Aromaterapia sottile nei 36 decani

In un lavoro precedente ho evidenziato come fosse riduttivo e semplicistico l’uso quasi “talismanico” di cristalli o rimedi con una certa segnatura quale si vede spesso usata a livello di semplice moda. Ho anche spiegato quale fosse l’impiego appropriato che era seguito dalla scuola paracelsiana di medicina esoterica (nel rinascimento) e di fatto anche prima, durante il Medioevo, dalla medicina tradizionale, legata alle segnature,  che ebbe in Hildegarda di Bingen una delle sue più alte espressioni. Tale uso delle segnature può essere detto “omeo-fisiologico” (si usa il “simile” per rinforzare il settore carente o squilibrato); tuttavia vi sono altri autori che in merito all’uso di certi rimedi hanno testimoniato un uso potremmo dire, per analogia, “omeopatico”: l’impiego di alcuni rimedi della stessa segnatura corrispondente al proprio segno di nascita (o magari all’ascendente) che avrebbero la finalità di riequilibrare gli aspetti specifici di una determinata complessione, in particolare riferita alle note del carattere, armonizzandone gli elementi “problematici” e potenziando i dati caratteristici di forza. Si tratta in certo senso di una sorta di “simillimum” astrologico-medico che individuerebbe il rimedio più risonante verso certi individui. Un impiego analogico di questo principio lo troviamo anche nella floriterapia di Bach specie nell’uso del “fiore individuale” o “personale”, che riequilibra le note carenti del carattere, anche se lì la scelta è orientata sul “tema di vita” dell’incarnazione individuale (tale negli scritti del dr. Bach) e non si basa su valutazioni astrologiche. Dobbiamo chiarire che il “termine “omeopatico” è una pura analogia, dato che le attribuzioni di questi rimedi non sono basate su una corrispondenza per patogenesi : essi restano quindi pur sempre omeo-fisiologici.

A tale proposito riportiamo l’insegnamento di uno dei più importanti autori in merito all’uso dei profumi ed aromi, legato a scuole e gruppi operativi della Tradizione esoterica occidentale:  Leo Kaiti, un vero “classico” del settore. Il mio contributo è stato di elaborarlo ed adattarlo come aromaterapia sottile, quindi ricalibrandolo in senso psico-evolutivo e di medicina olistica. Poco fa abbiamo usato il termine “omeopatico”; questo perché, se si vanno a studiare le segnature dei rimedi presentati, si può osservare che a volte sono proposte piante con segnature opposte o complementari: es. Lavanda (Mercurio-Luna) per il segno d’Ariete (Marte), ma spesso anche segnature concordanti es. Rosa (Venere) per il Toro.  L’uso di certi individui vegetali è quindi giustificato in base alla migliore affinità, in relazione alla strategia terapeutica o evolutiva scelta dall’Autore, e non ad una acritica applicazione delle segnature.

Si tratta di “profumi” quindi di oli essenziali (ma in alcuni casi anche della droga essiccata e usata per fumigazioni o profumazione in sacchetti), in ogni caso la base è quella dell’Aromaterapia. Poiché in realtà l’elemento cardine di questo insegnamento non sono tanto i Segni, quanto i Decani, quale elemento su cui costruire la specificità delle essenze vegetali, è necessario richiamare alcuni cenni della storia dell’astrologia, e in particolare di quella egizia, per caratterizzare queste figure astronomiche meno conosciute.

32060_e0029251.002Contrariamente a quanto si pensa, non è vero che l’astrologia egizia apprese l’importanza dei segni e delle case solo in epoca tarda, e per influsso babilonese nel periodo alessandrino.
In effetti tale assunzione si basa sul fatto che lo zodiaco di Dendera ad esempio risale al I sec. a.C. Tuttavia il Libro delle Porte, che attesta i segni zodiacali, risale all’era ramesside (XVIII dinastia, Nuovo Regno) e il Libro delle Caverne (che indica ciò che corrisponde alle Case) risale almeno a Ramsete IV (XX dinastia, l’ultima del Nuovo Regno). Il merito di aver reso noti al grande pubblico questi testi (al di fuori dell’ambito accademico) e di averne dato una interpretazione astrologica chiara va al dott. Angelo Angelini nel suo ormai raro Manuale di Astrologia Egizia. Le dottrine in questione potrebbero essere anche più antiche poiché brani di questi “Libri” erano già contenuti nei Testi delle Piramidi. Tuttavia è una caratteristica della cosmologia (e teologia) egizia aver dato ampia importanza allo studio dei Decani, che sono poi arrivati alle altre culture astrologiche in epoca successiva, probabilmente ellenistica. La conoscenza di queste figure astronomiche è attestata già nel Libro di Nut (X dinastia). Questi 36 decani erano  delle stelle o delle costellazioni che costituivano una sorta di “orologio astronomico”:  dato che un nuovo decano sorgeva all’orizzonte ogni 40 minuti essi permettevano di misurare le ore della notte. Inoltre essi servivano a misurare il tempo siderale . Ogni dieci giorni un nuovo decano sorgeva all’orizzonte all’alba, appena un istante prima del sorgere del Sole (levata eliaca) dopo un periodo di tempo (70 giorni) durante il quale non era stato visibile, trovandosi al di sotto dell’orizzonte.  Gli antichi commentatori ci confermano che tutti i decani erano invisibili per circa 70 giorni, compresi tra il tramonto eliaco ed il sorgere eliaco; avendo tutti lo stesso periodo di non visibilità, questo sistema garantiva grande regolarità alla misurazione del tempo.

L’anno egiziano iniziava con la levata eliaca di Sirio (Sopedet), la regina dei Decani e prima nella sequenza di essi. Poiché l’anno siderale constava di 36 x 10 giorni, si aggiungevano i cinque giorni epagomeni (o intercalari, a cui la teologia egizia faceva corrispondere la nascita di Osiride, Seth, Horus, Iside e Nephti) in tal modo si colmava la distanza che separava dall’anno  solare. Anche così però lo scarto di sei ore faceva sì che ogni quattro anni la data della levata eliaca (così come la piena del Nilo) scivolasse in avanti di un giorno (e di un mese ogni 120 anni), per questo il calendario civile egizio era detto “anno vago”. Gli Egizi non aggiunsero mai giorni (bisestilità) per colmare questo disallineamento, non ne avevano bisogno poiché, come in ogni civiltà tradizionale, il loro tempo non era lineare ma ciclico. Ogni 1460 anni  (ciclo sothiaco) la levata eliaca di Sirio tornava a verificarsi nella stessa data, e il calendario vago e quello sothiaco si riallineavano, nella data di quello che per noi è il 25 luglio. E tuttavia a causa delle precessione degli equinozi, nel corso dei millenni il decano di Sirio, nel giorno di tale riallineamento dei calendari, veniva a trovarsi sotto una diversa costellazione:  a partire dall’Antico Regno forse con  la levata eliaca era associata al Leone (e per quello i doccioni dei templi venivano scolpiti in forma leonina. Ma prima, in epoca predinastica, nel V millennio, la levata eliaca avveniva sotto la Vergine, e forse questo fu il motivo, secondo Schwaller de Lubicz, dell’originaria attribuzione di Sirio ad Iside, “la dispensatrice”. I decani erano quindi l’elemento mobile dello zodiaco e permettevano il calcolo della precessione degli equinozi.

Questo fa capire la grandiosità della visione teologico-astronomica degli Egizi che pensavano e calcolavano il tempo in funzione di un grande anno (ciclo precessionale) di 25.800, tanto da dare, alle loro dinastie, il nome di Mentu (toro) nell’Era del Toro, e  nell’era dell’Ariete quello del dio Amon. E tutto questo, dalle ore della notte, ai cicli cosmici delle ere, era calcolato grazie alla regolarità dello scorrere dei Decani. Non stupisce quindi la grande importanza che questi ricevevano nella teologia stellare egizia, quali “effettori del tempo” (aggiungiamo che data la loro funzione nel calcolo delle ere, alcuni come Angelini, hanno visto proprio nel sistema decanale la chiave di comprensione della astrologia mondiale).  Se i dodici animali dello zodiaco rappresentano l’aspetto statico della manifestazione – da cui partono gli ordini divini – i Baku, i Decani, erano gli esecutori divini, ed anche i mediatori di questi influssi.

