Catene lineari del corpo e dello spirito

calligarisIl neurologo italiano Giuseppe Calligaris (1876-1944), vero genio dimenticato, è stato l’autore di sorprendenti scoperte – sorprendenti per il loro intrinseco significato, ma anche per la vastità di applicazioni e infine per la coerenza e l’organicità del quadro generale –  nel campo della medicina olistica e non convenzionale.
È anzi sorprendente che solo in tempi relativamente recenti, in Italia, si siano riscoperti gli studi di questo nostro connazionale, forse più stimato all’estero che in patria, anche a fronte del grande interesse che invece nel campo della medicina non-convenzionale è stato rivolto a studiosi stranieri. Fortunatamente, come diremo i suoi studi sono stati ripresi, ed anche ampliati in un sistema di trattamento psicosomatico ad opera di due ricercatori e sperimentatori italiani che hanno trovato il modo di adattare in un modello operativo le sue scoperte teoriche.

Già dalla sua tesi di laurea dal titolo Il pensiero che guarisce (1901) incentrata sul potere di autoguarigione della suggestione, il giovane Calligaris legò il suo interesse di neuropsichiatra alla ricerca psicosomatica, un tema che avrebbe sviluppato nelle sue successive e sorprendenti ricerche. Malgrado i suoi brillanti meriti accademici (fu ordinario alla Sapienza) e le sue pubblicazioni di alto rigore, una dei quali, Il sistema motorio extrapiramidale (1927) fu adottata come testo universitario per molti anni a seguire, le sue scoperte e le pubblicazioni “di frontiera” gli valsero l’ostilità, anche ingiusta e preconcetta, della comunità di allora. Questo suo isolamento fu anche la causa dell’oblìo in cui caddero le sue ricerche per diversi decenni, almeno in Italia. Visse negli anni in cui la neurologia e la neuropsichiatria cominciavano a delineare il loro statuto scientifico. Ma i suoi studi andarono molto oltre il paradigma della medicina su base meccanicista, del resto implicavano un sistema di relazioni energetiche di tipo sottile.

Erano anche gli anni in cui il neurologo inglese H. Head spiegava il “dolore riferito” e, attraverso le zone di Head, descrisse la proiezione cutanea dei riflessi viscero-sensitivi (convergenza di innervazioni  viscerali e di particolari aree cutanee sugli stessi metameri spinali);  e in cui il dott. W. Fitgerald indicava delle zone longitudinali della pelle, dette dermatomeri,come base per trattamenti antalgici e con la sua assistente Eunice Ingham poneva le basi della  riflessologia plantare.  Ma il lavoro di Calligaris andò molto oltre per portata e soprattutto per implicazioni teoriche, dato che si basava per lo più su relazioni sottili, legate al corpo eterico e non riconducibili a spiegazioni neurologiche – anche se, va detto, Calligaris non azzardò mai interpretazioni esplicite in questo senso ma si limitò a registrare empiricamente ogni corrispondenza. Fu questo fatto che gli valse l’ostilità del mondo scientifico così come l’aver mostrato di poter eseguire, attraverso le sue scoperte, determinati esperimenti di parapsicologia (o di metapsichica come si diceva all’epoca), esperimenti peraltro abbastanza eclatanti ed eseguiti in presenza di numerosi osservatori, che impressionarono persino lo yogi indiano Yogananda, in una sua visita in Italia nel 1934, in cui poté assistere ad un fenomeno di remote viewing attraverso un muro indotto da Calligaris su un suo paziente, come Yogananda stesso ci riferisce nella sua Autobiografia di uno yogi. Del resto questi suoi studi attirarono l’interesse di diverse intelligence militari: i suoi appunti furono trafugati dagli austro-tedeschi che avevano occupato il Veneto durante la Prima Guerra Mondiale, e infine dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale (e non è un caso se Germania e Stati Uniti sono i Paesi in cui si sono sviluppate scuole di medicina complementare, seppure semplicistiche, ispirate alle sue scoperte).

Nelle sue opere principali (che contano più di sedici volumi),  Le Catene lineari del Corpo e dello Spirito (1928),  La Fabbrica dei sentimenti (1932), Le meraviglie dell’autoscopia (1933), Le meraviglie dell’eteroscopia (1934), Telepatia e telediagnosi (1935), Le immagini dei vivi e dei morti richiamate dalle loro opere (1935), L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo (1937), Le meraviglie della Metapsichica (1940), Nuove ricerche sul cancro (1940), Le meraviglie della Metafisiologia (1944) è esposto il quadro coerente ed organico di una fisiologia sottile che si articola su linee energetiche disposte in modo reticolare lungo la superficie del corpo umanoNel cercare di spiegare la correlazione fra aree cutanee ad alterata sensibilità e danni alla corteccia cerebrale (correlazioni spesso non spiegabili sulla base delle ipotesi meccanicistiche della neurologia) Calligaris si imbatté nell’osservazione che la stimolazione cutanea (che lui definiva “carica”) lungo percorsi lineari generava sempre determinati riflessi fisici e sensazioni soggettive (” di repère “) e al contempo anche l’attivazione di determinati sentimenti.L’individuazione di queste strutture permette di dare indicazioni certe e soprattutto ripetibili dello stato psico-fisiologico dell’individuo. Queste prime scoperte furono poi ampliate da Calligaris in tutto il corso della sua vita; il suo interesse fu soprattutto per la mappatura e la ricerca di base, non pensò a svilupparne le potenzialità terapeutiche: la maggior parte delle sue ricerche hanno puntato ad evidenziare riscontri di tipo psicologico (attivazione di emozioni e sentimenti) e parapsicologico (attivazione di esperienze e facoltà extra-sensoriali). A tal proposito va detto che Calligaris non avanza mai nessuna interpretazione su base “occultistica” ma semplicemente da medico e da scienziato si è limitato alla registrazione di eventi e condizioni sperimentali ripetibili. Tuttavia la sua familiarità con concetti come “aura” “campo aurico”, “chiaroveggenza” ed altri, testimonia una conoscenza del lessico della metapsichica del tempo e della terminologia esoterico-occultistica. Dalle scarse indicazioni biografiche nulla sappiamo di quale milieu possa aver costituito il suo retroterra formativo, né di come fosse pervenuto a certe straordinarie e circostanziate scoperte. Mia personale convinzione è comunque che avesse avuto contatti con la corrente della Teosofia, sebbene prove diretta al momento non si conoscano. Rileviamo però che un suo allievo e collaboratore, Edoardo Bratina (1913-1999) è stato segretario della Società Teosofica. calligaris (1)

Un ultimo riferimento alla storia di queste scoperte: sono stati due studiosi italiani, Flavio Gandini e Samantha Fumagalli, a riscoprire di recente il lavoro di Calligaris e farlo conoscere in Italia. Il loro grande merito è stato non solo quello di aver portato avanti la sperimentazione ma sopratutto di aver creato un sistema operativo in grado di tradurre gli studi di Calligaris in un metodo di medicina olistica, con possibilità di intervento ed applicazione concreti nel campo della psicosomatica, denominato come Dermoriflessologia®.

Un altro merito di questi ricercatori è di aver allargato gli “orizzonti teorici” di riferimento integrando nella Dermoriflessologia gli insegnamenti di autori come Jung, Gurdjieff, Carlos Castaneda e R. Steiner. Questi inquadramenti teorici sono risultati utili per contestualizzare le scoperte del neurologo Calligaris e creare un quadro di riferimento sulla struttura della psiche e dell’inconscio, un’ antropologia e una fisiologia iper-fisica (soprattutto di componente steineriana) per la spiegazione teorica di alcuni processi sottili, degli sviluppi evolutivi e dell’espansione delle facoltà. Come si vedrà infatti la Dermoriflessologia ha due principali campi di applicazione: uno di tipo medico nel senso soprattutto di medicina olistico-energetica (ma anche con interessanti possibilità di applicazione anche nella psicoterapia e nella psicologia clinica, come tecnica complementare) ed un altra di tipo evolutivo come integrazione e sviluppo delle facoltà cognitive, psichiche e della personalità.

 


Il Grande Reticolo Energetico

Calligaris aveva dunque individuato delle linee “energetiche” lungo la superficie cutanea, dal tracciato rettilineo in grado di attivare riflessi fisici e soprattutto emozionali.Si tratta ovviamente di linee energetiche sottili in quanto non rilevabili con strumenti, almeno non direttamente, e non spiegabili con anatomiche osservabili o già note. Il primo paragone che potrebbe sorgere in mente sono i meridiani di agopuntura, ma l’accostamento non è esatto, in quanto questi ultimi seguono tragitti ipotetici che collegano dei punti specifici, e sono soprattutto questi punti a presentare un significato operativo e fisiologico. Tali meridiani hanno percorsi non lineari , inoltre scorrono nello spazio sottocutaneo a diversi “livelli” di profondità anche se questa profondità non è direttamente “misurabile”. Le linee di Calligaris sono invece perfettamente rettilinee, inoltre si dispiegano esattamente all’esterno del corpo, sulla superficie cutanea. Inoltre il nostro autore non mostrava di conoscere la Medicina Cinese, né fa mai riferimento nelle sue opere a tale sistema medico, dunque verrebbe da supporre una totale autonomia di scoperta. Si tratta in realtà di strutture diverse, entrambe “reali” nel proprio ambito e contemporaneamente. E tuttavia alcune analogie fra i due sistemi di riferimento possono essere osservate.

Vi sono dieci linee principali, che decorrono in senso longitudinale, senza soluzione di continuità lungo la superficie anteriore e posteriore del corpo, ognuna forma dunque una “catena”, o un anello chiuso. Ognuno di questi anelli rappresenta un sistema di corrispondenza organo-emozione, ma con una certa polarità poiché il lato dorsale identifica prevalentemente il riflesso emozionale, mentre il lato frontale quello organico-fisico. Come vedremo, due di esse hanno un particolare significato, oltre che anatomico anche di valore funzionale: la linea laterale, che divide la parte frontale e quella laterale del corpo, e la linea centrale, l’asse di simmetria del corpo.
Le linee che passano centralmente agli arti e al capezzolo (linea mamillare) sono dette, insieme alla linea centrale, mediane, vi sono poi altre quattro dette intermedie. Esse sono le dieci linee principali. Fra ognuna di esse vi è approssimativamente la distanza di un palmo (riferito al soggetto).

Scan_20160312_105350

Il Grande Reticolo Energetico

  • I Linea (laterale del corpo) – Funzione psichica:”dissociazione“, da intendersi come processi logico-analitici. Emozione: estroversione. Corrispondenza fisica: Sistema Nervoso Centrale.
  • II Linea (mediana del braccio destro)– Emozione: amore. Corrispondenza fisica: intestino.
  • III Linea (ascellare destra, intermedia) – Emozione:oblio (ricordi inconsci). Corrispondenza fisica: stomaco.
  • IV Linea (mediana della gamba) – Emozione: memoria (ricordi consci). Corrispondenza fisica: uro-genitale e vescica.
  • V Linea (inguinale destra, intermedia) – Emozione: odio, aggressività. Corrispondenza fisica: fegato
  • VI Linea (mediana del corpo) – Funzione psichica: “associazione” (processi cognitivi sintetico-intuitivi). Emozione: introversione. Corrispondenza fisica: Sistema neurovegetativo, reni, apparato muscolo-scheletrico.
  • VII Linea (inguinale sinistra, intermedia) – Emozione: dolore, capacità di resistenza. Corrispondenza fisica: milza.
  • VIII Linea (mediana della gamba sinistra) – Emozione: piacere. Corrispondenza fisica: pancreas.
  • IX Linea (ascellare sinistra, intermedia) – Emozione: Calma, sonno. Corrispondenza fisica: polmoni.
  • X Linea (mediana del braccio sinistro) – Emozione: eccitazione, attività. Corrispondenza fisica: cuore, tiroide.

Il reticolo si forma dall’intersezione di queste dieci linee primarie longitudinali con le corrispondenti primarie trasversali (orizzontali, distanti fra loro anch’esse  circa una decina di cm) le quali, seppure con minore incisività, hanno le stesse relazioni e significati. Quattro linee  primarie ortogonali fra loro (tutte mediane o tutte intermedie) secondo il Calligaris individuano un Grande quadrato fondamentale.Scan_20160312_105409 All’interno di ogni quadrato fondamentale si riproduce in modo “frattale” la struttura del Grande Reticolo. Il Calligaris aveva dunque individuato sperimentalmente un struttura ricorsiva o frattale che giustifica il principio olistico (spesso alla base di molti sistemi riflessologici) per cui la parte riproduce il tutto e il Tutto si rispecchia nella parte.
Su ogni linea ( a qualsiasi livello del “frattale si collochi) scorre l’energia corrispondente a quell’emozione o meglio a quel sistema emozione-organo; ma anche, secondo Calligaris, le memorie e le esperienze cristallizzate relative a quello specifico dominio.

