraverso Avicenna e quindi fu riaccolta nel sapere scolastico medievale (soprattutto attraverso S. Alberto Magno, De spiritu et respiratione), tanto da essere ripresa da Dante nel Convivio e nella Vita Nova. Secondo la dottrina medica galenico-aristotelica, lo Spirito Naturale (πνεῦμα φυσικόν) ha sede nel Fegato, si diffonde nel corpo attraverso le vene dando nutrimento e fornendo la base per lo Spirito Vitale (πνεῦμα ζωτικόν) che risiede nel cuore e si propaga attraverso la circolazione arteriosa, avendo relazione con la respirazione e con certe funzioni emotive. Per una ulteriore rarefazione e sublimazione si ha poi lo Spirito Animale  (πνεῦμα ψυχικόν) con sede nel cervello e responsabile dei processi coscienti, della memoria e della sensorialità.

Paradossalmente questo modello assomiglia però assai di più a quello tripartito dei “Tre Tesori” (Jing, Qi, Shen) della Medicina cinese e della fisiologia taoista e non dà particolari conferme delle relazioni funzionali ipotizzate dallo Steiner.

Nella medicina egizia le corrispondenze organi-elementi erano ancora diverse. Questi sistemi di corrispondenze variano presso tutte le culture e tradizioni mediche. Più che sulla “chiaroveggenza” del fondatore (che molti antroposofi sogliono prendere ad indiscutibile fondamento di verità), essi sono basati sul ragionamento analogico, e lo stesso Steiner io ritengo abbia seguito questo processo, in realtà abbastanza congetturale e artificiale, anche se è esso è perfettamente legittimo. Rimane a R.Steiner il merito comunque di aver intuito l’idea generale di un sistema di corrisponde fra organi e stati psichici, secondo una modalità che tuttavia non era nuova poichè apparteneva già alla Tradizione occidentale, indipendente da quella cinese, anche se ormai pochissimi ne serbavano il ricordo e non aveva più dato modo di sviluppare un pensiero medico. Steiner ha compiuto uno sforzo impari perchè da solo ha cercato di colmare questo vuoto. Resta però da osservare che il modello cinese presenta maggior affidabilità ed è più convincente; esso in effetti è il prodotto di secoli di adattamento evoluzione aggiornamento e controllo clinico. Laddove si verificano divergenze rispetto al sistema medico cinese, invero un po’ più elaborato e raffinato (in MTC si considerano non quattro ma sei organi a cui corrispondono altrettanti “visceri”, ciascuno dei quali spesso ha un suo preciso psichismo), ricorderei che quella di Steiner, essendo frutto di una elaborazione unicamente personale e di recente formulazione, può essere al massimo considerata come una ipotesi di lavoro, non come un modello certo, come invece è il caso della Medicina Tradizionale Cinese.

L’Individuo vegetale nella botanica occulta

563730_222676504573287_508194214_nGli “esseri” appartenenti al regno vegetale (così come per gli altri regni della Natura) sul nostro piano fisico si manifestano come piante separate, diversi individui di una stessa specie. In realtà questi vari appartenenti a una stessa specie sono semplici manifestazioni di uno stesso Individuo vegetale, l’ “Archetipo” di quella specie. Questa “Intelligenza”, a differenza di quella di ciascun essere umano, non si incarna su questo piano; è come dire che quella Individualità non scende su questo piano e non manifesta qui il proprio stato cosciente. Secondo una certa nomenclatura dei piani sottili, l’essere cosciente delle piante corrisponde e si incarna al livello del piano mentale (specie nelle nomenclature teosofiche) o, in altri sistemi (antroposofia), all’astrale superiore.
In una scala gerarchica, si può dire anche che:

  • l’essere individuale umano (e il suo principio cosciente) si incarna sul piano fisico,
  • quello animale nel piano astrale
  • quello vegetale sul mentale inferiore
  • quello minerale evolutivamente più distante da noi, sul mentale superiore.

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In ognuno dei “regni” della Natura, agiscono quindi forze di ordine diverso, e tutti gli esseri che vi corrispondono seguono ciascuno una specifica linea evolutiva. Il fatto che nel regno vegetale agiscono esseri assai distanti dalla nostra evoluzione e dal nostro piano di incarnazione, si può notare che a differenza dell’Uomo e dell’Animale, gli esseri vegetali non possono spostare la loro dislocazione spaziale a volontà. Inoltre sia l’animale che l’umano nascono con tutti gli organi già formati. Nel vegetale invece la differenziazione alla nascita e alla proliferazione…

In ogni Individuo vegetale si manifesta un determinato tipo di “Intelligenza Naturale”. Questa Intelligenza vegetale si concretizza nel modo di agire di una determinata specie, nel suo modo di relazionarsi col terreno, con altre piante, di difendersi dai parassiti, secondo modalità che nella botanica occulta e tradizionale (di orientamento ermetico o paracelsiaco) sono dette segnature. Queste “segnature” possono essere classificate secondo criteri, zodiacali, planetari, umorali (caldo, freddo, secco ecc..secondo la medicina ippocratica) o di altra natura, ad esempio “morfologica”, come accade nei “fiori di Bach”.

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Come già detto, dunque, tutti gli esemplari di una data specie sono espressioni di un determinato Individuo vegetale e portatori di quel tipo di intelligenza che vive e si incarna attraverso le energie degli Esseri Elementari che contribuiscono all’edificazione di quella pianta. Queste energie, che operano in accordo con quella intelligenza naturale, possono essere in vario grado “estratte” con procedimenti sottili, uno dei quali è la trasformazione spagyrica, ed impiegate in chiave curativa, omeo-fisiologica, per integrare le stesse forze carenti o sbilanciate nell’organismo umano.

 

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Le preparazioni secondo il Magistero spagyrico hanno lo scopo specifico di estrarre i vari componenti non solo fisici ma anche energetici dei vegetali (o minerali o animali) e, in una certa misura, anche il principio Spirituale o Individuo di questi esseri, purificarli separatamente e ricongiungerli, esaltandoli ad un più alto livello evolutivo. Non diversamente opera sul minerale l’operazione spagyrico-alchemica con finalità terapeutica e spagyrica. Le operazioni sul “minerale” o sul metallo possono tuttavia avere portata ben maggiore. Sul minerale agiscono infatti forze ancora più “distanti” da noi.

Suggerimenti bibliografici:

– Il Conte di Gabalis, ovvero conversazioni sulle Scienze segrete (1670), Montfaucon de Villars, ed. Phoenix, Genova 1985.

– De Nymphis, Sylphis, Pygmaeis et Salamandris et coeteris spiritibus, Paracelso – pubblicato in “Scritti alchemici e magici“, ed. Phoenix, Genova 1991, pagg. 17-32.

– Le Entità spirituali nei corpi celesti e nei regni della natura, R. Steiner, Editrice Antroposofica.

– Le piante medicinali per la cura delle malattie (cfr. vol. n. 1), W. Pelikan, Natura e Cultura Edizioni.