4130886849_c7933f627aDa un certo momento in poi, ma non si sa in quale epoca, i decani devono aver perso il loro riferimento stellare e ad essi fu attribuita una segnatura planetaria. Poiché purtroppo non siamo in grado di sapere con certezza quali costellazioni o stelle gli egizi indicassero con i nomi dei decani (se non pochissime, Sirio, la stella Canopo, il resto sarà forse un giorno compito dell’archeoastronomia scoprirlo) di fatto per noi non resta di essi che le decadi di giorni della loro reggenza.

 


 

Veniamo alle indicazioni delle essenze vegetali seguendo il testo di Leo Kaiti. Eviterò di riportare i nomi dei Decani o delle Intelligenze planetarie secondo le varie tradizioni, egizia antica, caldea ed ebraica (il Testamento di Salomone), o quelle più tarde dell’ermetismo alessandrino, sia per snellire la trattazione, sia per eliminare retaggi magico-teurgici che hanno qui solo un valore storico. Mi limiterò a dire che l’autore segue la nomenclatura di Firmico ( “Assican”, “Senacher”, etc.) per i decani, a cui, come dicevamo, viene assegnata almeno dall’epoca ellenistica una segnatura planetaria secondo la sequenza caldaica (  ♄ –  ♃ – ♂ – ☉- ♀ – ☿ – ☾  ).

Le essenze e i profumi indicati sono soprattutto per uso “esterno”,  da portare in sacchetti o, in caso, sulla pelle se si tratta di oli compatibili con questo uso,  comunque in modo da far risuonare con essi il  proprio campo aurico. Tale cosa favorisce l’allineamento con quel tipo di energia della propria segnatura di nascita, armonizzandone gli aspetti, favorendo ad esempio la compensazione dei lati oscuri e carenti del carattere, e l’ottimizzazione delle virtù positive di quel “raggio” decanale. L’azione è di tipo sottile, per risonanza con la frequenza di vibrazione dell’aura.

Ariete

Al dinamico, irruento e impulsivo Ariete il Kaiti fa accostare la Lavanda che ne attenua gli slanci senza lederne l’individualità.

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I Decani di Ariete nell’opera Astrolabium magnum

  1. Primo decano (21-30 marzo), Intelligenza di Marte. Carattere fortemente precipitoso e impulsivo. Essenza: Assenzio. Questo aroma dalla segnatura di Marte ma anche di Giove, pone sotto il controllo del re dell’Olimpo il bellicoso Marte. L’olio essenziale o il profumo di assenzio in questo decano modera l’aggressività e dona centratura e dominio di sé.
  2. Secondo decano (31 marzo -9 aprile), Intelligenza solare. Attitudine al comando, grande dignità. Essenza: Basilico. Stimola il rigore di pensiero, sviluppo delle qualità intellettuali e del discernimento, il che gli permette di acquisire capacità ulteriori di controllo delle situazioni. Aumento del “magnetismo” personale del carattere.
  3. Terzo decano (10-19 aprile), Intelligenza planetaria di Venere. Ricerca dei piaceri, del bello, è fortemente sentimentale. Essenza: Pepe. Attenua la tendenza alla gelosia, armonizza il carattere senza far perdere però lo lancio erotico, essendo anche afrodisiaco. Contrasta la tendenza alla pigrizia “venusina”, stimola la capacità di adattarsi al cambiamento.
Toro

Al Toro, concreto e amante dei piaceri mondani e materiali, viene fatta corrispondere in generale l’essenza di Rosa, dalla classica segnatura venusina.

  1. Primo Decano (20-29 aprile), Intelligenza mercuriale. Amanti degli studi matematici, dell’architettura e di tutto ciò che esprime ordine, di conseguenza, per senso di equilibrio anche amanti della giustizia. Essenza: Melissa. Essa allevia l’eccessiva malinconia a cui tendono i nati sotto questo decano. Contrasta l’ansia, il panico e le facili tendenze alle somatizzazioni viscerali. Dona anche naturale piacevolezza nei modi, avvicinando alla naturale segnatura venusina del segno.
  2. Secondo Decano (30 aprile -9 maggio), Intelligenza lunare. Grandi aspirazioni, tendenza al successo sul piano materiale. La componente lunare rende tuttavia incostanti ed esposti a debolezze del sistema nervoso.  Essenza: Zenzero. Contrasta la nevrastenia, è un tonico nervino.
  3. Terzo Decano (10- 19 maggio), Intelligenza di Saturno. Carattere con tendenze alla cupezza, l’influsso decanale indebolisce il fisico e il morale. Questi soggetti possono facilmente trovarsi intristiti a cause delle avversità e delle ristrettezze materiale. Essenza: Rosa. Protegge dalla depressione e dalla malinconia, addolcisce l’intransigenza malefica saturnina, richiamando la giocondità, la piacevolezza di Venere che governa tutto il segno.

Per tutti coloro che sono sotto l’influsso del segno, a prescindere dalla decade, l’olio essenziale di rosa porta un benefico apporto.

Gemelli

Spiccata intelligenza e doti intuitive, viva curiosità intellettuale, eclettismo, ma anche naturale mutevolezza e incostanza. In generale è proposto l’Origano, che rigenera le energia mentali e fisiche di questa instabile complessione, inoltre protegge in caso di eccessiva permeabilità della struttura psichica.

  1. Primo Decano (21-30 maggio), Intelligenza di Giove. Predisposizione alle scienze astratte, scarso spirito pratico. Fortemente idealisti, si dedicano a discipline complesse, ma hanno difficoltà applicative e nel contatto con l’ordinario. Essenza: Vaniglia. Risvegliando il gusto per il piacere e l’ambizione, dona concretezza agli orizzonti di chi è sotto l’influsso di questo decano. Come “nota di base” la vaniglia stabilizza una psiche troppo fugace.
  2. Secondo Decano (31 maggio-10 giugno), Intelligenza marziale. Emotivo e precipitoso, si lascia facilmente trascinare in scontri futili, disperdendo le proprie energie. Può essere un ottimo polemista, avendo buone abilità dialettiche. Essenza: Acacia. Analogicamente alle proprietà astringenti sul piano fisico, tale essenza attenua le caratteristiche “sanguigne” di questa complessione.
  3. Terzo Decano (11-20 giugno), Intelligenza solare. Poco dinamico, è piuttosto pigro e indolente, soprattutto egoista. Tendenza a perdersi nelle frivolezze, dietro interessi futili, difficoltà a centrare i propri obiettivi. Vi sono molti collezionisti fra i nati in questo decano. Essenza: Menta. Stimola la mente in modo profondo, donando freschezza e obiettività di pensiero. Risvegliando dal torpore e dalla pesantezza porta anche maggiore capacità di autocritica e realismo.
Cancro

Estrema sensibilità e ricettività, ma anche fortemente emotivo e suggestionabile. Il dominio della Luna comporta anche grande mutevolezza e instabilità, carattere contraddittorio e complesso. Sentimentale, amore per il mistero, romanticismo. L’essenza di Lillà può regolare, meglio di altre, l’evoluzione personale di questi soggetti: attenua le passioni, spegne le euforie psichiche, e d’altro canto sostiene nei periodi di depressione periodica e stabilizza la tendenza ciclotimica dell’umore. Favorisce il sogno veritiero in questi soggetti altrimenti esposti alla veggenza incontrollata.

  1. Primo Decano (21 giugno-1 luglio), Intelligenza di Venere. Personalità piacevole, amabile, assai socievole, in grado di attrarre attenzioni e simpatie e di fare amicizia con grande facilità. Essenza: Sandalo. Ne amplifica la piacevolezza, essendo anche anche afrodisiaca; potenzia questi aspetti positivi del carattere aumentando la consapevolezza delle proprie doti. Aggiunge un elemento di protezione a questa complessione estremamente sensibile e percettiva: sensitività protetta.
  2. Secondo Decano (2-11 luglio), Intelligenza mercuriale. Chiarezza di vedute, ma grande volubilità e vi è una certa predisposizione all’inganno per sostenere lo slancio all’espansione del proprio ego, che in questi soggetti è forte. Peraltro vi sono forti doti comunicative e diplomatiche Essenza: Tiglio. Riduce la tendenza all’inganno e al sotterfugio per proteggere la propria sicurezza. Crea un’attitudine di maggiore fiducia; contrasta anche la propensione alla gelosia morbosa.
  3. Terzo Decano (12-21 luglio), Intelligenza lunare. Mutevolezza estrema nell’umore e nel temperamento. Generosità. Grande teatralità, eccellente predisposizione alla recitazione, all’esteriorizzazione di sentimenti. Forti doti medianiche, assai più sviluppati che in tutti gli altri segni e decani (Luna-Luna). Essenza: Ambra grigia. Attenua soprattutto le asperità del carattere, ed accresce la sicurezza in sé stessi, specie nelle relazioni pubbliche. Rende anche più inclini ad accettare e sviluppare il lato seduttivo del proprio carattere.
Leone

Forza, calma, fierezza,tendenza al comando, ambizione, egocentrismo, a volte anche violenza. A questi aspetti è indicata come essenza l’Incenso, la cui segnatura è in accordo con l’aspirazione alla “regalità sacra” di questo dominio del Sole. Il suo potere purificatorio favorisce il processo evolutivo di  allontanamento di certe influenze e abitudini che contrastano l’affermazione dell’Io. Al tempo stesso apre la strada ad un’influenza superiore, spirituale, che deve orientare questa volontà: il Sé.