 

È importante a questo punto evidenziare che vi è una particolare legge che regola la relazione fra il riflesso cutaneo, la memoria emozionale e un organo. L’iperattività di un organo (per varie ragioni, maggior carico funzionale etc.) produce l’attivazione dell’emozione corrispondente (es. fegato-rabbia) ma anche l’ipersensibilità di un’area cutanea. Tale corrispondenza è vera in ogni senso ed è perfettamente circolare (Legge della Triplice Corrispondenza). Si capisce allora come la pelle  possa essere sfruttata come efficace panello di controllo, sia “in lettura” che “in regolazione“, del nostro sistema psicofisico.Una seconda legge quella dei “Complementari” verrà spiegata a breve.

Oltre alle primarie esistono linee secondarie, ogni primaria è accompagnata da otto secondarie parallelamente alla primaria, quattro su ciascun lato. Esse formano così una banda assiale (che ha lo spessore di circa 1 cm) di cui la primaria è l’asse di simmetria. Le secondarie “specificano” le primarie, indicano i possibili campi d’applicazione di quel sentimento (oppure porzioni d’organo se ci riferiamo al lato frontale della catena). I loro significati sono, in relazione ad un sentimento generico:

  1.  sentimento sessuale (riferito cioè al sesso)
  2. sentimento familiare (riferito alla famiglia)
  3. sentimento per la patria (la nazione, ma può riferirsi ad un gruppo di appartenenza più ampio della famiglia e più esteso, una tribù, un clan un partito)
  4. sentimento umanitario e religioso (riferito a tutta l’umanità nel suo insieme e alla sfera divina)
  5. sentimento per la società
  6. sentimento per la natura
  7. sentimento per l’arte
  8. sentimento per il lavoro

In sostanza l’effetto di una carica su quella linea secondaria suscita sentimenti ed immagini (ricordi, esperienze) riferiti a quell’emozione e all’ambito specifico: es. la linea di amore (I) per la patria suscita nel paziente posto in stato di rilassamento le immagini di bandiere, canti patriottici, parate; quella di piacere (VIII) per la natura suscita il desiderio di trovarsi all’aperto o può indurre immagini e sensazioni di esperienze piacevoli a contatto con la natura etc.

Si può osservare che le otto secondarie sono disposte specularmente, la 1-8 indicano un campo strettamente individuale, la 2-7 un campo più ampio fino ad arrivare alla 4-5 alla massima universalità. La prima emibanda (1-4) evidenzia una modalità “statica”, riguarda l’essere, l’altra (5-8) una modalità “dinamica” ed evidenzia un fare o un relazionarsi (società, lavoro).

Scan_20160312_103154

Linee primarie e secondarie della mano

Per ragioni tecniche e pratiche si è deciso di effettuare trattamenti soprattutto sul quadrato fondamentale della mano. Come già detto il Calligaris si era prevalentemente concentrato sul lavoro sperimentale e sulla ricerca teorica, con una puntuale annotazione dei fenomeni di repère (sensazioni soggettive in risposta alla carica, o correlazioni fra iperestesia delle linee e disturbi neuropsichiatrici), ma non aveva elaborato su questa mappatura un metodo sistematico per un trattamento psicosomatico. Gandini e Fumagalli, gli elaboratori della metodica della”Dermoriflessologia”, hanno utilizzato un’apparecchiatura Tens (Transcutaneous Electrical Nerve Stimulator) per la stimolazione delle linee e delle bande. Questo permette oltretutto di modulare lo stimolo e di protrarlo per il tempo necessario. Calligaris impiegava ai suoi tempi un ago faradico per cercare le linee, oppure un martelletto di metallo raffreddato per stimolare le placche. Inoltre il metodo impiegato tiene conto dell’anzidetta Legge dei complementari. Calligaris solitamente usava stimolare le aree iperestesiche. Ciò non è però  privo di disagi indiretti per il paziente, poiché esaspera uno stimolo emozionale già in atto prima di vedere dei risultati positivi, se ci si pone in un’ottica di trattamento psicosomatico. Le linee – o meglio le catene – sono collegate da rapporti funzionali anche se non “anatomici”. Ad esempio amore-odio sono due sentimenti complementari, così si è visto che anche le loro linee compensano o trasferiscono l’una sull’altra l’iperattività di una delle due emozioni. Dopo una fase di ipersensibilità di una linea (dovuta ad un carico fisico o emozionale) l’ipersensibilità si accende sulla complementare. Nella nostra metodica si preferisce lavorare bilanciando sempre la linea complementare: evitando la stimolazione diretta su linee già “accese”. Le coppie di complementari o “bilance” sono cinque: Amore-Odio, Memoria-Oblio, Piacere-Dolore, Sonno-Eccitazione, e Associazione -Dissociazione. Quest’ultima categoria è particolare, si tratta non solo di una coppia di attitudini emozionali (estroversione/introversione) ma di vere e proprie modalità psichiche e cognitive, in grado di gestire tutti gli altri sentimenti. Potrebbe apparire notevole il fatto che le due linee corrispondenti occupino infatti l’asse di simmetria del corpo  (piano sagittale) e il piano frontale. Essi gestiscono ogni altra emozione così le secondarie della Banda I e VI avranno, oltre agli otto campi di applicazione di cui sopra la funzione di controllo delle altre emozioni (es. Dissociazione del piacere, del dolore, dell’amore, dell’odio etc.): queste secondarie sono così scomponibili in due diversi registri. In totale si avranno  80 + 8 +8, cioè 96 linee secondarie in totale. Ciò ha fatto pensare alla suggestiva idea che tale numero potesse essere messo in relazione ai 96 (o 960) “petali” del sahasrara chakra, il chakra coronale della fisiologia sottile induista. In qualche modo queste 96 linee longitudinali potrebbero essere pensate come la proiezione sulla superficie cutanea dei “filamenti luminosi” che il chakra coronale proietta lungo e attraverso il campo aurico.

Un punto di forza a livello operativo è che attualmente con una strumentazione di tipo Tens, impiegata in questo contesto come uno strumento di biorisonanza, si può modulare la frequenza del segnale in entrata. Diverse frequenze  possono così agire su diversi livelli della coscienza (e dell’inconscio) e parallelamente su diversi livelli energetici. In Dermoriflessologia si usano di solito quattro diverse frequenze che, per il loro effetti e il livello su cui risuonano, sono posti in relazione con i corpi fisico, eterico, astrale e causale, i primi tre soprattutto tratti dalla fisiologia di Steiner.

 


Le placche cutanee

Dalla combinazione di linee secondarie fra di loro la definizione di sentimenti terziari, le possibili combinazioni sono teoricamente infinite. Tali combinazioni terziarie non hanno una proiezione lineare ma, secondo il Calligaris si riflettono su piccole porzioni cutanee circolari dette placche. Calligaris ha indicato un gran numero di emozioni e sentimenti   “scomponibili”, secondo la sua sperimentazione, in combinazioni delle linee secondarie.

A titolo di esempio l’amicizia sarebbe riconducibile a una sommatoria di cariche della secondaria 6 del pollice (Amore per la Natura) e della 4 dell’indice (Memoria per l’Umanità); l’ottimismo sarebbe dato dalla carica contemporanea della secondaria 5 della banda dell’anulare (Piacere per la società) e dalla 5 del pollice (Amore per la società); la vendetta da 1 secondaria dell’anulare (Piacere per il sesso) e 5 della seconda interdigitale ( Odio per la società) etc. (un grande numero di emozioni sono così riportate da Calligaris nei tre volumi de La Fabbrica dei sentimenti). Tali sentimenti vengono suscitati sperimentalmente nel soggetto dalla carica di tali linee, oppure, esse risultato spontaneamente iperestesiche se il soggetto sta provando quei sentimenti .

Le placche non si limitano a tradurre solo sentimenti secondari e terziari ma tutta una varietà di effetti di natura riflessologica che implicano sviluppo di capacità, fenomeni psichici, anche di tipo extra-normale, riattivazione di ricordi etc. o realtà dell’ambito umano: anni, età, settenni, rapporto con gli antenati, i genitori, oppure fenomeni esterni come numeri, colori, lettere dell’alfabeto (di cui è possibile evocare l’idea o l’immagine nell’esaminato) oppure fenomeni macrocosmici come i pianeti, i metalli (di cui è possibile attivare la visione o l’immagine o anche risonanze ‘radioestesiche’). Scan_20160312_112902Le placche individuate da Calligaris sono nell’ordine di qualche migliaio ma metodologicamente possiamo prevedere che siano in numero potenzialmente infinito (L’Universo rappresentato sul corpo dell’uomo).

Le placche sono zone circolari di dimensioni variabili in genere fra i 6 e i 15 mm.  Un ulteriore merito di Gandini e Fumagalli è stato di aver constatato che la zona di maggiore sensibilità della placca è la circonferenza esterna (oltre al centro). Tale fronte di sensibilità in seguito a stimolazione, retrocede verso l’interno della placca. Al contempo le impressioni e ricordi suscitati appaiono più antichi e remoti, fino a farsi non più “individuali”. Così si è imposta l’evidenza che tali placche agiscano come un registro, esattamente come un “disco di vinile” in cui i solchi più esterni rinviano a sensazioni fisiche e memorie più recenti, fino a dare, via via che si procede verso il centro, immersioni nell'”inconscio profondo”, memorie ataviche ed ancestrali, fino ad arrivare, per alcuni, a puntate nel super-cosciente, dove si ha l’esperienza “informale” di una certa emozione o sentimento. Per tale ragione è stato efficace introdurre una stimolazione anche con spiraline metalliche in grado di associare alla stimolazione meccanica quella dell’ onda di forma radionica.

In base al tipo di sensazione suscitata è stato possibile anche qui ascrivere ai diversi livelli di profondità della placca la relazione con i quattro corpi della fisiologia sottile. Dagli strati esterni vengono suscitate sensazioni fisiche e memorie individuali; già oltre sorgono ricordi ed esperienze riferibili a membri antichi della propria famiglia, gli antenati, portando alla luce anche eventi non conosciuti dall’esaminato, ma storicamente individuabili o confermabili. Siamo quindi probabilmente nell’area di pertinenza del corpo eterico, depositario della memoria di sangue e della stirpe. Più oltre sorgono contenuti psichici (anche molto coinvolgenti emotivamente) anche molto antichi  e non riferibili al vissuto individuale. Non necessariamente qui si devono supporre ipotesi reincarnazioniste su vite precedenti a livello “individuale”,  può essere ad esempio utile richiamarsi anche alla nozione di Inconscio collettivo di Jung. A questo livello ci possiamo riferire al cosiddetto corpo astrale. Queste osservazioni hanno rafforzato l’importanza delle scoperte di Calligaris che inizialmente non contenevano tali riferimenti ai corpi sottili:  questi accostamenti hanno permesso di interpretare meglio il senso di queste scoperte e di inserirle in una comprensione teorica più ampia.  Scan_20160312_112326

L’ultimo livello è stato posto in relazione al corpo causale, che si può far corrispondere al Sé della psicologia transpersonale. Questo “ente” o “corpo” in effetti però, per le dottrine sapienziali ed orientali da cui è tratto (Sé, in sanscr. Atma) rappresenta il nucleo totalmente trascendente della Personalità, in una certa misura sovraindividuale, e non si incarna e non partecipa dell’incarnazione se non attraverso il suo riflesso nella nostra dimensione: l’Io. Si tratta di una dimensione della coscienza di cui solo pochissimi arrivano a fare esperienza, in modi comunque fuggevoli, e solo in conseguenza di forme di elevazione e di ascesi particolari. Propendo quindi per riferire questo strato delle placche – ed anche le relative frequenze di trattamento-  piuttosto al corpo mentale superiore, che è il piano immediatamente sotto il causale e si riferisce comunque a stati della coscienza particolarmente elevati, astratti e informali, che trascendono comunque l’astrale ordinario (fatto di forma e animato dal desiderio) e assimilabili ugualmente alle esperienze che suscita la stimolazione delle porzioni centrali delle placche.  Ma si tratta di interpretazioni teoriche o terminologiche che non incidono nella pratica di questa tecnica. Si osserva però che non sempre tutti gli individui riescono a rispondere al trattamento sulle frequenze corrispondenti a questo “corpo”, segno che il loro sviluppo animico non raggiunge ancora tale livello.

I campi di applicazione della placche sono moltissimi. Va detto che un buon numero di esse possono essere impiegate per scopi terapeutici più o meno diretti ( vi sono placche per trattare anche le dipendenze e gli abusi di sostanze ad esempio) o comunque per il riequilibrio della personalità, il benessere psicofisico, la risoluzione di conflitti, l’elaborazione consapevole di contenuti inconsci. Soprattutto Calligaris individuò delle placche in grado di segnalare patologie a carico di organi, utilizzabili per una futura “diagnostica” non-convenzionale ( cfr. Telepatia e Telediagnosi). Tale campo merita di essere sviluppato in modo particolare, data la sua grande utilità per le medicine olistiche.

Le numerose placche risonanti degli anni (da 1 a 100) e dei mesi di gestazione sono uno strumento importantissimo nelle mani di un terapeuta, in quanto capaci di riportare in modo molto rapido alla memoria anche un vissuto profondamente rimosso. Tali riemersioni avvengono sotto forma di immagini durante le sedute o, più spesso, in forma di sogni nei giorni immediatamente seguenti, generalmente in una modalità tale da avere la possibilità di elaborare anche elementi sgradevoli o traumatici, anche perché la dermoriflessologia interviene sulle placche solo dopo aver fatto lavori di riequilibrio sulle linee primarie, riportando il sistema ad un più alto livello di consapevolezza, e di equilibrio animico. Lo scorrere del tempo viene registrato sulle placche. Di esse risulta “attiva” cioè sensibile quella dell’anno in corso, ma anche – scoperta recente, non contemplata inizialmente dal Calligaris –  tutte quelle contenenti materiale non “risolto”. A volte capita che l’indicazione delle placche possa avvenire spontaneamente, anche attraverso il sogno, ad esempio con l’indicazioni di numeri specifici, quando ciò avviene è segno che il soggetto trattato sta seguendo spontaneamente un processo di auto-guarigione, che il sistema sta evolvendo verso un punto di equilibrio più stabile e maturo. Si tratta dunque di uno strumento potente ed efficace, ma anche molto sicuro, di comunicazione con il subcosciente, di risoluzione di conflitti e di presa di coscienza. La finalità è l’aumento di consapevolezza e di conoscenza di sé, sbloccando nodi psichici ed energetici.

neverending_dreamer

Interessante osservare, e nella nostra pratica di operatori capita con un certa frequenza, la potenzialità di agire su quella che la psicologa alsaziana A. Schützenberger ha definito “sindrome degli antenati”.  Come abbiamo detto le placche possono registrare anche memorie dei propri ascendenti, rispondendo a quello che è il campo morfico della propria famiglia. Quando si trattano placche relative ad un anno, si può interagire anche con la memoria collettiva familiare, con le esperienze storiche degli antenati, ad esempio i traumi da essi vissuti, che rendono – a volte- l’età anagrafica in cui sono avvenuti una data fatidica anche per i discendenti (fenomeno di cui la Schützenberger ha riportato ampie casistiche cliniche): in questi casi l’impiego in particolare delle frequenze per l’eterico, si può rivelare particolarmente utile.

Molte altre placche hanno una destinazione che potremmo definire “evolutiva” più che terapeutica. Si tratta delle placche di attivazione di ampliamento delle facoltà cognitive, anche in campo cosiddetto ESP . Vi sono diverse placche in grado di attivare ad esempio fenomeni di remote viewing, come abbiamo ricordato già all’inizio, numerose per attivare fenomeni di chiaroveggenza (ma che richiedono trattamenti prolungati per creare delle vere e proprie attitudini), alcune per evidenziare la visione dell’aura. A tale riguardo le placche sono classificate come:

  • risonanti (in grado di attivare la visione di immagini o informazioni relativi a sé stessi)
  • consonanti (in grado di attivarle in relazione a terzi, posti ad una certa distanza o aventi una certa relazione con l’esaminato).

Tale distinzione si sovrappone a quella fra placche autoscopiche (le prime) ed eteroscopiche (le seconde)

Un gruppo molto interessante di placche, in questo contesto, sono quelle riguardanti il campo onirico.  Placche delle Ricapitolazione onirica inversa rievocano in sogno il ricordo di eventi vissuti, a ritroso nel tempo dal più recente al lontano passato. Trattate progressivamente, sono una base per avere rimandi ed indicazioni di contenuti da sviluppare o elaborare più nello specifico, così come le placche di regressione per “settenni“. Alcune possono essere impiegate, sopratutto nei primi trattamenti per aumentare la capacità di ricordo dei sogni, altre per l’induzione delle visioni ipnagogiche, per il potenziamento delle percezioni sensoriali nei sogni, colori più vividi, percezione tattile nel sogno etc. L’espansione della capacità di utilizzo del mondo onirico come mezzo per scandagliare l’inconscio mostra il potenziale supporto che la dermoriflessologia potrebbe esercitare anche in affiancamento alla psicologia. Non a caso è stato proficuo integrare la tecnica con le concezioni della psicologia junghiana, con la dimensione degli Archetipi come necessaria chiave di interpretazione del codice onirico.

Vi è anche la possibilità di indurre o favorire il sogno lucido (o consapevolezza del sogno), per coltivare quella che Castaneda chiama “seconda attenzione“. La capacità di tenersi coscienti e d aver il “ricordo-di-sé”è una pratica delle tradizioni sciamaniche per agire, spostarsi e operare coscientemente nell’astrale del sogno. Impossibile qui entrare nel dettaglio di questo dominio, invece è bene far notare come tali strumenti riflessologici possono essere coadiuvanti per sviluppare attitudini di questo tipo, l’affascinante campo dell’onironautica.

Le potenzialità di queste tecniche e della mappatura di Calligaris sono grandissime: spaziano dalla psicosomatica, allo sviluppo delle facoltà cognitive, all’integrazione della personalità.  L’importanza di queste scoperte è tale che nessun operatore, ricercatore, naturopata o medico olistico dovrebbe ignorarle. È anche un motivo di orgoglio che proprio in Italia siano state riscoperte le intuizioni del Calligaris  (dopo aver goduto di interesse più all’estero che in patria) ed organizzate in un metodo operativo per il trattamento psicosomatico. È nostra speranza che tale metodica si diffonda anche all’estero e possa arricchirsi del contributo e dell’esperienza di operatori olistici, medici, psicologi, come in parte sta già avvenendo. Un grande contributo italiano alle scienze di confine e alle medicine olistiche.

 

Bibliografia

F.Gandini, S. Fumagalli,  L’anima svelata, Anima Edizioni, 2006.

F.Gandini, S. Fumagalli, Riflessologia della memoria, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009.

F.Gandini, S. Fumagalli, Le 5 bilance del benessere, Edizioni Amrita, 2012

F.Gandini, S. Fumagalli, Il Potere dei Sogni  Il Punto d’Incontro Edizioni, 2011

F.Gandini, S. Fumagalli,Dermoriflessologia, Edizioni Amrita, 2011;

 G. Calligaris, Le Catene Lineari del Corpo e dello Spirito, ed. Aquarius Giannone, ultima ristampa 2009.

Nota: le altre opere  di G. Calligaris non sono più disponibili a stampa in formato cartaceo da molto tempo. Tuttavia è possibile ora  acquistarle in formato ebook.

 

 

 

La visione goethiana della Natura

A completamento del mio precedente articolo sulla Teoria dei colori di Goethe è il caso di esaminare più in generale l’idea e il metodo goethiano delle scienze naturali, e il suo peso nell’opera successiva di R. Steiner, che è il motivo per cui qui ne trattiamo.

Le osservazioni naturalistiche di Goethe hanno abbracciato tutti i settori delle scienze naturali, all’epoca in via di formazione,  dalla botanica, all’embriologia, alla mineralogia, alla geologia e alla vulcanologia, perfino alla meteorologia. Per certi versi si può anche dire che i sistemi di filosofia della Natura dei Romantici tedeschi furono la “metafisica” di cui le scienze goethiane rappresentano la scienza applicata; ma sarebbe anche riduttivo perché vi è molto di più: nei suoi scritti traspare un metodo, un modo tutto nuovo  di concepire queste ricerche naturalistiche. Non si trattava tanto di scoprire fatti nuovi quanto- come scrive Steiner – di adottare un nuovo punto di vista di osservare la natura. In realtà il suo approccio ha portato anche a scoperte fattuali importanti: ad esempio l’identificazione dell’osso intermascellare nell’uomo, in embriologia ed anatomia comparata.

Uno dei cardini della concezione goethiana è la assoluta irriducibilità del mondo organico e vivente a quello dell’inorganico. Nel secolo del “cartesianesimo” e del meccanicismo si cominciò a pensare che tutto, anche gli animali o le piante, fossero dei”meccanismi” e si potessero spiegare con leggi meccaniche del mondo inorganico. Ma questo non convinse mai del tutto. Ci si può ben rendere conto – e i filosofi e gli scienziati dell’epoca ne aveva coscienza – di come la comprensione meccanicistica sia possibile in quanto ci crea una comprensione concettuale di tutto ciò che appare come dato sensibile. Quanto appare ai sensi deve essere dedotto come una necessità da quanto presupposto idealmente, in termini kantiani si direbbe che qui fenomeno e noumeno coincidono.  Nel mondo inorganico non c’è niente altro come condizione del fenomeno.  Comprendere il fenomeno inorganico non comporta altro che dedurre concettualmente fenomeni sensibili da altri fenomeni sensibili, sia la causa che l’effetto appartengono al dominio sensibile, non serve elaborare in concetti null’altro che non sia manifestamente percepibile coi sensi.  Non così nel mondo organico e biologico. In un organismo vegetale non si può derivare o dedurre qualità, posizione, sviluppo di una parte anatomica dai rapporti e qualità sensibili di un altro organo; del resto questo è ciò che differenzia appunto l’organismo da una macchina. In una macchina la cooperazione delle parti è dovuta ad un fattore esterno, la mente del progettista, è quindi di natura astratta. Nell’organismo i rapporti sensibili delle sue parti non sono deducibili gli uni dagli altri; ed inoltre la cooperazione delle parti od organi non dipende da qualcosa di esterno, ma appartiene alla natura stessa del vivente, ne tocca il nucleo essenziale. L’elemento non percepibile qui non opera dall’esterno -attraverso la mediazione del costruttore – ma agisce spontaneamente da sé, dall’interno dell’organismo stesso che organizza. Ed è proprio questo elemento non-sensibile e non percepibile che è necessario presupporre come spiegazione e causa di tutti i dati sensibili dell’organismo. In sintesi, nell’organico “tutte le qualità sensibili appaiono come conseguenze di una condizione che non è più percepibile coi sensi” (R. Steiner, Le opere scientifiche di Goethe, pag. 32, ed. Antroposofica).

Per Goethe dunque nel mondo naturale e in particolare in quello organico è da rigettare il postulato kantiano dell’inconoscibilità del noumeno. È dunque nella facoltà della intuizione intellettuale che si trova il fondamento del conoscere l’elemento sovrasensibile che è alla base della vita organica.  Un organismo può essere compreso solo tramite una facoltà di giudizio intuitivo. Non il concetto astratto che è una mera somma dell’esperienza (come scrive l’Autore nei Detti in prosa), ma l’Idea che è il risultato dell’esperienza. Vi è nell’uomo secondo Goethe la facoltà di formasi una tale idea – ad esempio di un organismo vivente – che non è condizionata dagli influssi del mondo esteriore (sulle modalità di questa conoscenza torneremo a breve).