  1. Primo Decano (22 luglio-2 agosto), Intelligenza di Saturno. Animo nobile, generoso ma tendente anche all’irruenza, controllata in parte dalla forte volontà. Altissimo senso dell’onore e della dignità, fino all’estremo. Essenza: Angelica. Profumo tipicamente solare, apre il soggetto alle sue vere aspirazioni, alla generosità, alla parte più nobile del suo carattere.
  2. Secondo Decano (3-12 agosto), Intelligenza di Giove. Forte volontà, ma molto intransigenti, insofferenti alla contraddizione, e poi loquaci. Essenza: Balsamo del Perù. Armonizza il sistema nervoso, e placa la mente assediata da pensieri e turbamenti eccessivi. Rende più aperti alla diplomazia.
  3. Terzo Decano (13-22 agosto), Intelligenza marziale. Contrariamente a ciò che si penserebbe, non sono litigiosi, essendo anzi orientati alla concordia. Tuttavia vi è uno spiccato senso della giustizia, teso quasi all’assolutismo; carattere intransigente, che può arrecare difficoltà alle relazioni. Essenza: Ciclamino. Esalta le note del carattere, orientato all’altruismo, e ne migliora le capacità di mediazione, favorendo quindi lo scambio con gli altri.
Vergine

Dall’indole timida e affabile, ma metodica e dotata di spiccata intelligenza analitica e di grande puntiglio, al limite della pedanteria, può essere anche freddo e avaro. Consigliato il Giacinito che ridesta la sensualità in questa complessione molto “cerebrale” e facilmente depressa.

  1. Primo Decano (23 agosto-2 settembre), Intelligenza solare. Delicato, riservato, amante della natura. Essenza: Gardenia. Insegna ad alzare barriere protettive vero le influenze altrui, a non essere troppo remissivi. Accresce la sensualità, armonizzandola con il carattere del segno.
  2. Secondo Decano (3 -12 settembre), Intelligenza venusina. Relativamente meno ordinato degli altri Vergine,ambizioso e piuttosto attaccato alla sensualità, alle speculazioni lucrose e al denaro. Spesso questo può procurare contrasti essendovi anche tendenza alla prodigalità. Essenza: Acacia. Porta un’armonia superiore nelle tendenze speculative di questa complessione, donando anche una migliore e più equilibrata applicazione.
  3. Terzo Decano (13-22 settembre) Intelligenza mercuriale. Questo spirito planetario della sfera di Mercurio era descritto inconcludente, debole. Chi riceve questo influsso, sebbene dotato intellettualmente, manca di prontezza e risulta capace solo quando realmente motivato e se non incontra troppe difficoltà. Facile depressione morale, tendenza alla pigrizia; difficoltà a produrre. Sul piano medico, tendenza alla sterilità. Essenza: Achillea. Accresce l’interesse per l’esistenza, sviluppa la capacità di adattarsi al cambiamento, ad integrarsi con le vicende della vita. Stimola le energie psico-mentali assopite. Azione sia stimolante che armonizzante.
Bilancia

Incline al bello, all’espressione artistica, agli alti ideali, rifugge la solitudine; inoltre possiede grandi doti comunicative e diplomatiche, grande fascino sugli altri. Per converso, può trovare difficoltà nell’assumersi responsabilità, prendere posizioni nette, rischiare di perdere il favore altrui. Continua ricerca di approvazione, bisogno di amore. Tende a concepire sentimenti non espressi. Può soffrire per constasti e incomprensioni con le persone care o i familiari. La Verbena ne valorizza il potere empatico, favorendo la comprensione con gli altri e lo scambio.

  1. Primo Decano (23 settembre – 2 ottobre), Intelligenza lunare. Personalità complessa, dotata, leale. Grandi ideali di giustizia, bontà che spinge ad aiutare i più deboli; forte espressione tramite il campo artistico. D’altra parte risulta debole, incostante e influenzabile. Essenza: Iris. Rafforza l’amore per l’armonia dando però maggior equilibrio di carattere. Rende più lucide le facoltà intuitive. Armonizza gli aspetti critici della complessione lunare: soprattutto sul sistema nervoso, depressioni e angosce.
  2. Secondo Decano ( 3-12 ottobre), Intelligenza di Saturno. Grandi doti di calma e distacco che però sfociano nell’indifferenza. Scarsamente comunicativo, ciò che complica i contatti umani, mentre sa brillare professionalmente. Gentile, comprensivo, tenace ed equilibrato: è una complessione positiva data l’esaltazione di Saturno in questo segno, tuttavia rimane la tendenza all’eccessivo distacco e alla cupezza. Essenza: Muschio. Rende maggiormente combattivi; maggiore slancio costruttivo sul piano pratico. Accentua la sensualità, per contro rende meno sensibili alle depressioni psichiche.
  3. Terzo Decano (13-22 ottobre), Intelligenza di Giove. Sensuale, goloso, amante dei piaceri, tipicamente gioviale, allegro, insaziabile. Complessione caratteriale che predispone facilmente al successo, specie in ambito relazionale. L’eccessiva spensieratezza, anche nelle avversità o nei pericoli, tende tuttavia alla vera e propria incoscienza. Essenza: Giacinto. Armonizza gli aspetti della complessione gioviana, orienta le passioni in chiave meno materiale e grossolana.
Scorpione

Aggressivo, violento, tormentato interiormente, caustico e fortemente vendicativo;non si confida mai e agisce tramando in modo nascosto. Introspezione nera, grande interesse per l’ignoto e il mistero. L’Erica con la sua essenza ne addolcisce le passioni e lo spirito di vendetta, illumina l’irraggiamento della volontà.

  1. Primo Decano ( 13 ottobre -1 novembre), Intelligenza di Marte. Carattere energico, aggressivo e collerico, temperamento ambivalente ora incline alla durezza, ora alle manifestazioni d’affetto. malgrado la natura sospettosa dello scorpione, sotto questo decano vi può essere ingenuità ed eccessiva fiducia, che spesso da luogo a delusioni, di cui questi soggetti possono soffrire molto. Essenza: Tuberosa. L’azione calmante sul sistema nervoso armonizza l’eccesso marziale di questa complessione, rendendo fra l’altro più “ricettivi” ed accorti. Aumenta la comprensione e la capacità di perdonare. Utile anche per le depressioni e la malinconia.
  2. Secondo Decano (2-12 novembre), Intelligenza solare. Carattere impulsivo, autoritario, estremamente orgoglioso. Animo impulsivo e passionale. La caratteristica dei segni d’acqua si manifesta in questi soggetti quale particolare e acutissima sensibilità che accende in loro avversioni  intense e violente antipatie, non sempre giustificate. Essenza: Ginestra. Addolcisce e risana i “terreni aridi”, bilancia il carattere di questo decano e gli stati nervosi che ne derivano.
  3. Terzo Decano (13-22 novembre), Intelligenza venusina. Sensualità molto accesa, violenza degli istinti e forte passionalità. Animo incline alla gelosia estrema, soffre facilmente per tormenti amorosi. Pur essendo vigoroso, può mostrarsi molto debole nelle avversità. Essenza: Cedrina. Attenua l’eccessiva passionalità e soprattutto questo tipo di gelosie. Agisce anche a sviluppare un amore purificato da tutto ciò che è semplice istinto.
Sagittario

Generoso, benevolo, altruista e gioviale; è coraggioso, spesso anche impulsivo, e vive di grandi slanci ideali. Senso dell’onore e della gerarchia. La Violetta esalta gli aspetti positivi di questo temperamento gioviale dando sviluppo all’affermazione individuale e favorendo la sua evoluzione in chiave transpersonale. Introduce anche un elemento spirituale nell’interesse di questo segno per i sistemi di pensiero e filosofici.

  1. Primo Decano (22 novembre -1 dicembre), Intelligenza di Mercurio. Carattere aperto, socievole, audace, combattivo. Ama i viaggi, la scoperta, è dinamico e curioso. Il suo entusiasmo può tradursi in facilità all’ira se contrastato.  Essenza: Amaranto. Armonizza gli slanci entusiastici di questo carattere, evita il dispendio energetico eccessivo nei soggetti iperattivi.
  2. Secondo Decano (2-11 dicembre), Intelligenza lunare. Sognatore, piuttosto solitario, volubile. Generoso, compassionevole, anche romantico si lancia dietro progetti ciclopici, che spesso sono dei puri sogni ad occhi aperti, ispirati dal tipico romanticismo dell’influsso lunare. In ogni caso mostra grande ostinazione nel perseguire i suoi ideali. Essenza: Fresia. Frena gli slanci eccessivi dovuti al troppo entusiasmo, ispira la prudenza e un atteggiamento più concreto, misurando le circostanze e le proprie forze.
  3. Terzo Decano (12-21 dicembre), Intelligenza di Saturno. Intelligente ed ambizioso è però offuscato dalla severità saturnina che lo rende estremamente rigoroso, intollerante, ostinato. Tendenzialmente rancoroso può essere anche incline alla violenza se contrastato. Essenza: Calicanto. Doma la tetra influenza di questo decano. L’olio essenziale di questo fiore, usato da secoli nella medicina cinese, è stato studiato farmacologicamente ed ha dimostrato effetti antidolorifici. Una sua variante, Chimonanthus salicifolicus, ha azione antidepressiva ed ansiolitica.
Capricorno

Introverso, solitario, riservato. Buon organizzatore, serio e rigoroso, sa essere molto duro con se stesso e con gli altri. Generalmente pessimista; molto fedele ma rancoroso. Il Caprifoglio con la sua essenza armonizza le angolosità del temperamento, crea una disposizione d’animo più serena ed ottimista, una maggiore estroversione. Il suo uso favorisce anche l’apertura e la comunione con il Trascendente che spesso è quasi volutamente bloccata nel materialistico Capricorno. Secondo il Kaiti il suo impiego sistematico equilibra energeticamente le debolezze astrologiche del segno, in relazione all’apparato osseo e alle sue patologie.

  1. Primo Decano (22-31 dicembre), Intelligenza di Giove. Ambizioso, affidabile, serio e diplomatico, doti che in genere ne fanno un buon realizzatore. Attaccato alla famiglia e soprattutto alla carriera. Il carattere espansivo gioviano e l’eccessiva liberalità possono portarlo a dissipare le risorse e le fortune che può accumulare con pazienza, come nella natura del segno. Essenza: Narciso. Armonizza queste doppie tendenze, inoltre addolcisce le asperità caratteriali che non mancano al Capricorno. Equilibra “magneticamente” l’influsso fatale di questo decano.
  2. Secondo Decano (1-10 gennaio), Intelligenza marziale. Suscettibile, permaloso, molto ostinato. Dotato di capacità intellettuali spiccate e di grandi doti organizzative, tende spesso ad ostinarsi in vane ricerche o a naufragare in progetti ambiziosi, spesso irrealizzabili. Introverso e freddo in ambito sentimentale, raramente perde questa attitudine lasciandosi trasportare. Essenza: Giacinto Doppio. Sostiene proteggendo dalle debolezze tipiche di questo decano. (Purtroppo devo aggiungere che il “Giacinto Doppio” è una variante del Hyacinthus orientalis, virtualmente estinta nel XVIII secolo, dopo che per un periodo fu in grande voga e costosissima. Al momento non si può stabilire se i rari esemplari delle linee ricostruite oggi siano corrispondenti a quello descritto, né se Leo Kaiti facesse riferimento a quello antico, anche perché l’Autore non ha lasciato indicazioni cronologiche sulla fonte alla quale attingeva).
  3. Terzo Decano (11-20 gennaio), Intelligenza solare. Grande contegno, riservato, vita interiore molto ricca, tuttavia tende ad essere sospettoso, incline allo scoraggiamento. Predisposizione alla malinconia, alla depressione, e alla sofferenza morale. Influenza poco fausta anche per la salute fisica. Essenza: Mentastro Verde. Ispira maggior forza di carattere e dominio, equilibrio e protezione energetica anche per le patologie fisiche; impiegato come sacchetti di erba profumata. Come olio essenziale sulla persona invece, si indica anche qui il Giacinto doppio.
Aquario

Intuitivo, ama gli studi profondi, possiede grande immaginazione. Spiccata attività intellettuale, ma poco realistica; incline piuttosto all’arte, oppure alla coltivazione di dottrine filosofiche utopiche. Idealista, innovativo, forte senso di indipendenza per influsso uraniano. Volubile e dal carattere instabile, non sopporta le convenzioni sociali, ma apprezza le amicizie. La Felce ne equilibra psichicamente gli eccessi, dovuti alla mutevolezza di carattere, e le contraddizioni che possono insorgere in un animo così volubile. Stabilità anche nel gestire le contrarietà degli eventi esterni.

  1. Primo Decano (21 -30 gennaio), Intelligenza di Venere. Socievole, amabile, indulgente, ha buone capacità immaginative ed artistiche. Manca però spesso di spirito pratico, e può trovare difficoltà a concretizzare. Non sempre le sue capacità di adattamento sono in grado di farlo innestare negli eventi concreti e può impiegare molto tempo per fare carriera, o aprirsi una strada. Essenza: Serpentaria. Induce maggiore concretezza, dona la grinta necessaria ad estrinsecare le proprie qualità mentali e i progetti.
  2. Secondo Decano (31 gennaio -9 febbraio), Intelligenza di Mercurio. Intelligenza intuitiva, doti comunicative, diplomatico, a volte anche furbo ed opportunista. In altri casi risulta essere eccessivamente ingenuo. Essenza: Mughetto. Esalta le doti comunicative del decano, ma porta una maggiore prudenza e scrupolo. Insegna a relazionarsi sapendo fiutare i pericoli, a comprendere gli altri e le circostanze.
  3. Terzo Decano (10-19 febbraio), Intelligenza lunare. Carattere tendenzialmente debole, inoltre piuttosto incline alla malinconia. Facilmente influenzabile e dall’umore instabile. Notevoli doti medianiche e forte sensibilità. Essenza: Reseda. Contrasta la depressione, stabilizza gli alti e bassi animici, risveglia la coscienza dell’Io.
Pesci

Immaginativo, sognante, “ispirato” quasi fino al misticismo. Molto passionale, la sua emotività risulta eccessiva e, spesso, caotica tanto da rischiare di travolgere la stessa personalità. Ha generalmente molto fascino, e ottime inclinazioni artistiche, mentre  possono risultare pigri e inconcludenti nella vita ordinaria. Medianità spiccata, attrazione per il mistero, ma anche per la psichdelìa e le droghe. L’essenza di Glicine agisce riportando ordine nella sua emotività e mettendolo al riparo dalle tendenze dissolutrici ed autodistruttive della sua natura. Pur mantenendo le sue doti di sensibilità introduce una maggiore chiarezza di pensiero, rendendo più facile tradurre in produzioni concrete le sue ispirazioni e idee. Fortifica la corrente della volontà, bilanciando l’indolenza del segno.

  1. Primo Decano (20 febbraio -29/1 marzo), Intelligenza di Saturno. Capriccioso, instabile, spesso malinconico, mai soddisfatto. Vanno incontro a penose e lunghe ansietà e si abbattono di fronte anche a piccoli ostacoli. Sebbene molto intelligenti e creativi sono fortemente instabili. Essenza: Gelsomino. Per Leo Kaiti esso esercita una vera opera di alchimia psichica in questi soggetti, che rende il carattere più fermo e la mente più illuminata e serena, donando anche maggiore concretezza, Contrasta gli stati d’ansia e, soprattutto, le ipocondrie di questo decano.
  2. Secondo Decano (1-10 marzo), Intelligenza di Giove. Energico, autorevole, ama i grandi ideali e sogna nobili imprese, e spesso le qualità psichiche intellettive permettono una buona riuscita sociale a questa complessione, specie quando è ben equilibrata. Purtroppo può essere, come tutto il segno, un po’ inconstante nei sentimenti ed essere minacciata da un certa instabilità. Essenza: Peonia. Armonizza le pur buone qualità di questo decano. Se il profumo è applicato sui polsi (suggerisco in caso i punti PC6 e TR5 di MTC) sigilla il campo aurico e crea protezione “magnetica”.
  3. Terzo Decano (11-20 marzo), Intelligenza di Marte. Libertino, attaccato fortemente ai piaceri fisici, alla sensualità e all’eccitazione, nella ricerca di nuove esperienze. Poco incline allo spirito di sacrifico e al lavoro, risulta spesso lavativo, malgrado il dinamismo di Marte. L’influsso essendo “marziale” sarà più forte negli uomini, che hanno una certa tendenza all’adulterio. Essenza: Zagara. Catalizza una sublimazione degli istinti, verso un orizzonte più ideali e spirituali, allentando il richiamo magnetico dei sensi. Agisce anche contrastando il rilassamento e la vagotonia, per effetto indiretto sul sistema nervoso autonomo.