È l’Idea del vivente ad organizzare dall’interno ogni sua singola parte. Si tratta di un tipo originario o ideal-tipo che si estrinseca in ogni individuo di una specie, e Goethe richiama anche l’espressione aristotelica di Entelechia.  Anche le varie specie fa di loro, ad esempio nel campo vegetale possono essere ricondotte ad un tipo originario primordiale, che verrà chiamata Urpflanze, pianta primordiale, prototipo di ogni essere vegetaleÈ in questo campo che Goethe ha prodotto le sue più importanti osservazioni, nel saggio La metamorfosi delle piante , 1790). Questo elemento ideale-sovrasensibile organizza e struttura il vivente soprattutto nel suo processo diacronico di costruzione nel mondo fisico, “attraverso forme mai totalmente chiuse e concluse” (cfr.F. Cisalghi, Goethe e Drawin, Mimesis pag. 47). Pur essendo una realtà ideale esso guida un processo dinamico e soprattutto il modo di acquisizione di una forma, il che anticipa anche il concetto di campo morfogenetico. Le forme concrete nel mondo naturale si affermano in un modo che non sempre corrisponde pienamente a quello ideale. La diversità delle specie in natura è determinata dalle condizioni ambientali che limitano l’esprimersi del tipo ideale. Le condizioni ambientali sono soltanto l’occasione per­ché le forze formative intrinseche si manifestino in un modo speciale e particolare, e solamente queste ultime sono il principio costitutivo, l’elemento creati­vo della pianta. Quanto più un determinato essere o specie riesce a manifestare del tipo organico ideale, tanto più esso sarà perfetto. Questa è la spiegazione della diversità fra le varie specie: le condizioni esterne limitano le possibilità di espressione del tipo ideale e delle sue forze formative. Nel vegetale poi tutti gli organi sono differenziazioni di un unico apparato organico ideale: la foglia.tumblr_npb23fDzuj1rgtxy8o1_500

Nella “foglia” è rappresentata ogni possibilità dell’ente vegetale; in qualche modo la foglia è ciò che di più simile vi è alla Urpflanze, la pianta primordiale che molti disegnatori, artisti, botanici dilettanti hanno sulla scia di Goethe provarono a raffigurare, cosa peraltro discutibile trattandosi più propriamente di un ente intelligibile piuttosto che sensibile. Nell’indagine goethiana queste forze formative agiscono secondo una legge di alternanza fra espansione e contrazione, evidenziando qui di nuovo il principio di polarità, centrale nei sistemi di Filosofia della Natura dei Romantici tedeschi. Nella vita delle piante si alternano tre contrazioni e tre espansioni:

  1.  il seme è una forza in stato contrattivo, cui segue il formarsi del germoglio e delle foglie, (espansione).
  2.  il calice è una nuova formazione che compare sullo stelo come contrazione, da cui segue l’apertura espansiva della corolla
  3.  gli organi sessuali, stami e pistillo, si formano infine per contrazione, cui segue la fase espansiva nel frutto.

Goethe non manca di far notare come tutto questo sia un evolversi poiché ogni “nodo superiore” riceve da quelli inferiori qualcosa di sempre più raffinato (es. linfa etc.) come un procedere su scala spirituale, osservazione simbolicamente riscontrabile nell’idea dello sviluppo simultaneamente a spirale e verticale nelle piante.


Non meno interessanti sono le osservazioni sul regno animale. Mentre nella pianta in ogni organo è presente la pianta intera, senza però  che il principio vitale risieda in un organo determinato come in un “centro”, nell’animale ogni organo appare derivante da quel centro. E a differenza del vegetale l’animale nella sua morfologia è determinato da quel centro, dalla sua configurazione interiore; le circostanze meccaniche esteriori non giungono a far apparire l’animale soltanto come prodotto del mondo esteriore

Le condizioni esteriori  sono invero l’occasione per cui il tipo si estrinseca in una determinata forma; questa forma stessa, però, non è da derivarsi dalle condizioni esteriori, ma dal principio interiore. (Steiner, Le Opere scientifiche di Goethe, pag. 46)

La mancata comprensione di questo elemento interiore è ciò che, ad esempio, mancherà poi a Darwin (cfr. op.cit. pag. 14). Le diverse specie animali si differenziano poiché ognuna si sviluppa in una determinata ‘direzione’, impiegando le forze formative in un particolare sistema di organi, sottraendole ad altri apparati. Tuttavia se prima di Goethe la sistematica (ad esempio la tassonomia di Linneo) era una semplice classificazione, che allineava generi e specie, e che richiedeva tanti concetti quante erano le specie esteriormente esistenti, l’ “idealismo” goethiano pose le basi per lo sviluppo di queste scienze, soprattutto in chiave evoluzionistica (sebbene come vedremo in senso diverso da quello darwiniano) e verso la comprensione unitaria dell’organismo vivente. 

Forse più difficile fu per Goethe arrivare ad una comprensione sintetica altrettanto completa della “morfogenesi” nell’animale; fu a livello più settoriale, nel campo della sola osteologia che egli arrivò ad individuare una legge formativa: nella vertebra egli intuì un fenomeno primordiale, ciò che è  ad esempio la foglia nel vegetale.

Nell’apparato scheletrico dei vertebrati, ed in particolare nella colonna vertebrale, egli trovò una legge unitaria che correla il midollo spinale e l’encefalo con le vertebre e le ossa craniche. L’encefalo si presenta come una espansione, un perfezionamento di uno dei gangli del midollo, così come i gangli sono lo stadio evolutivo inferiore del cervello. Le ossa craniche sono un adattamento o sviluppo delle vertebre originarie che proteggono il midollo. Da qui deriva la concezione dell’origine vertebrale delle ossa craniche, un’idea certamente intuita da Goethe (che però dovette contendersi il primato con l’anatomista L. Oken solo perché pubblicò tardivamente , nel 1820 queste sue riflessioni forse per non avervi attribuito una validità definitiva). Comunque la teoria della derivazione vertebrale delle ossa craniche nella filogenesi delle specie animali fu seguita per circa due secoli ed è in parte ancora ritenuta valida, anche se oggi si preferisce restringerla alla sola porzione occipitale (cfr. E. Padoa, Manuale di anatomia comparata dei vertebrati, Feltrinelli, pag. 168).

La legge biogenetica secondo Goethe impone che negli animali superiori si possano rinvenire tutti gli inferiori (Steiner op. cit. pag. 46). Così fino all’uomo, il tipo più alto del vivente, poiché in esso l’Idea arriva all’autocoscienza. L’uomo è in realtà il tipo ideale più completo di organismo vivente. Questo punto avrà modo di influenzare gli epigoni della concezione steineriana e antroposofica; ad esempio uno degli autori dell’opera collettiva del Gruppo di Ur, Introduzione alla Magia, quale scienza dell’Io, pubblicherà una monografia dal titolo “L’origine della specie secondo l’esoterismo” nel quale si delinea un scala evolutiva discendente, completamente invertita rispetto alla concezione darwiniana dell’evoluzione.


Anche in ambito geologico Goethe cercò una legge alla base di tutte le formazioni minerali, senza limitarsi alla mera catalogazione. Goethe sosteneva la nozione che la Natura trapassi fra un minerale e l’altro. Questa concezione era già presente nell’Alchimia che ha sostenuto che le diverse specie metalliche fossero stadiazioni diverse della stessa entità che passa per gradi successivi fino arrivare alla perfezione dell’oro. Tale nozione fu rigettata perché la geologia attuale non conosce un tale trapasso ma, nota Steiner, è un errore aver frainteso la concezione di Goethe. Egli non affermava, almeno non direttamente una trasformazione fisica. Goethe cercava ciò che manca alla geologia attuale: cioè il principio che costituisce ad esempio il granito, o il porfido, prima che essi siano divenuti tali. Si poneva qui dunque, ad esempio, lo spiegare la differenziazione e la distribuzione geografica di certi minerali e giacimenti, lo stesso tema che, come abbiamo visto, è alla base delle differenziazioni fra le specie viventi, vegetali, animali etc.

Goethe guardava ad un metodo che potesse vedere la Natura come un tutto ordinato ed unitario, per cui nei fenomeni geologici (inorganici) non si poteva supporre impulsi motori diversi da quelli del resto della natura inorganica.  Per tale ragione fu più vicino al nettunismo di Werner che non al vulcanismo di Hutton ed altri: i fenomeni geologici dovevano essere prodotti dalle stesse forze che vediamo ordinariamente in azione nella nostra esperienza attuale.

Anche in campo meteorologico non sono mancate delle osservazioni degne di interesse. Malgrado l’incompiutezza di questi studi è sempre al metodo che dobbiamo guardare più che ai risultati specifici. 11986400_852887824818447_8980536586423647493_nQui Goethe cercava, come negli altri campi, di indagare e comprendere l’essenza di un fenomeno osservando tutto ciò che appartiene alla medesima sfera, come a una totalità.
Gli appariva come non conforme alla natura, invece, spiegare i fenomeni di un dato ambito con fatti ricadenti al di fuori di esso. Tutti i fenomeni atmosferici dovevano essere spiegati e ricondotti a cause terrestri, escludendo altri fattori, influssi lunari e planetari etc.
Pensò di aver trovato qualcosa come un fenomeno-primordiale nell’indice barometrico, in cui intuiva una relazione anche con la gravità. Il suo interesse maggiore fu la formazione delle nuvole, e la metamorfosi delle loro forme. Intravide anche la possibilità di un procedere secondo una “scala spirituale”, analogamente all’ascendere delle piante, secondo una diversità di caratteristiche dell’atmosfera a diversi livelli. Anche qui Steiner sottolineava come tutto questo non doveva concepirsi come realtà fisica nello spazio, come pensavano coloro che pensavo di confutare Goethe, ma come una realtà da osservarsi coi sensi sottili e spirituali. In ogni caso la moderna meteorologia correla le forme delle nubi anche al fattore dell’altitudine; questo in qualche modo rende giustizia alla, inizialmente poco compresa, intuizione di Goethe.


Passiamo allora considerare la natura del “metodo goethiano” che ha interessato Rudolf Steiner. Bisogna capire in cosa dovrebbe risiedere quel penetrare l’essenza di un fenomeno, realizzando quella che la scolastica chiamava  l’intuitio intellettualis e scorgendo l’interiore realtà di quel noumeno che ad esempio nella gnoseologia kantiana era dato per inconoscibile inattingibile. Sottesa al “metodo” goethiano sta una concezione del conoscere assai diversa da quella kantiana ed anche dal conoscere secondo l’empirismo anglosassone. Nelle immagini percettive è dato solo incompleto, almeno per lo Spirito umano che tende, in esse a cercare connessioni, ideali ed un ordine (leggi). Il conoscere consiste proprio nel trascendere il dato sensibile, nel rimandare a un ordine precluso alla percezione sensibile, la quale, se fosse già “completa” rendere il conoscere del tutto inutile. Per Goethe il pensiero, funzione dello Spirito, percepisce o meglio può percepire quell’elemento trascendente; lo può poiché esso è un strumento, un organo (più o meno come lo è l’occhio).  Il pensiero può percepire l’idea. Il contenuto intellettuale della conoscenza è e deve essere oggettivo quanto quello dei sensi. Essenziale è per Goethe avvicinarsi alla dimensione trascendente (piano spirituale) sempre in modo mediato, partendo cioè dal’osservazione della Natura. Occorre tuttavia porsi di fronte all’oggetto del percepire, facendo decadere ogni dato soggettivo-estrinseco. Si pone così la premessa perché il dato sensibile possa far sorgere l’elemento ideale che esso porta con sé: quell’elemento intellettuale che normalmente deve corredare il dato sensibile perché possa esserci vera conoscenza; non tuttavia il “concetto”, elaborazione soggettiva riflessa del pensiero speculativo, ma l’elemento ideale oggettivo, l’idea, contrapposta al mero concetto astratto. Questo contenuto ideale “il pensiero non lo produce ma lo percepisce. Il nostro pensiero infatti non è produttore ma organo di percezione” (R. Steiner, op. cit. pag.74). L’osservatore lascia sorgere l’esperienza pura del percepire, liberata dall’elemento sensibile. Non si tratta per la verità di eliminare il sensibile (inteso come ciò che origina dalla corporeità) ma assumerlo nella sfera del pensare. Ciò che viene eliminato è solo ciò che viene comunicato attraverso il corpo: non il contenuto del percepire, ma la sua dipendenza dall’elemento psichico-soggettivo, denudando così l’oggettività essenziale del contenuto, nella sfera del pensare.