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Come si vede si tratta di un impiego che -come dicevamo- ricerca un impatto psichico diretto sul nucleo profondo della personalità. Esso infatti tiene conto unicamente della posizione del sole (Io- coscienza) nel cielo di nascita. Non si tiene conto della posizione degli altri pianeti, elementi importanti ai fini della salute soprattutto fisica.

A fini di informazione riportiamo un sistema di conoscenze applicative che prevede invece proprio quel tipo di approccio, in cui si implica un’azione diretta (analogicamente si potrebbe dire “allopatica”) sul settore debilitato, sia nel tema natale, sia per via di un transito o semplicemente in relazione ad una patologia in atto.

chnoubisSintetizziamo un sistema di corrispondenze in cui ai decani corrispondono precisi organi o parti del corpo.
L’applicazione era però di tipo “magico-simpatico” o talismanico e prevedeva che le erbe indicate venissero indossate insieme a pietre, alla cifra del Decano, magari incisa cameo sulla stessa gemma del materiale in questione, e venivano persino indicati gli alimenti non tollerati. Riporto le indicazioni reperibili nel Libro sacro sui Decani di Hermes ad Asclepio, facente parte del Corpus Hermeticum, e derivato probabilmente dal Caldenario tebaico o Sfera Barbarica di Teucro il Babilonese (I sec. d.C.).

 

ARIETE (Amoun)

  • I Decano: Testa.                           Pianta utilizzata: Isophry (non identificata)
  • II Decano: Tempie, narici.          Pianta utilizzata: Ruta selvatica.
  • III Decano: Orecchie, denti.         Pianta utilizzata: Piantaggine.

 

TORO (Apis)

  • I Decano: Nuca.                            Pianta: Cipresso
  • II Decano: Tonsille, Collo.          Pianta: Dittamo
  • III Decano: Bocca, Gola.              Pianta: Buglossa

GEMELLI (Horus)

  • I Decano: Spalle.                          Pianta: Orchidea
  • II Decano: Braccia.                       Pianta: Cinquefoglie (Tormentilla)
  • III Decano: Mani.                         Pianta: Rosmarino

CANCRO (Hermanubis)

  • I Decano: Fianchi.                      Pianta: Artemisia
  • II Decano: Polmoni.                   Pianta: Peonia
  • III Decano: Milza.                       Pianta: Cipresso

LEONE (Momphta)

  • I Decano: Cuore.                         Pianta: Asperula
  • II Decano: Scapole.                     Pianta: Crisogone
  • III Decano: Fegato.                        –  mancante

VERGINE (Iside)

  • I Decano: Addome.                     Pianta: Stellaria media (Centocchio comune)
  • II Decano: Intestini.                   Pianta: Liquirizia
  • III Decano: Ombelico.                    – mancante

BILANCIA (Omphta)

  • I Decano: Glutei.                           Pianta: Polion (forse il Teucrium polium)
  • II Decano: Uretra, Vescica.          Pianta: Verbena
  • III Decano: Ano.                           Pianta: Verbena nana

SCORPIONE (Typhon)

  • I Decano: Ulcera. (?).                   Pianta: Mercorella
  • II Decano: Organo sessuale.        Pianta: Girasole
  • III Decano: Testicoli.                   Pianta: Liquirizia

SAGITTARIO (Nephtis)

  • I Decano: Cosce (tumefazioni).    Pianta: Salvia.
  • II Decano:  Femore.                       Pianta: Andraktitalon (non identificata)
  • III Decano: Cosce (dolori) .           Pianta: Centaurea.

CAPRICORNO (Anubis)

  • I Decano: Ginocchia.                     Pianta: Speronella
  • II Decano: Articolazioni.              Pianta: Anemone
  • III Decano: Articolazioni.             Pianta: Centaurea

AQUARIO (Canopus)

  • I Decano: Tibia.                             Pianta: Spaccapietre
  • II Decano: Ginocchia.                    Pianta: Gladiolo
  • III Decano: Ginocchia.                  Pianta: Thyrsion (estinta)

PESCI (Ichton)

  • I Decano: Piedi.                             Pianta: Verbena
  • II Decano:  – mancante                Pianta: Rosmarino
  • III Decano: -mancante                 Pianta: Camomilla

serpente-leontocefalo-266x300Abbiamo riportato tale schema solo a titolo di informazione data la sua importanza storica, dato che è stato da modello per scritti successivi che hanno fatto la storia delle scienze ermetiche come la Picatrix.
Come si vede si tratta di un testo lacunoso, e a volte si fa riferimento a piante non identificate o probabilmente anche estinte. Le correlazioni non sono tutte chiare e vi sono anche accostamenti non molto comprensibili, ad esempio l’attribuzione dei polmoni ad un decano del Cancro e vi sono molte ripetizioni, forse dovute ad interpolazioni ed errori dei copisti. L’uso del resto ha forse poca attinenza con il nostro ambito di studi, irriducibile  alla medicina, fosse anche sottile, trattandosi di un impiego piuttosto apotropaico. Al massimo si potrebbe ricondurre ad una “radionica medica” ante litteram,  ad una medicina vibrazionale sul campo aurico, ma il suo fondamento comunque riconduce all’alveo della terapeutica magicaDel resto però gli accostamenti non sono del tutto peregrini (in fondo si basano su segnature tradizionali), così osserviamo ad esempio che al III decano del Capricorno corrisponde la centaurea, che effettivamente ha note proprietà cicatrizzanti e possibili impieghi nelle fratture ossee. A suo modo quindi può contenere dei principi da approfondire anche se la materia attualmente in nostro possesso è poco chiara ed esaustiva. 

 

 

Nota bibliografica.

Rene A. Schwaller de Lubicz, La Teocrazia faraonica, Edizioni mediterranee.

Angelo Angelini, Manuale di Astrologia egizia, Editrice Kemi.

Luca Fortuna, Manuale di Aromaterapia, Xenia.

Massimiliano Kornmüller, Magica Incantementa. manuale teorico-pratico di magia romana. Ed. Mediterranee

Melotesie e terapia

La spagyria, la cristalloterapia e altre metodiche di cura basate sulla Tradizione hanno il loro cardine in un sistema di fisiologia occulta su base astrologica, che attribuisce parti del corpo a regioni anatomiche ed organi, mentre un altro tipo di corrispondenza, più recente, correla i pianeti pianeti alle ghiandole endocrineuomo_zodiacale_20101002_1234325387
Ovviamente in parte questi ordini di corrispondenze si sostengono reciprocamente dato che le funzioni di un pianeta si rispecchiano con una certa facilità anche negli organi che corrispondono ai suoi domicili.  In questa dottrina tradizionale le corrisponde dei segni prendono il nome tecnico di melotesie

L’enunciazione è piuttosto semplice e generalmente non vi sono che pochissime  discordanze fra gli autori moderni e le autorità della materia:

  • Ariete – parte alta del capo, la bocca, il palato, gli occhi e la vista, il sangue e l’emopoiesi (è domicilio di Marte).
  • Toro – la gola, la lingua, il labbro inferiore, la laringe, la trachea, le corde vocali.
  • Gemelli – le braccia, i polmoni, i bronchi, la parte superiore del torace,  più modernamente possiamo aggiungervi anche il sistema nervoso periferico, la cui funzione rispecchia adeguatamente un domicilio mercuriale.
  • Cancro – lo stomaco e il duodeno, i seni, la parte inferiore dei polmoni,  ma anche il sistema nervoso centrale (encefalo e midollo spinale) ben corrispondono al domicilio della Luna.
  • Leone – il cuore e la circolazione arteriosa, le vertebre dorsali; in parte anche la vista poiché il Sole, di cui Leone è domicilio, si esalta in Ariete (gli occhi).
  • Vergine -l’intestino, il peritoneo, i vasi linfatici dell’addome, le placche di Peyer. L’intestino tenue soprattutto seleziona il nutrimento dallo scarto: la funzione mercuriale di discernere, di separare il vero dal falso, in cui -come diceva Paracelso- consiste tutto il lavoro alchemico. Anche in Medicina Tradizionale Cinese, lo psichismo che corrisponde all’intestino tenue è quella della discriminazione.
  • Bilancia – i reni, ed alcune funzioni delle ghiandole surrenali (corticali), il controllo idrosalino, la sezione lombare della colonna.
  • Scorpione – gli organi genitali femminili (e l’uretra in entrambi i sessi), l’ano, il retto, gli organi di escrezione in generale.
  • Sagittario – l’organo genitale maschile,il fegato, la vescica biliare, l’osso sacro, i femori.
  • Capricorno – lo scheletro, gli annessi cutanei, il tessuto connettivo, i denti, le ginocchia, la cistifellea, la milza.
  • Aquario – il pancreas, l’epifisi (Saturno), le tibie, il sistema linfatico e la circolazione linfatica generale, la microcircolazione capillare periferica, la circolazione venosa.
  • Pesci – il sistema neurovegetativo, i piedi. Alcuni autori recenti, in base alle corrispondenze con i dodici meridiani della Medicina cinese, vi fanno corrispondere l’intestino crasso. Questa relazione specifica però non è attestata nella tradizione occidentale.

Una spiegazione di questo sistema tradizionale – molto antico e comune in tutte le culture- viene fornita in seno alla mistica ebraica: la tradizione cabalistica esplicita le corrispondenze facendo la proiezione del cerchio zodiacale sul corpo in formazione in posizione fetale, che non è in stazione eretta ma circolare, ripiegato su di sé. Forse è possibile che le dottrine cabalistiche derivino questo schema dal modo egizio di raffigurare la dea Nut, il Cielo notturno, che con la postura del suo corpo sembra quasi avvolgersi sulla terra. vivan-denon4

Vediamo come venivano impiegate, ad esempio le gemme, le pietre, i coralli, ed altre sostanze minerali secondo tali segnature, sia come tali, ad esempio sotto forma di monili da indossare e tenere su determinate aree del corpo, sia come “preparati” classici o spagyrici, ad esempio le perle, che potevano essere sciolte in vino ed acido acetico e, così solubilizzate, assunte.

I lapidari medievali e rinascimentali (famosi ad esempio quello di Santa Ildegarda o di Alfonso X di Castiglia) abbondavano di indicazione per l’uso dei cristalli, delle pietre e dei metalli (sia pur con le riserve che i metalli generalmente in molte se non tutte le culture tradizionali erano visti come “impuri” e piuttosto problematici) con una tale ricchezza da stare alla pari con i moderni scritti di cristalloterapia, con la differenza che spesso, quelli moderni riportano – non sempre per fortuna – elementi non desunti da una trasmissione diretta, da una tradizione vivente, ma da apporti unilaterali di autori moderni o almeno da ri-elaborazioni recenti. D’altra parte non possiamo sminuire conoscenze più “recenti” derivate dall’esperienza concreta, dalla pratica diretta, dalle osservazioni radioestesiche degli operatori odierni.

Specie a livello di moda, molto “new age” e poco raffinata, di certo non da “addetti del settore”, si nota che spesso è in voga la ricerca della gemma o delle pietre del segno personale di nascita. In realtà non era questo il modo tradizionale di usare i minerali e i cristalli in funzione astrologica. Tale uso “talismanico” della pietra per la quale c’è maggiore simpatia di segno non è se non un qualcosa che assomiglia più ad un gioco di società o a un vezzo o una curiosità moderna. Anzi diremmo che – in sede terapeutica – non ha alcun senso indossare una pietra del proprio segno, a meno che non vi sia una debilità particolare del proprio Sole di nascita, un suo cattivo aspetto con il signore del segno, oppure un transito negativo etc…

Per capire quale fosse la reale modalità di impiego basta rifarsi all’insegnamento di Paracelso per cui l’astro è guarito dall’astro.  La strategia d’azione è omeo-fisiologica. Le pietre (come anche le erbe) devono andare a bilanciare e rinforzare i settori carenti del proprio cielo natale.
zodiac-anatomy Ad esempio si impiega una gemma (indossandola, portandola incastonata in un monile etc.) del Segno, o dei Segni,  che siano in debilità, sia per la presenza di transiti negativi, sia per il cattivo aspetto dei rispettivi Governatori.  Supponiamo ad esempio che una persona nel suo tema natale abbia Marte in Vergine (predisposizione a patologie infiammatorie intestinali) e che Mercurio, Governatore della Vergine, si trovi in Toro o Bilancia, dove Marte è rispettivamente in caduta o in esilio; questa posizione di Mercurio accentua la patologia propiziata da Marte (se fosse stato invece in Ariete avrebbe reso nullo l’effetto di Marte per “scambio di dignità” ). Il settore della Vergine è dunque un settore debilitato, e la persona dovrebbe compensare questa sua predisposizione di nascita con una pietra del segno (es. citrino,  zaffiro giallo).

Supponiamo che una persona abbia Venere che formi un qualche aspetto con Saturno,  cosa abbastanza sfavorevole per Venere dato l’effetto malefico di Saturno (in ogni caso), accentuato ancor più se l’aspetto è negativo ( es. possibile sterilità); se poi Venere si trovasse anche in un segno di esilio o caduta (es. Scorpione o Ariete) sarebbe lesa in modo particolare. La lesione del pianeta dovrebbe essere compensata con pietre di segnature venusina ad esempio il classico smeraldo.

Si fa notare quindi che esiste per le pietre, così come per le piante, un doppio ordine di segnatura: uno zodiacale (riferito ai segni) ed uno planetario.

Le corrispondenze dei segni sono molte, e dato il grande numero di gemme disponibili (aumentate nel tempo con l’accrescersi delle conoscenze della mineralogia) spesso fra i vari autori si osservano differenti indicazioni. Ne riportiamo giusto alcune, quelle che ci sembrano più verosimili e accreditate, ma sempre con un certo beneficio di inventario. Come per le piante, anche qui ogni pietra può avere più segnature:

  • Ariete:  opale di fuoco, rubino, rodocrosite, corniola rossa, granato, diamante.
  • Toro:    crisocolla, corniola arancione, quarzo rosa, rodonite.
  • Gemelli: quarzo citrino, topazio oro, ambra, occhio di tigre, turchese, acquamarina.
  • Cancro: pietra di luna, opale bianco, perla,  labradorite, avventurina.
  • Leone: ambra, quarzo rutilato, quarzo citrino, topazio oro, rubino, occhio di tigre.
  • Vergine: zaffiro giallo, ametista, giada, corniola rossa, amazzonite, azzurrite.
  • Bilancia: giada, crisoprasio, calcedonio, quarzo rosa, rubellite, pietra lunare.
  • Scorpione: granato, ossidiana, ematite, diaspro, rubino, fluorite.
  • Sagittario: zaffiro blu, lapislazzuli, sodalite, calcedonio, peridoto, sugilite, turchese.
  • Capricorno: onice, diamante, quarzo tormalinato, tormalina nera e verde, malachite.
  • Aquario: opale nero, zircone, zaffiro bianco, onice.
  • Pesci: ametista, acquamarina, kunzite, opale bianco, giada.

Le segnature planetarie sovente sono riportate come:

  • Mercurio:  quarzo ialino (cristallo di rocca)
  • Venere: smeraldo (la Pietra di Lucifero-Venere, con cui la leggenda vuole fosse costruito il Graal)
  • Marte: rubino
  • Luna: zaffiro blu
  • Giove: topazio
  • Saturno: granato.

Tale indicazione per i pianeti è tradizionale e molto antica, risale a Basilio Valentino dal Trattato Chymico-filosofico delle Cose Naturali e Soprannaturali, dei metalli e dei minerali. In Basilio Valentino non viene fornita la corrispondenza del sole ma potremmo far corrispondervi la eliolite, diversi quarzi gialli, la corniola arancione, l’ambra. Altre corrispondenze sono ugualmente attestate e tradizionali: la pietra lunare e la perla per la luna, ed il corallo per Marte.

Significativamente la tradizione astrologica indiana (Jyotish) e l’ayurveda propongono una differente corrispondenza:

  1. Sole: rubino
  2. Luna: perla
  3. Marte: corallo
  4. Mercurio: smeraldo
  5. Giove: zaffiro
  6. Venere: diamante
  7. Saturno: zaffiro blu
  8. Rahu: essonite, la gemma sanscrita gomed
  9. Kethu : occhio di gatto

Rahu e Kethu sono i nodi lunari e, per l’astrologia indiana, sono assimilati a pianeti.