Si introduce così il tema – motivo per cui ci interessiamo all’opera di Goethe – del Pensiero libero dai sensi, nucleo gnoseologico dell’opera di Steiner, posto a fondamento del suo procedere nell’indagine occulta sul sovrasensibile. Steiner coglie nell’ideale di scienza goethiano un metodo di indagine che in effetti porrà alla base di quello che doveva essere, per lui, il processo di formazione occulta del discepolo, onde sviluppare la capacità di comprensione e visione dei Mondi superiori. Nella sua sistemazione dei “Sei esercizi” il primo è proprio quello rivolto alla Liberazione del Pensiero. Uno dei più importanti continuatori del suo filone, Massimo Scaligero, ne farà addirittura una via autonoma, la Via del Pensiero, sviluppando in modo specifico il tema legato alla liberazione di questa facoltà. Il nucleo essenziale di questa via di ascesi consiste nel concentrare il pensiero su oggetti sensibili – meglio se di fabbricazione umana- escludendo progressivamente ogni dato specifico, le qualità non essenziali all’oggetto stesso, fino a dischiuderne il “nucleo essenziale”. Scopo di questo processo non è tanto l’entrare in contatto con l’essenza di un dato oggetto (cosa che è peraltro comunque possibile) quanto il far emergere una corrente originaria del pensiero. Con l’esercizio, il pensiero umano si spoglia della sua componente “riflessa”, cioè la sua dipendenza dal sistema nervoso e si presenta come un calmo dimorare nella sua corrente originaria, risalendo così al pensiero puro, che non dipende dal sistema nervoso ma vibra poderoso e silente nel corpo eterico. In questa corrente del pensiero fluisce la potenza originaria del Logos, che si è incarnato nel corpo eterico umano, a cui l’uomo può ascendere partendo dal pensiero ordinario, liberandolo bensì dalla soggiacenza ordinaria all’elemento psichico-sensoriale, e all’organo cerebrale.
Si attua così il passaggio al pensiero pensato al pensiero pensante (o in termini ermetici: dal pensare cerebrale-riflesso e lunare al Pensare solare, secondo lo Spirito). Saggi_sull_Ideal_4c207ccaaebb6Vi sarebbe dunque nel pensiero una possibilità privilegiata, preclusa ad altra facoltà umane (sentimento, istinto, impulsi sessuali) di retrocedere lungo il percorso di “caduta” o discesa, ascendendo all’ autocoscienza dell’Io, sino alle soglie dell’elemento assoluto dello Spirito.

J.Evola che di Scaligero fu amico e ispiratore, almeno fino ad un certo punto del loro percorso spirituale, teorizzò un altro “punto di leva” nell’ascesi ermetica verso il processo di enucleazione dell’Individuo Assoluto (al di là delle implicazioni filosofiche di questa espressione): la Volontà. Da qui il maggior interesse di Evola per le tradizioni realizzative a fondo operativo (tantrismo, cavalleria, ermetismo magico etc.) rispetto a quelle a più specifico orientamento conoscitivo-contemplativo, e una differente gradazione fra la via dell’Azione e quella della Conoscenza nella biografia spirituale di questi due ricercatori. Con un curioso paragone potremmo dire che le Opere scientifiche di Goethe ebbero, rispetto alla scuola di ascesi di Steiner, Colazza, Scaligero, il medesimo ruolo di ispirazione che ebbe per Evola l’ “Idealismo magico” di Novalis, altro grande poeta del romanticismo tedesco.

I Campi Morfici. Una scienza nuova


1La fine della Scienza

Secondo alcuni la scienza sarebbe arrivata ad un capolinea. Essa semplicemente ha scoperto tutto ciò che poteva scoprire in termini di grandi leggi e  probabilmente non vi saranno più né “rivoluzioni scientifiche” né più grandi scoperte, ma solo dettagli e acquisizioni settoriali (cfr. J.Horgan, La fine della scienza, Adelphi). In effetti da più di mezzo secolo, ad esempio nel campo della chimica, non si scoprono nuove leggi. La chimica è una scienza “stabilizzata”:  i modelli quantistici degli atomi,degli orbitali molecolari e il legame chimico fra gli elementi sono stati compresi in maniera praticamente esaustiva. Anche se l’equazione di Schrödinger è ben poco “gestibile” per atomi più complessi di quelli dell’idrogeno e i modelli quantistici hanno ben poche possibilità di prevedere l’esito delle reazioni organiche complesse, questo sembra più un limite dei nostri strumenti matematici e del numero di variabili che non di eventuali leggi ancora non scoperte. Tutti i processi chimico-fisici riproducibili sono stati osservati e spiegati. Ma non solo: anche la probabilità di incontrare fatti in grado di smentire le attuali teorie sta divenendo sempre più bassa (in particolare per le scuole epistemologiche che si ispirano alla statistica bayesiana).

Sostanzialmente possiamo affermare che il mondo della nostra esperienza macroscopica è perfettamente spiegato in termini di chimica-fisica e di meccanica (sia classica che quantistica). Tutti i processi meccanici, chimici, ottici, termodinamici, fanno capo a quattro forze fondamentali:

  • la forza gravitazionale
  • la forza elettromagnetica
  • la forza nucleare forte
  • la forza nucleare debole

I processi su cui la scienza si è concentrata e che ha ritenuto di dover classificare come “fenomeni” sostanzialmente sono ormai tutti spiegati con queste quattro leggi e non si vede come (o perché) se ne potrebbero immaginare delle altre, dato che queste forze e gli enti oggi noti (particelle e onde) sono sufficienti a costruire e descrivere tutte le leggi fisiche, dalle più complesse alle più elementari. Si può dire che almeno il mondo dell’esperienza macroscopica è stato perfettamente mappato dalla scienza.  Forse possono rimanere dei punti aperti a livello di fisica delle particelle subatomiche però, se è vero che la fisica non è arrivata alla teoria unificata del campo e per quanto riguarda la fisica teorica restano ancora dei punti irrisolti e misteri sulla “materia oscura”, d’altra parte si può dire che attualmente il Modello Standard delle particelle elementari ha retto tutte le prove ed è rimasto sostanzialmente valido.

Traendo le conclusioni insomma è più probabile che la fisica vada più “a fondo”, unificando le quattro forze fondamentali, che non in “larghezza”, aumentando cioè la gamma dei processi fisici conosciuti e delle forze atte a spiegarli. In teoria, il nuovo eventuale modello teorico sul “campo unificato” dovrebbe poter portare a prevedere nuovi fatti (almeno l’epistemologia questo si aspetterebbe da una nuova teoria per ritenerla “progressiva”), tuttavia potrebbe benissimo accadere che una eventuale nuova teoria unificatrice in fisica si possa risolvere unicamente in un elegante e poco utile modello teorico, atto a spiegare meglio i rapporti fra le forze note, ma dotato di scarso valore euristico e predittivo,  e possa rivelarsi poco di meglio di una poco gloriosa ipotesi ad hoc.

Rimane in fondo il sospetto che abbiamo più o meno scoperto tutto quello che c’era da scoprire, soprattutto in relazione all’esperienza del mondo macroscopico. Del resto, una volta scoperta l’America non si può scoprirla di nuovo! Il mondo dell’esperienza umana non è infinito, e fintanto che si estende in un’unica dimensione, incontrerà solo un numero finito di famiglie di enti (limite ontologico all’esperienza possibile).

Possiamo anche vederla così: le attuali leggi scientifiche sembrano effettivamente poggiare su un qualcosa di “trascendentale” (nel senso kantiano) e sono così radicate nella struttura dei processi cognitivi dell’umanità attuale che sembrerebbe un puro delirio immaginare che possano solo essere formulate diversamente: abbiamo solo questo tipo di matematica e queste strutture di pensiero, così come – a titolo di metafora- possiamo osservare solo una determinata porzione dello spettro. Non c’è da stupirsi allora se, date queste premesse e i postulati su cui poggiano i nostri processi di pensiero sul mondo naturale, abbiamo esaurito o quasi ciò che si poteva scoprire.

 


 

2. Gli spazi lasciati vuoti

Malgrado quanto si è esposto, vi sono delle “anomalie”, dei fenomeni (del tutto naturali e ben conosciuti) che non sono spiegabili né sarebbero immaginabili o prevedibili sulla base delle attuali leggi e modelli scientifici. Perché dunque dico che non potrebbero essere spiegati da nuove leggi fisiche? Mi starei apparentemente contraddicendo, rispetto a ciò che ho sostenuto poco fa?

In realtà certi fenomeni naturali non solo non sono spiegabili nei termini delle leggi e degli oggetti che le scienze fisiche e naturali hanno appurato esistere, ma addirittura non dovrebbero neppure sussistere, pur trattandosi di processi banalmente osservabili, anzi ben noti a tutti, e forse proprio questa loro ovvietà ha fatto sì che non fossero percepiti come potenziali minacce alla stabilità della Weltanschauung fornita dalle scienze attuali. E ci sono fondate ragioni per ritenere che, finché la Scienza continuerà a basarsi sugli stessi postulati e sugli stessi processi epistemici, tali fatti continueranno a costituire dei “vuoti normativi” rispetto al dominio delle cosiddette leggi naturali, sebbene si tratti – lo ripetiamo-  di fatti non paranormali ma anzi ben noti a tutti e facilmente osservabili.

Esaminiamone alcuni, un elenco non esaustivo ma sufficiente a indicare in che direzione guardare:

1 – Il preteso effetto di capillarità con cui si pretende di spiegare la risalita della linfa nelle piante, che notoriamente non possiedono sistemi di pompaggio. Sfortunatamente le spiegazioni addotte sono tutte inconsistenti. Si pretende che la causa della risalita sia un insieme di fattori quali la capillarità, l’osmosi, la pressione radicale e la traspirazione. tall-forest-landscape-wallpaper-1024x768Già il fatto che i testi di biologia vegetale facciano questi elenchi più o meno lunghi di meccanismi coinvolti indica che un preciso computo del bilancio delle forze meccaniche e della massa di linfa spostata non è mai stato fatto: si tratta infatti di una supposizione fatta tirando in ballo tutti i processi apparentemente coinvolti. Il problema è che la capillarità, che spiega la risalita di un liquido in piccolo tubo per effetto della tensione di superficie del liquido, è inversamente proporzionale al raggio del capillare. Forse in una piccola pianta erbacea la capillarità può spiegare in parte la risalita, ma ciò non può valere per gli alberi a medio fusto, figuriamoci per un’altissima sequoia; in questo caso infatti per poter sfruttare la capillarità i vasi linfatici dovrebbero avere un raggio che tenderebbe allo zero! La seconda spiegazione che dovrebbe sommarsi alla prima sarebbe la pressione negativa indotta dalla traspirazione: anche qui purtroppo manca un presupposto essenziale alla creazione di una vera pressione negativa, cioè il sottovuoto. Poiché la traspirazione avviene dai pori delle foglie, ma questi sono beanti (in comunicazione permanente con l’esterno), nessun gradiente di pressione può mantenersi nei capillari, perché la pressione in essi andrebbe rapidamente in equilibrio con l’atmosfera esterna (cosa che si osserva se si buca la fusoliera di un aereo o la pleura del polmone). Se anche si ipotizzasse che la traspirazione di nuova linfa compensasse la caduta di pressione creando una sorta di “equilibrio dinamico”, anche questa ipotesi cadrebbe osservando che di notte la traspirazione si riduce di molto, e basterebbe questo a spostare l’equilibrio dinamico riportando la pressione nei vasi, di nuovo, in equilibrio con l’esterno. Purtroppo l’unico modo per ottenere pressioni negative stabili nel tempo è, proprio per una legge fisica, quello di applicare un vuoto in un sistema chiuso, e le piante, termodinamicamente, non sono sistemi chiusi!

Le spiegazioni addotte cozzano in realtà proprio con le leggi fisiche. Inoltre non solo non sono mai stati fatti calcoli reali per verificare quanta forza occorrerebbe applicare per la risalita su alberi ad alto fusto ma, mi permetto di lanciare questa sfida: se si costruisse un modello artificiale che riproducesse i meccanismi di capillarità/osmosi/traspirazione per volumi, altezze e in condizioni identiche a quelle di un albero ad alto fusto, l’esisto sarebbe un fiasco, proprio per gli impossibilia ora enunciati. Il fenomeno della risalita della linfa può avvenire solo nelle piante e non in modelli meccanici, perché esso sfida ogni legge costruita su modelli meccanicistici. Solo un sistema vivente nel suo insieme, cioè un olos, può farlo; non così un sistema somma di parti meccaniche.

2– Le forme micro-macroscopiche che si ottengono con la cristallizzazione di soluzioni di sali organici o di acqua (congelamento) sono o sarebbero soggette unicamente a processi casuali secondo le leggi fisiche. Tuttavia c’è un’evidenza empirica che in questi processi casuali si inserisca un “fattore orientante” che allinea i risultati con, ad esempio un’informazione, di tutt’altra natura. E’ il caso degli esperimenti di Masaru Emoto con l’acqua, dove la regolarità e simmetricità delle forme si correla alla qualità del “campo psichico” (informazioni, parole, emozioni) con cui l’acqua viene irradiata. Ma gli studi di Emoto, sebbene famosi, non sono gli unici. Le cristallizzazioni sensibili messe a punto da E. Pfeiffer (1899-1961) di liquidi organici in presenza di cloruro di rame e condizioni standardizzate, permettono ad un osservatore allenato di rintracciare la provenienza del liquido (animale o vegetale), il tessuto di provenienza o le condizioni in cui è stato  coltivato, mostrando quindi una significativa regolarità specifica.

Il fatto che fenomeni “casuali” si mostrino ancora una volta interrelati a informazioni di natura psichica ci spinge a richiamaci al concetto di Sincronicità, una nozione irrinunciabile per la “scienza di frontiera”, sia per l’importanza diretta che essa ha in molti campi di indagine, sia per le sue implicazioni,  ad esempio nella psicosomatica. Questo  concetto, introdotto da C.G.Jung insieme al fisico W.Pauli, è stato definito come una “correlazione a-casuale fra stati psichici ed eventi oggettivi”. Ciò fu possibile postulando un quarto termine, la Sincronicità appunto, rispetto alla terna di principi supposti dalla fisica: Spazio, Tempo e Causalità. Il principio di causalità correla eventi che si succedono nel tempo, la sincronicità correla eventi non dipendenti l’uno dall’altro, nello stesso tempo ma in spazi differenti. La sincronicità introduce una correlazione non basata sul principio lineare di causa-effetto, e permette di introdurre un ordine laddove il vuoto lasciato aperto dalla sola terna di principi fisici permette solo di vedere il puro “caso”. Punto essenziale, come vedremo, è che essa è in grado di correlare fatti oggettivi col dominio psichico (intenzioni, informazioni, emozioni, valori, e anche “coscienza”).

Rimane da concepire un veicolo, un supporto, su cui “gira il programma” della Sincronicità…Passiamo quindi a:

3– L’osservazione che i processi di acquisizione di forma (morfogenesi) negli organismi viventi non sono spiegabili su base genetica, almeno non direttamente né deterministicamente. image043Sebbene di molte specie viventi si sia arrivati a sequenziare completamente il genoma, non è stato mai possibile comprendere i processi di morfogenesi, cioè il meccanismo con cui un sistema vivente acquisisca la sua forma. Al massimo si conoscono geni che controllano, ad esempio, il numero degli arti in un animale, o il numero di lobi di una foglia. Ma in realtà non esistono “geni della forma”. Non esistono geni o gruppi di geni che dirigono lo sviluppo spaziale di un embrione, non esistono strutture genetiche che determinino la conformazione di un essere vivente nelle tre dimensioni.  In realtà il DNA contiene il codice di sequenza delle proteine, ma il problema è passare dalle proteine alla morfogenesi. Il genoma contiene le informazioni per la formazione delle proteine che costituiscono i mattoni e il cemento con cui l’organismo viene costruito, ma non spiega in che modo questi elementi vengano a comporsi in particolari modelli e forme. Il progetto della costruzione -per continuare la metafora edilizia- non è un tipo di informazione contenuta dal genoma. Semplicemente il DNA non contiene quel tipo di informazioni: le uniche informazioni che contiene sono relative alla composizione delle proteine, ma nulla di più. E in realtà nessun meccanismo è stato ipotizzato per spiegare il modo in cui, date certe proteine, le cellule, i tessuti e soprattutto gli organi si organizzino nello spazio, eppure il modo in cui lo fanno è regolare, è stabile nel tempo fra le generazioni. Si deve dunque ammettere che esiste un tipo di informazione ereditaria non contenuta nel genoma.  Sicuramente il solo genoma contiene tutte le informazioni relative ai tipi di cellule che possono servire ad un organismo,  le informazioni in base a cui un tessuto può differenziarsi, ma non quelle necessarie a definire la forma di un organo.  Basterà osservare che le cellule di uno stesso tipo, in coltura, possono formare solo masse indifferenziate, al massimo organizzarsi per formare un abbozzo di tessuto. Dei miocardiociti in coltura – con tutti i fattori di crescita opportuni – possono dare una formazione che riproduce il tessuto del muscolo cardiaco, ma non potranno mai aggregarsi a formare un cuore (a prescindere dal fatto che un  organo comprende cellule di tipi differenti e differenti tessuti). Il motivo è essenzialmente che i tessuti sono perlopiù strutture amorfe (non sempre in realtà), mentre gli organi richiedono per la loro funzione una indispensabile conformazione spaziale che ne condiziona l’attività. Ora, nelle morfogenesi non è il genoma da solo a dirigere lo sviluppo e la differenziazione, perché le cellule del miocardio, se così fosse, conterrebbero tutta l’informazione sufficiente a ottenere un cuore, né da cellule staminali possiamo far sviluppare da solo un intero completo organismo! Questa semplice osservazione è sufficiente a comprendere che non è il genoma contenuto nella cellula a dirigere lo sviluppo e la morfogenesi: questa avviene infatti solo in presenza di un olos, di un’unità completa vivente. E’ infatti lo stesso organismo vivente (e non un certo numero incoerente di cellule) a dirigere il proprio sviluppo utilizzando i mattoni forniti dalle proteine, e indirettamente dall’RNA e dal DNA.

Serve necessariamente ipotizzare un campo informativo e ordinatore (di natura non genomica), a cui gli embrioni di una data specie accedono per attingere le informazioni relative alla forma, e ad anche – dato l’innegabile finalismo che dirige i processi viventi- una Intelligenza auto-organizzatrice della specie.

spiral-natureIn biologia ricorrono peraltro forme ad alto contenuto informazionale (bassissima entropia) quali gli sviluppi secondo la sequenza numerica di Fibonacci o la sezione aurea, oppure dei frattali. Di nuovo, nulla di tutto ciò trova spiegazione nel DNA, mentre è curioso che nessuno abbia ritenuto come un “fatto” da spiegare che quelle medesime strutture si trovino anche, ad esempio in cosmologia, nella conformazione delle galassie. Tuttavia qualora ci si ponesse in quest’ottica di cambiamento di paradigma si otterrebbe un modello interpretativo di enorme portata che permetterebbe di avvicinarci a comprendere perché nel mondo fisico, sia vivente che inorganico, ci siano forme “privilegiate” e delle strutture ricorrenti.

 


3. La nozione di campo morfico

 

Queste ed altre osservazioni devono indurci a considerare le teorie del biologo inglese R. Sheldrake, che ha introdotto i concetti di causalità formativa e di campo morfogenetico. Sheldrake ritiene che i sistemi siano regolati non solo dalle leggi conosciute dalla scienza, ma anche da “campi” (diversi dai campi della fisica) veicolatori di un tipo di causazione strutturale o formativa, secondo le sue parole:

“Quello di cui si occupa la mia teoria sono i sistemi naturali che si organizzano da soli, e riguarda la causa della forma. E la causa di tutte queste forme per me sono campi che organizzano, campi che definiscono, che io chiamo ‘campi morfogenetici’, dalla parola greca che significa forma”.

campo morfogenetico (1)Si tratta di un tipo di struttura sottile cioè non-fisica (o strumentalmente non rilevabile)  necessaria tuttavia a spiegare processi dei regni naturali, dai cristalli fino al comportamento di gruppi animali o a certe attività umane. E’ per certi versi una nozione che richiama a fondo il concetto di entelechia del pensiero aristotelico, e di causa formale. Tuttavia essa è stata rintrodotta come paradigma per una nuova scienza o meglio come modo per comprendere più a fondo molti processi naturali, che le leggi materialistico-meccanicistiche stentano a spiegare. Secondo la teoria di Sheldrake tutti i membri di una classe naturale accedono a un campo di in-formazioni, comuni alla propria specie, che ad esempio sono in grado di guidare lo sviluppo tridimensionale degli embrioni. Il modo in cui gli individui di una specie attingono a questa “riserva” di informazioni è detto risonanza morfica. Non si tratta però di realtà separate o trascendenti (come ad esempio le Idee Platoniche, extratemporali e immutabili), perciò vanno pensati piuttosto  secondo la nozione aristotelica di entelechia: il campo di informazioni è “inerente” a tutti i membri di una specie. In secondo luogo esso non è immutabile: esso anzi si modifica in relazione alle esperienze dei membri di una specie, trasferendo determinate informazioni adattative a tutta la specie. Si tratta dunque di un rapporto biunivoco tra i membri della specie e il campo morfico di essa, concepito come realtà dinamica.

In etologia animale sono stati osservati comportamenti spiegabili solo in termini di risonanza morfica. Ad esempio il comportamento delle scimmie Macaca fuscata, presenti su molte isole del Giappone, in cui fu registrato negli anni ’50 il famoso “fenomeno della centesima scimmia“. Sull’isola di Koshima una femmina chiamata Imo fu notata ripulire dalla sabbia, usando l’acqua del mare, delle patate che gli scienziati lanciavano a queste scimmie per scopi di osservazione. Tale comportamento si diffuse rapidamente fra le altre scimmie per normale apprendimento imitativo. La cosa sorprendente fu osservare che, una volta raggiunta una certa “soglia critica” di scimmie che avevano appreso quell’informazione, il nuovo comportamento si diffuse contemporaneamente a tutte le scimmie della specie comprese quelle separate da limiti geografici invalicabili, come quelle presenti su altre isole. Era entrato nel campo morfico della specie. In seguito, osservazioni di questo tipo divennero piuttosto frequenti per gli etologi in relazione a varie specie animali, ad esempio le cinciarelle che appresero a togliere la lamina di alluminio dalle bottiglie di latte. In questo caso non solo tale comportamento si diffuse rapidamente dall’Inghilterra ad altri paesi del continente, pur essendo le cinciarelle dei voltatili stanziali, ma tornò ad essere praticato dopo che la distribuzione delle bottiglie, sospesa durante la Secondo Guerra Mondiale, riprese; in tale periodo dovevano essere spariti tutti gli individui della generazione che aveva appreso quel comportamento. Tuttavia esso tornò ad essere appreso più rapidamente della prima volta!

Si può inoltre far notare come persino le nuove molecole modifichino la loro capacità di cristallizzare. A noi sembrerebbe normale pensare che una molecola organica o inorganica cristallizzi sempre in base alle sole leggi della chimica e della fisica, e che queste siano immutabili. Questo può valere per il cloruro di sodio o altri minerali che esistono da milioni di anni. Ma per quanto riguarda i nuovi composti di sintesi l’esperienza e la dimestichezza con il laboratorio indicano una realtà sorprendentemente differente! La glicerina ad esempio fu scoperta da Schieele nel 1779 e fu sempre un composto liquido, nessuno riusciva a farla cristallizzare. Nei primi anni del XIX secolo, quando essa era ormai impiegata da diversi decenni per la produzione di esplosivo, avvenne che un barile di glicerina cominciò a formare cristalli nel trasporto da Londra a Vienna. Da quel momento in tutti i laboratori, contro l’evidenza che la glicerina non potesse cristallizzare, questa sostanza al contrario incominciava a presentarsi sotto forma di cristallo, sempre più facilmente, via via che questo fenomeno si ripresentava. Oggi non sorprende più che la glicerina cristallizzi e il suo punto di cristallizzazione è a 17°C. Ugualmente possiamo dire del trealosio (un disaccaride) che per decenni rimase liquido e solo nel 1920 cominciò a formare cristalli; attualmente esso si presenta in forma cristallina già a temperatura ambiente.