Fabricius-Valentine-208Ritengo che tali “sistematiche” divergenze sulle corrispondenze planetarie potrebbero anche essere messe in relazione con il fatto che l’astrologia indiana pur essendo, per molti aspetti, simile a quella mediterranea ha un differente “orientamento”: siderale, anziché tropicale. Non sappiamo se questo dato possa fondare tali differenti sistemi sinottici ma spesso ho potuto osservare che differenti scuole astrologiche danno spesso luogo a differenti applicazioni mediche. Del resto anche nella numerologia osserviamo che esistono almeno due modelli di riferimento più diffusi (ad es. il 5 come numero mercuriale anziché marziale, a seconda delle “autorità” di riferimento, e così via tutti gli altri). Ci sono forse delle motivazioni oscure e profonde per queste divergenze, forse non del tutto comprese. Ritengo possibile che ad un certo punto dell’evoluzione ciclica una nuova “qualità” possa essere emersa ed aver cambiato il ruolo gerarchico degli archetipi planetari o modificato la qualità della loro azione.

Questo esula per ora, dai limiti di questa trattazione.

 

 

 

 

Che cos’è una preparazione spagyrica

Sotto il nome di preparato spagyrico si indica un tipo di lavorazioni farmaceutiche erboristiche (in alcuni casi anche minerali o animali) che non sono riconducibili alla tradizione galenica. La comparsa in occidente di questa metodica, e l’identificazione con questo preciso nome si deve soprattutto a Paracelso (XV sec.) e alla sua scuola, e alla corrente che prende il nome di Iatrochimica ed ebbe il suo periodo di maggiore diffusione fra il XVII e il XVIII, tuttavia già autori medievali come Raimondo Lullo e Giovanni de Rupescissa avevano testimoniato l’esistenza di questo filone, che ha forti legami storici con l’Alchimia, disciplina che tuttavia persegue fini ben più profondi. Il termine indica nel suo etimo l’essenza del metodo: spao (in grc. “separare”) + ageiro (“unire”), secondo un’interpretazione ormai ben nota. Tale metodo prevede infatti l’estrazione separata di differenti frazioni di una droga vegetale o animale o di un minerale, loro separata elaborazione e purificazione (sia fisica che “energetica”) e ricongiungimento onde riprodurre il composto originario ma ricostituito ed elevato ad un’ “ottava superiore”. Il prodotto della congiunzione viene infatti esaltato attraverso alcuni processi come la circolazione e la solarizzazione. Viene così sviluppato un processo che porta un determinato Ente di Natura ai massimi limiti della Natura stessa attraverso l’Arte spagyrica (se vogliamo, accelerando un processo di evoluzione che la Natura di per sè già persegue). Le frazioni che la spagyria considerano sono- in analogia ai tre principi alchemici- detti Zolfo, Mercurio e Sale. dragotritestegrandeNel mondo vegetale sono rispettivamente: l’olio essenziale, l’alcolato, e infine i sali derivati dalla combustione del corpo vegetale. Queste tre diverse sostanze rappresentano, in analogia con gli insegnamenti ermetici, lo Spirito, l’Anima e il Corpo dell’Ente vegetale. Possiamo già anticipare che, per analogia, essi agiranno principalmente sui corrispondenti principi nell’essere umano.

Il lettore che si accosta a questa studi noterà che spesso alcuni autori fanno corrispondere la sequenza Anima, Spirito, Corpo a Zolfo, Mercurio e Sale, in questo ordine, cioè commettono un duplice errore dottrinale: in primo luogo fanno corrispondere l'”anima” allo Zolfo e poi ritengono di conseguenza l’Anima superiore allo Spirito. Si tratta di una confusione terminologica che spesso molti autori spagyrici hanno conservato per tradizione e per imitazione delle autorità, e probabilmente da un certo punto in poi si deve essere perso il senso di questa identificazione. Normalmente nella nomenclatura “tradizionale” per Spirito si intende il principio intellettuale, sovrannaturale e trascendente, mentre per Anima si intende il “corpo astrale”, lo psichismo superiore, un aspetto sovrasensibile del mondo naturale o della manifestazione. L’occidente tuttavia perse nel tempo il senso di questa distinzione poiché la teologia cristiana a partire dal IV Concilio di Costantinopoli bandì la dottrina della tripartizione dell’anima. É fuori discussione che in Alchimia lo Zolfo rappresenti il principio più elevato, l’elemento igneo-maschile agente della trasmutazione; il Mercurio invece il “mediatore” rispetto al Sale-Corpo. Perché dunque gli autori spagyrici ( a volte) fanno uso di una nomenclatura invertita?

La ragione sta in usi terminologici trasmessi per abitudine e convenzione, di cui dopo un po’ si perse il contesto ermeneutico di origine. Ad esempio in epoca paracelsiana si faceva corrispondere alla triade questa interpretazione: il Sale come  la “Vis mineralis”, il Mercurio la “Vis vegetans” e lo zolfo la “Vis Animans”. Si noterà quindi che con questa spiegazione si può fugare ogni dubbio: lo Zolfo è di fatto il principio che domina la triade, e il Mercurio, o forza vegetabile, è quella che presiede agli psichismi e allo sviluppo sottile del nucleo igneo e noetico (Briah), di cui appunto il mercurio è lo sviluppo formativo (Yetzirah). Si nota quindi che il mercurio è proprio il principio delle forze animiche sia microcosmiche che macrosmiche. Lo Zolfo altresì rappresenta l’essenza e il divino. Il participio “animans” è stato riferito allo Zolfo ma in un contesto diverso da quello che contrappone l’Anima allo Spirito, infatti esso qui è contrapposto al mercurio come forza solamente vegetativa:  lo Zolfo in questo senso “anima” davvero perché è l’essenza di un processo. Tuttavia l’abitudine di seguire questa spiegazione così come la prevalenza nel mondo cristiano ad usare il termine “Anima” piuttosto che Spirito (cioè di fatto a chiamare “Anima” lo Spirito) ha nel tempo fatto aderire in modo poco esatto lo Zolfo all’anima. L’accostamento di “spirito” o meglio “spiriti” al Mercurio-principio sta invece soprattutto in una erronea traduzione dall’alchimia araba. Come vedremo più avanti il mercurio in spagyria identifica la frazione alcolica. Ora, la parola “alcol” viene dall’alchimia araba che usava il termine al-ghul = lo “spirito” e per molto tempo l’alcol nelle lingue europee si è denominato ‘spirito’.  Tuttavia, in arabo, al-ghul non indica affatto lo Spirito Divino, neppure in senso generico, indica semmai spiriti della natura, esseri del mondo intermedio, quali ad esempio i fantasmi o i Jinn del deserto, forze ai limiti del demoniaco; del resto le proibizioni religiose islamiche sull’alcol basterebbero a fugare ogni dubbio.

Così, prima per abitudine, poi per ignoranza, la tradizione spagyrica ha ereditato, in alcuni autori un lessico fuorviante, che tuttavia non ha inciso sulle pratiche operative, ma che può aver creato qualche confusione in molti ricercatori.


 

                                                              LE OPERAZIONI  

La  spagyria ha fatto uso di numerosi procedimenti che solitamente gli autori indicano in: Calcinazione, Putrefazione, Soluzione, Distillazione, Sublimazione, Unione,  Coagulazione Moltiplicazione (ma il numero in alcuni autori, es. il Le Breton, sale da sette a dodici). Queste singole operazioni, concatenate nei vari passaggi, conducevano all’ottenimento dei preparati spagyrici “canonici”. Prima di descrivere nel dettaglio le diverse preparazioni è bene indicare due punti di notevole importanza che denotano lo scarto abissale fra i metodi e i risultati dell’attuale chimica profana e la chymica degli Adepti, di cui la spagyria fu un’applicazione. Scrive il noto autore spagyrico van Helmont, peraltro importante per essere stato al contempo anche uno dei primi chimici moderni:

Il Primun Ens è l’alkaest. Se non riuscite ad ottenerlo imparate almeno a volatilizzare il sale di tartaro, per poter fare le vostre soluzioni con esso

I punti che vogliamo indicare sono essenziali anche per far intuire alcune distinzioni fra Spagyria e Alchimia, distinzione anch’essa di notevole portata. Veniamo dunque a sottolineare:

  1.  l’utilizzo dell’alkaest, necessario per certe operazioni essenziali all’ottenimento di tinture minerali.
  2.  L’ottenimento di una sale fisso reso volatile (cioè in grado di sublimare).