E’ un’evidenza che tutti i chimici che ottengono un nuovo composto incontrino una certa difficoltà il più delle volte a farlo cristallizzare, processo che avviene spesso lentamente e con basse rese, le prime volte. Solo nel tempo il processo comincia ad avvenire. Ci sono composti che non cristallizzano per anni, poi questo fenomeno comincia a verificarsi ovunque, con la stessa facilità, in tutti i laboratori al mondo. Addirittura è molto curioso il caso dello xylitolo, dolcificante per chewing gum, sintetizzato nel 1891: non cristallizzò mai fino al 1942. Da quell’anno cominciò a comparire  un cristallo con punto di fusione a 61°C; in seguito ad alcuni anni comparve una seconda forma cristallina con punto di fusione a 94°C. Poco dopo, la prima forma cristallina scomparve definitivamente. Il modo in cui emergono polimorfi cristallini mostra che la chimica non è “senza tempo, essa invece è storicizzata ed evoluzionistica, come la biologia” (R. Sheldrake, Science set free, 2012,Crown Publishing Group, pag. 103).
Le stesso limite deterministico che contrapponeva il mondo inorganico o minerale a quello biologico sembra, da questa prospettiva, destinato ad assottigliarsi indefinitamente.

sheldrake-r-influenza - Copia1

Diagramma che mostra l’influenza dei sistemi passati sui sistemi simili successivi per “risonanza morfica”.

Tutti questi esempi di osservazione – compresi quelli tratti dall’etologia animale – supportano una definizione di campo morfico in grado di fornire un “veicolo” alla nozione di sinconicità junghiana e pauliana perché in effetti il campo morfico mette in connessione sia lo sviluppo fisico che comportamentale, sia i fatti oggettivi che fattori di tipo psichico e informazionale. Si noterà inoltre come la nozione di campo morfico di una specie, che correla al presente le esperienze passate dell’evoluzione, sia anche in  stretto rapporto con la nozione junghiana di “inconscio collettivo”. I campi morfici sono teorizzati come integrabili gli uni negli altri, in ordine gerarchico, come l’inconscio collettivo secondo  M.L. von Franz.

 


4.  Implicazioni ed applicazioni

Non esiste branca delle leggi naturali che non avrebbe una fonte esplicativa ulteriore nei campi morfogenetici. Pensiamo a ciò che concerne la struttura tridimensionale delle proteine, da cui dipende il loro funzionamento. Quando emersero per la prima volta, le molecole di proteine avrebbero potuto ordinarsi in un numero qualsiasi di modelli strutturali: sulla base delle leggi conosciute in realtà non sappiamo prevedere nessuna di queste forme (struttura terziaria), come già Sheldrake ha rilevato.

Espongo una mia osservazione per esplicare questa posizione.  Attualmente la biochimica sostiene che le strutture terziarie delle molecole e i loro conformeri (o rotameri) dipendano dalle leggi della termodinamica: sarebbe cioè favorita la conformazione termodinamicamente più stabile. Tuttavia questo è semplicemente un dogma (effettivamente chiamato “dogma di Anfinsen“), anche perché dovremmo modellizzare tutte le interazioni elettriche e il potenziale energetico di ogni conformero per verificare quale sia quello effettivamente il potenziale energetico più basso! Semplicemente in linea teorica si ritiene ragionevole presupporre  che le proteine passino la maggior parte del tempo nel conformero termodinamicamente più stabile, tuttavia non ci sono prove che la proteine che esce assemblata dalle chaperonine (o HSP, macrostrutture che fungono da zona di assemblaggio delle molecole proteiche) siano effettivamente nel conformero termodinamicamente favorevole. L’acceso allo stato termodinamicamente favorevole a volte viene dirottato in favore di un’altra struttura favorita da un punto di vista cinetico. E’ possibile anche che delle molecole restino in una conformazione termodinamicamente non favorevole, per tempi indefinitamente lunghi in un modo detto metastabile, ad esempio se certe variazioni termiche o del potenziale elettrostatico non si modificano (cosa perfettamente possibile in un sistema vivente che tende per definizione all’omeostasi). Dunque non è affatto certo che le molecole uscite dall’assemblaggio siano nel conformero termodinamicamente più stabile. Tutto ciò senza tener conto del Paradosso di Levinthal per il quale, dato l’alto numero di gradi di libertà dello scheletro di una proteina nativa, se questa dovesse passare attraverso tutti i rotameri possibili, anche solo impiegando dei picosecondi (10-12 s) impiegherebbe un tempo superiore all’età attuale stimata dell’Universo! Nella realtà una proteina esce ripiegata dall’HSP dopo tempi di poche decine di secondi. E qui sorge il vero problema: il solo effetto sterico e la qualità idrofilica/idrofobica (meccanismi assi poco specifici) delle HSP  come fa a spiegare il folding specifico  (la struttura secondaria e terziaria) di un numero estremamente elevato di molecole proteiche prodotte dalla cellula,  folding che deve essere altamente specifico.

Quale memoria possiede la HSP per processare in tempi così brevi proteine così diverse senza ricorrere a processi enzimatici specifici? Come fa un così basso numero di HSP (se ne contano all’incirca sei famiglie) utilizzando solo strutture non specifiche a selezionare il conformero e il folding specifico di un numero enormemente alto (centinaia di  migliaia) di differenti proteine?

Nessun ordinario modello può davvero dare una risposta a questa anomalia, senza introdurre un nuovo fattore. Non saremo mai in grado di spiegarlo per via termodinamica o biologico-molecolare semplicemente perché ciò è impossibile: semplicemente perché contro le leggi della probabilità! Questo è l’esempio di quanto a volte, arrivati ad un punto morto, un nuovo paradigma sia necessario per procedere oltre. Si noterà che ad esempio questo è un caso tipico di applicazione di memoria morfica (sia in relazione alla struttura delle proteine sia alla loro interazione con le HSP).

Un altro interessante fronte è quello noto come “genetica ondulatoria”, il programma di ricerca che fa capo a P. Garjajev e collaboratori, che ovviamente incontra l’ostracismo del resto del mondo accademico. Secondo il biologo molecolare russo, il DNA è un serbatoio di informazioni molto superiore a quello finora preso in esame dalla genetica, e consistente in codici per proteine; la genetica ondulatoria stabilisce il primato dell’attività energetico-informazionale, piuttosto che quella biochimica.  DNA Il DNA viene visto come un’antenna capace di trasmettere codici di informazione di natura soprattutto elettromagnetica, confortati in ciò dagli esperimenti di Popp che provano come questa molecola sia in grado di rilasciare fotoni coerenti. Il 98% di DNA attualmente definito “spazzatura” sarebbe, secondo Garjajev, coinvolto in questo tipo di funzioni comunicative. In un esperimento pubblicato nel 1992, Garjajev e Poponin hanno mostrato come esponendo ad un laser un campione di DNA, i segnali di scattering indotti da questa molecola rimanevano stabili per un certo tempo anche in assenza di DNA, come se un “doppio” della molecola campione restasse ad influenzare il comportamento dei fotoni. Ciò in realtà sorprende molto, perché mostra un tipo di fenomeno di natura quantistica normalmente non prevedibile per ordini di grandezza superiori a quelli delle particelle subatomiche! Anche il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier e il fisico italiano E. Del Giudice hanno mostrato in studi successivi al 2008 come sequenze di DNA batterico rilascino segnali elettromagnetici a bassa frequenza in grado di influenzare stabilmente l’ambiente acquoso inducendo la formazione di nanostrutture. Sorprendentemente queste nanostrutture erano in grado di ricreare la sequenza di DNA che le aveva “informate” attraverso l’attivazione di una DNA-polimerasi, pur in assenza della molecola fisica del DNA (fatto del tutto inesplicabile sulla base della teoria biochimica attuale). Del Giudice ha ipotizzato processi di fisica quantistica per cercare di spiegare il fenomeno.  Anche i ricercatori russi come Popoin sono stati indotti a supporre delle “strutture quantistiche del vuoto” per spiegare il fenomeno. In questi casi, almeno, si tratterebbe di un nuovo campo sia pur ipotetico di natura fisica (ammesso che di questo si tratti!). Ma ecco che gli aspetti di iper-comunicazione e di risonanza morfica ricompaiono nel momento in cui consideriamo gli studi di Glenn Rein su come i processi “coscienti” possono dirigere e influenzare alcuni parametri fisici e biochimici del DNA (velocità di sintesi, riparazione, conformazione dell’elica).

Altri esperimenti di Garjajev hanno mostrato come segnali ondulatori di luce coerente proveniente da DNA sano potevano indurre riparazioni su DNA danneggiato da raggi X, in cellule in coltura. Quale “substrato” è in grado di tradurre questi segnali biofisici in processi biologico-molecolari di riparazione? e quale tipo di interazione può spiegare gli effetti del pensiero cosciente sul DNA delle cellule tumorali studiate da Rein? Di nuovo, non sembra essere un campo morfogenetico a orientare certi processi di ordinamento delle molecole biologiche e soprattutto a correlare questi con il dominio psichico dei processi coscienti?

 


5.  Conclusioni

La concezione di fondo sostenuta da R.Sheldrake è che gran parte dei processi naturali, specie quelli più importanti e “complessi” (termine tecnico da riferirsi alla Teoria della Complessità), in ambito biologico e chimico così come in quello psico-etologico, non sia riducibile alle leggi meccanicistiche e al solo modello genetico, e che ciò implichi di conseguenza la comprensione di nuove leggi.

Ora, la nozione di campo morfogenetico come elaborata da Sheldrake ha evidenti analogie con concetti già noti quali ad esempio quello di:

  • onde di forma della radionica,
  • noosfera del paleontologo Padre Teilhard de Chardin
  • campo torsionale dei fisici russi Kozyrev, Shipov e Akimov,
  • campo informazionale o akashico di E. Laszlo,
  • forma-pensiero in occultismo,
  • eggregore di alcune dottrine esoteriche.

Con ciascuna di queste nozioni i “campi morfici” hanno alcuni punti in comune più o meno marcati. Tuttavia la nozione di Sheldrake, sempre postulando  un livello sottile di energia, è riferita soprattutto al dominio delle scienze naturali: in ciò semmai l’analogia più stretta è con l’idea di forze plasmatrici eteriche dell’antroposofia di R. Steiner. Tuttavia l’innovatività della posizione di Sheldrake è di formulare una teoria scientifica (del resto questa posizione fu già assunta da Steiner in relazione anche ad altri ambiti).

La teoria di Sheldrake può essere anche falsa, può essere anche smentita empiricamente, ma questo fa crollare ogni accusa di essere una pseudo-scienza. Tutti gli stormi di uccelli, i banchi di pesci che si muovono in perfetto sincrono cambiando direzione repentinamente senza mai urtarsi…tutti gli esseri di una stessa specie sono in comunicazione con un campo morfico. Non è difficile immaginare esperimenti per fare predizioni sulla portata di questa nozione e per metterla sul banco di prova, e in realtà esperimenti di questo tipo sono già stati fatti, in relazione ad esempio alle facoltà ESP degli animali e ai loro processi cognitivi.

Da una parte scienziati come Sheldrake, T. McKenna, R. Abraham sono stati attaccati con un ostracismo più tipico dell’Inquisizione seicentesca che di una comunità veramente scientifica, e questo fa capire il livello di dogmatismo con cui alcune nozioni-cardine della scienza formulata in senso materialistico sogliono essere difese. D’altra parte non si può non notare fenomeni culturali assai rilevanti per portata, ampiezza e significato come ad esempio il Club di Budapest o ancora prima la Gnosi di Princeton e Pasadena, movimenti di opinione all’interno della scienza accademica (anzi vi sono confluiti eminenti astrofisici, fisici teorici ecc.) in cui la “scienza di confine” e le più ambiziose teorie innovative sui sistemi complessi, il caos, la natura dell’energia e l’origine del cosmo sono stati interpretati alla luce delle dottrine orientali o di antiche e mistiche correnti religiose (fenomeno forse filologicamente ardito, ma sicuramente genuino, tanto da aver meritato l’ammirazione di un Mircea Eliade) ed hanno con ciò tentato di indicare le linee-guida per un futuro nuovo paradigma scientifico. Senza contare che, oltre cortina, la scienza accademica sovietica, nei decenni passati in un certo senso isolata dal mondo occidentale, si è sviluppata su linee assai interessanti nel campo della fisica quantistica, della fisica teorica e della cosmologia così come in quello della parapsicologia, giungendo a formulazioni e risultati difficilmente accettabili per la scienza ufficiale ‘occidentale’.

Ora, è necessario fare una riflessione critica: questo tipo di forze sottili sono di natura non-fisica, o se vogliamo non riferibile alla materia densa come la conosciamo. Di conseguenza esse sono per definizione al di fuori del sensibile (comprendono in questo ambito anche l’esperibile attraverso strumenti, anch’essi stessi fisici per definizione). Si tratta tuttavia di forze che orientano la natura fisica, non si tratterebbe dunque di un piano propriamente metafisico, piuttosto della sezione superiore, o ‘sottile’ appunto, dello stesso mondo fisico. Si può discutere ovviamente su quanto sia legittimo pretendere di riferire a queste realtà “ipotetiche” (tali sono per la maggior parte dei ricercatori) il titolo di scienza e la ricerca scientifica. La risposta sarebbe a mio avviso positiva, almeno in parte, nella misura in cui come abbiamo visto, tali strutture sembrano imporsi quasi da sé ad integrare esplicativamente certe anomalie nella nostra comprensione delle leggi naturali. Si tratterebbe di un passo non sullo stesso piano orizzontale su cui si sono concentrate le scienze naturali, ma di un salto verso l’alto, l’acquisizione di una ulteriore dimensione di profondità. Tutta la resistenza, sia a livello culturale che ideologico, ad ammettere questo ordine di spiegazioni da parte degli scienziati comuni risiede nel fatto che questo tipo di realtà richiama abbastanza chiaramente la nozione di qualitas occulta, sul cui rifiuto la scienza attuale si è basata a partire dal  XVI secolo. D’altra parte per comprendere che non si tratta di meri miraggi occultistici di qualche sognatore mistico o di fantasticatori new age, basta considerare che la dimensione sottile di cui si sta parlando non è un concetto molto dissimile da quello di Ordine implicito, invisibile, di cui parlava D. Bohm, uno dei più importanti fisici quantistici.

Ma non si devono coltivare facili illusioni in merito. Queste “realtà” non verranno mai integrate in senso positivo nella comprensione scientifica del mondo fintantoché un numero sufficiente di individui, una “massa critica”, non avrà sviluppato stabili capacità e sensi sottili, almeno solo in parte. Senza, non potrà avvenire né un mutamento di coscienza collettivo nel mondo scientifico, né potrà effettivamente elaborarsi in modo positivo un’indagine esplorativa della dimensione sottile e delle sue leggi come base per una più completa comprensione delle leggi naturali.

Secondo alcuni, l’uomo antico possedeva una naturale chiaroveggenza che nel tempo perse. Questo cambiamento fu però necessario per l’acquisizione del pensiero scientifico, che a sua volta è stata una tappa indispensabile a che l’Uomo sviluppasse l’autocoscienza, emancipandosi dalle forze naturali rispetto alle quali non si era ancora reso autonomo. Quando dovesse avvenire che, per sviluppo autonomo di ulteriori facoltà sottili, stavolta padroneggiate in piena autocoscienza, un gruppo sufficientemente rilevante di ricercatori di buona volontà indagasse estendendo il dominio delle leggi naturali alla loro dimensione sottile allora accadrà questo:  non sarà più,  come è stato per un dato tempo, che il pensiero scientifico ha guidato l’evoluzione dell’uomo, ma sarà l’evoluzione umana a porsi alla guida di una scienza rinnovatacreative-evolutionary-consciousness-450x448Occorre anche ricordare che la stessa scienza attuale ha un suo specifico campo morfico, ed esso è ben consolidato così che ci si può attendere che non si lascerà modificare dall’esterno facilmente!  Del resto un cambiamento del genere sarebbe, per portata e ampiezza, anche più grande e rivoluzionario di quello che la meccanica quantistica ha rappresentato per la fisica classica.

Ma fino a quel momento non si diano pena i ricercatori accademici! …Fino ad allora  potranno semplicemente accontentarsi delle attuali leggi, abituandosi alle anomalie (che come ho mostrato non sono poche), cosa che la scienza tuttavia ha sempre fatto: ignorare le anomalie sembra essere infatti una prassi della scienza normale (cfr. T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi).

Inoltre se questa nostra “previsione” non dovesse “avverarsi” in tempi rapidi (cosa comunque possibile dato il livello di abbrutimento antropologico e spirituale che l’umanità attuale sta manifestando a tutti i livelli) le cose rimarranno invariate: spinti al limite del materialmente conoscibile sulla base dello stato attuale di coscienza dell’Uomo, gli scienziati potranno fare ben pochi spostamenti in avanti, limitandosi a scoperte locali. Rimanendo così, con questa scienza ad una dimensione, non potranno far altro che limitarsi ad amministrare l’esistente.

 

 

 

Bibliografia

Popp F. A., Quao G., Ke-Hsuen L., Biophoton emission: experimental background and theoretical approaches, Modern physics Letters B, 8, 21-22, 1994.

P.P. Gariaev, K.V. Grigor’ev, A.A. Vasil’ev, V.P. Poponin and V.A. Shcheglov. Investigation of the Fluctuation Dynamics of DNA Solutions by Laser Correlation Spectroscopy. Bulletin of the Lebedev Physics Institute, n. 11-12, p. 23-30 (1992).

L Montagnier et al. 2011 J. Phys.: Conf. Ser. 306 012007

W.Pauli, C.G. Jung, Psiche e Natura, Adelphi 2006

J. Horgan, La fine della scienza, Adelphi 1998

R. Sheldrake, La mente estesa, Urra edizioni, 2006

R. Sheldrake, La presenza del passato, Crisalide edizioni, 2011

 R. Sheldrake,  Science Set Free: 10 Paths to New Discovery, Deepak Chopra editions 2012

R. Sheldrake, Le illusioni della scienza, Urra edizioni, 2013

 

Il Mistero dei Sette Anni

La biologia ci assicura che il nostro organismo rinnova completamente le sue cellule – ad eccezione di quelle del SNC – all’ incirca ogni sette anni (le più lente sono gli osteociti che hanno appunto un turnover di sette anni). Così allo scadere di ogni settimo anno il nostro corpo fisico non è più lo stesso.

Questo dato della scienza moderna conferma misteriosamente ciò che la Medicina Cinese già affermava: che l’energia vitale, Jing, si sviluppa nella donna con cicli di sette anni (nell’ uomo più lentamente, otto anni). Ugualmente non poche altre tradizioni, come quella pitagorica, rilevano come la Natura segua spesso cicli settenari (la “legge dell’ Ottava”). Anche il fondatore della Medicina Antoposofica, Rudolf Steiner, ha evidenziato l’analogia fra l’evoluzione del sistema solare e dell’essere umano. Ha infatti collegato gli “Archetipi” simbolici dei pianeti alla biografia umana, mettendone in evidenza l’influenza nel corso dei vari settenni.

Vi è relazione con Luna, Mercurio e Venere, dalla nascita a 21 anni; Marte, Giove e Saturno dai 42 ai 63 anni. Dai 21 a 42 anni l’uomo trasforma la sua vita interiore sotto l’influsso del Sole.

armonia sfere settenario

 

1 – Nella prima triade (da 0 a 21 anni) avviene gradualmente lo “sviluppo corporeo” della persona umana, nelle sue parti costitutive.

  • Primo settennio (infanzia). Lo sviluppo fisico è centrato sulla maturazione del sistema neurosensoriale. Per il lattante il senso del tatto (quindi il sentirsi accarezzato e curato con amore) è un veicolo fondamentale per il suo sviluppo, così come l’udito (tono di voce).  Il bambino piccolo è completamente dipendente dall’ambiente che lo circonda, in particolare dalla mamma (elemento lunare).  Il bambino assorbe le armonie e disarmonie che lo circondano, le percepisce con speciali ʺantenneʺ. LUNA, principio che “rispecchia”.
  •  Secondo settennio.Le forze eteriche si liberano dal loro involucro e cominciano a dare vita all’ attività del pensiero e della memoria. A livello fisico si completa lo sviluppo degli organi connessi con il sistema ritmico (cuore, respirazione, circolazione). Avviene il passaggio dai denti da latte a quelli permanenti. È l’età della scuola. Prendono molta importanza la figura del maestro e quelle dei compagni. A livello animico si sperimentano coscientemente forti correnti di simpatia e antipatia. Si sviluppa il pensiero, e la capacità di relazionarsi e comunicare, infatti questo settennio è sotto l’influsso di MERCURIO, dio che unisce e che comunica.
  • Terzo settennio. A livello fisico si completa lo sviluppo degli organi sessuali e delle membra, gli arti
    si allungano. Si sviluppano il sistema del ricambio e metabolico. Ora – avvenuta  la nascita effettiva del corpo astrale – l’adolescente può misurarsi con concetti astratti, e non più solo con una conoscenza per immagini. L’adolescente può iniziare a formarsi un suo giudizio e accosta materie scientifiche (l’algebra, le scienze naturali, la matematica) in cui il vero e il falso siano sperimentabili. L’adolescente comincia sperimentare il bene e il male anche dentro di sé. È attirato da due estremi: dai grandi ideali, ma anche dai lati oscuri della realtà e di sé stesso. Si potrebbe dire che sperimenta la “cacciata dal paradiso”. È il periodo in cui si sveglia alla sessualità:i si comincia a cercare l’altro che ci completa, il partner. E’ il settennio sotto l’influsso di VENERE, principio equilibrante e “armonizzante”. Si chiude così il primo ciclo, quello sotto l’influsso degli “dei” che determinano passivamente il karma, cioè dei processi di sviluppo innati, dovuti a impulsi naturali o “collettivi”, quelli correlati al concetto di “ego“.

2.    – Nella seconda triade (da 21 a 42 anni) si sviluppa più coscientemente la ʺparte animicaʺ, nelle sue tre facoltà del pensare, sentire e volere. Piena maturazione dell’anima senziente, dell’anima razionale e dell’anima cosciente ( cfr. il mio post sulla “fisiologia occulta“.

Dunque: Terzo, quarto e quinto settennio (SOLE) devono attuare il pieno sviluppo dell’Io, in cui si incarnano le forze spirituali dell’essere umano. Pieno, completo e attuale sviluppo dell’individualità umana.g-agrip

3.   – Nella terza triade (da 42 a 63 anni) può avvenire lo sviluppo più cosciente della ʺparte spiritualeʺ, non più per un processo naturale, ma soltanto per libera iniziativa individuale, in forza dell’ Io precedentemente maturato. Inizia il ciclo delle forze che aiutano l’uomo a liberarsi dal karma:

  • MARTE  il principio aggressivo
  • GIOVE  il principio che progetta e sviluppa.
  • SATURNO  il principio che costringe e pone i limiti, inizio della vecchiaia.

Dopo i 63 anni continua lo sviluppo dell’elemento spirituale nell’uomo, per cui a fronte di un graduale diminuire dell’energia fisica e del deperimento delle forze vitali, alcuni possono sperimentare un aumento delle forze spirituali e di coscienza, corrispondente ai pianeti esterni del sistema solare.

Si nota chiaramente che tali forze archetipiche che si manifestano nell’evoluzione fisica e psichica ed esistenziale del singolo seguono, non caso, la disposizione dei pianeti secondo la sequenza della cosmologia tradizionale, con la Luna che apre il ciclo (la madre) e con Saturno (vecchiezza) che lo conclude, o ne avvia la conclusione.

Il periodo che segue al 63° anno è come una nuova fase della vita dell’uomo. Nuova perché non si è più sotto la diretta influenza del sistema solare e dei pianeti (almeno dei “sette” sub-saturniani). È un’età che può portare notevoli slanci di una nuova libertà, nuova giovinezza dell’anima. E’ la fase in cui, a completamento di quanto eventualmente intrapreso  nella triade precedente, alcuni uomini sarebbero orientati spontaneamente verso il (principio transpersonale).

Il succedersi ciclico di queste evoluzioni spiega perché nel corso degli anni la nostra “costituzione” può cambiare, malgrado il determinismo genetico. E’ bene fra l’altro, che un eventuale terapeuta sappia valutare i disturbi del paziente in relazione al suo stadio evolutivo, alla tappa che sta vivendo nel suo periodo di vita. Questa concezione dell’antroposofia, infatti, trova una esplicita applicazione non solo nella pedagogia ma anche in medicina. La medicina antroposofica dà particolare importanza ai settenni, alla direzione planetaria di questi archetipi che si riflette lungo i settenni nelle specifiche corrispondenze organiche, e all’impiego dei sette rimedi metallici (sono per lo più dei preparati omeopatici in diluizione decimale) impiegati secondo le indicazioni di Steiner. Tali aspetti della farmacologia antroposofica saranno oggetto di miei futuri articoli.

394943_115151308659141_1638693305_n