L’alkaest è il solvente universale, esso rimanda ad uno specifico risultato di operazioni alchemiche, preliminari alla Grande Opera. Non tutti i manipolatori spagyrici o iatrochimici dei secoli passati erano giunti ad ottenere questo “preparato”. Esso era indicato anche come spiritus vini philosophici o acetum philosophicum o con altri nomi: si tratta di un ottenimento essenziale per procedere in Alchimia alla Via Umida, mentre non ricorre (in questa forma) nella Via Secca. Esso aveva la capacità di “aprire” ogni sostanza cioè di estrarne l’essenza e di legarla al solvente in modo indissolubile, e ciò non solo in senso lato, o a livello “energetico”, ma persino sul piano fisico, nel senso di una reale solubilizzazione. Esso era in grado di portare in forma di soluzione metalli e sali minerali così da ottenere olii e tinture metalliche (punto su cui tornerò alla fine di questa esposizione), ovviamente senza ricorrere ad artifici della chimica moderna ad esempio l’uso di reagenti corrosivi, il che è ritenuto assolutamente impossibile dalla chimica attuale! Il Menstruum minerale era dunque in grado si dissolvere sali metallici e di renderli volatili. La stessa cosa dicasi per il Sale di Tartaro volatilizzato (il Sale di tartaro è derivato dal tartaro di botte, chimicamente rispondente alla formula del tartrato di potassio C4H5KO6 , passato a carbonato di potassio per calcinazione).

Sale fisso volatilizzato

Sale fisso volatilizzato

Questo sale fisso diventava allora volatile, se correttamente preparato: diveniva cioè in grado di evaporare insieme al solvente, fatto facilmente dimostrabile osservando la sua ri-cristallizzazione sul capitello della storta e non sul fondo del recipiente. Anche questo dato viene ritenuto impossibile dalla chimica moderna… che non conosce il modo di rendere volatili i sali fissi ottenuti per calcinazione! Il Sal Tartari volatilizzato aveva grandi proprietà terapeutiche, note a tutti gli spagyristi, che lo ritenevano essenziale per guarire le malattie che rispondevano a questo rimedio, dette appunto “tartariche” (soprattutto “coaguli” come litiasi, ateromi ecc.).  Tuttavia, come lascia intendere il passo di van Helmont, non era necessario aver ottenuto l’alkaest per ottenere dei sali volatilizzati. I preparati farmaceutici che richiedevano l’intervento di sostanze “filosofiche” venivano classificati come Arcani, Magisteri etc. e rientravano nel campo delle conoscenze propriamente alchemiche. L’adepto in Alchimia aveva appreso ad utilizzare lo Spiritus Mundi e il sale della terra (l’ “umido radicale“) e la conoscenza del Fuoco salino gli dava l’accesso a certi regni della Natura su cui sapeva intervenire. Lo spagyrista in sè stesso non faceva invece null’altro che operare (per lo più solo nel campo del vegetale, salvo eccezioni) utilizzando esclusivamente i componenti della stessa pianta su cui lavorava, al massimo impiegando acqua o un distillato di vino, lo spiritus vini, ma senza ricorrere a materie “filosofiche” cioè ottenute per via alchemica. Alcune risultati -di cui la volatilizzazione degli alkali fissi è l’esempio più importante- potevano nonostante tutto essere ottenuti con operazioni spagyriche e con lavori più lunghi, impiegando i componenti stessi della pianta. Dopo aver fatto questa anticipazione di certi aspetti tecnici – esemplificativa per chiarire sin da subito le differenze specifiche tra la spagyria e la moderna chimica profana, ma anche fra la spagyria e l’Alchimia – entriamo nello specifico illustrando i tipi di preparazioni che la farmacopoiesi spagyrica ha elaborato e le operazioni con cui ottenerle, e le frazioni di cui sono composte.


                                                                        I TRE PRINCIPI

  • Il Solfo. Questo principio si manifesta nel Regno Vegetale nella frazione più volatile dei principi attivi della pianta, gli aromi, i profumi, che danno luogo all’olio essenziale. Esso è l’elemento più alto e nobile, ciò che definisce l’Individualità della pianta, non a caso è rimasta infatti anche nell’erboristeria comune il termine “olio essenziale”, perché individua l’essenza di un certo Ente naturale, in  questo caso un Individuo vegetale. Il Solfo rappresenta il principio più spirituale, il veicolo più alto e “rarefatto”,  l’Invisibile:  non a caso esso risuona nel profumo, percepibile ad un senso differente da quello della vista. Esso corrisponde anche all’elemento Fuoco.
  • Il Mercurio. Indica le componenti liquide della pianta, soprattutto la linfa, ma anche nell’alcol che si forma per fermentazione dagli amidi e dalle cellulose della pianta. Esso è il veicolo dei principi attivi (in gran parte riferibili al Principio Solfo), è anche il veicolo della “memoria energetica” della pianta, il mediatore che accumula le informazioni e le vibrazioni provenienti dal Solfo (secondo l’idea oggi nota come “memoria dell’acqua). A questo principio è riferibile in genere la componente idroalcolica del preparato corrispondente agli elementi Aria (l’alcol) e Acqua (l’acqua).
  • Il Sale. Ottenuto dalla calcinazione della pianta – a differenti temperature a seconda che non si vogliano o meno perdere frazioni volatili del sale stesso – esso è composto da un sale inorganico che per la chimica non è altro che carbonato di potassio  (K2CO3) e, in misura assai minore, pochi altri sali inorganici. Questo è il sale fisso, solubile in acqua, ma non in grado di sublimare a basse temperature. Il Sale rappresenta il principio Corpo, la materia, ma è anche la sintesi degli altri due principi; inoltre il Sale incarna l’Intelligenza vegetale (Sale = Sapienza).  Anche per questo il Sale  è indispensabile a che un preparato sia davvero spagyrico. L’aggiunta del sale è indispensabile per “rivestire” una tintura: esso conferisce, oltre che maggiore stabilità al preparato, delle caratteristiche energetiche e vibrazionali insostituibili. Esso fa da “magnete” infatti per i principi sottili incarnati nel Solfo e nel Mercurio. Per esaltare al massimo grado quest’azione serve però che esso abbia raggiunto la stessa volatilità degli altri due principi ( = spiritualizzazione del “Corpo”) così da costituire con essi un’entità unica. Si vedrà così che lo spagyrista tende a rendere volatile il fisso e fisso ciò che è volatile, e questo è il vero nesso che collega la Spagyria alla tradizione alchemica.  Aggiungiamo che la scienza attuale non riconosce nessuna differenza d’azione a sali provenienti da piante differenti. Tuttavia la Spagyria riconosce differenti proprietà terapeutiche ai diversi sali, malgrado la formula chimica possa essere la stessa (quella del carbonato di potassio) segno che certe informazioni non sono contenute a livello fisico.

Aggiungiamo che in ognuno di questi principi sono riscontrabili ulteriormente un Solfo, un Mercurio, e un Sale, così avremo un Solfo del Sale, un Mercurio del Sale, un Sale del Sale, un Solfo del Mercurio etc.


                                                                                   LE PREPARAZIONI

  1.   –  GLI ELIXIR. I733829_713841748628987_736278082_nn questi preparati il Mercurio deriva direttamente dalla pianta stessa per fermentazione (a volte certi autori antichi la indicano come putrefazione, termine che, come spesso accade in contesti alchemici, assume molti significati differenti). La fermentazione deve avvenire ponendo la pianta fresca in acqua di fonte (viva) in presenza di lieviti naturali, in condizioni d’ombra e senza sbalzi di temperatura. Questa, come ogni lavorazione deve sempre cominciare in luna crescente e favorevole (se la Luna è in Capricorno ad esempio è in esilio). Il ciclo di fermentazione deve durare di regola per una lunazione intera. Terminata la fermentazione si filtra il liquido ottenuto per ottenere una miscela idroalcolica; quest’ultima verrà sottoposta a distillazione così da avere un alcol più concentrato. La distillazione va compiuta a temperatura dolce, in genere è sufficiente arrivare ad un alcol a 50°. Il Mercurio che si avrà sarà dunque una miscela di alcol e di una frazione non trascurabile di acqua “informata” dalla pianta. Come si vedrà la differenza di fondo rispetto alla Tintura è proprio che negli Elixir il “mercurio”, impiegato per estrarre lo Spirito e l’Anima vegetale, è quello derivato dalla pianta stessa. Ora si metterà a macerare altra pianta fresca in questo “mercurio” lasciando raggiungere il tutto dai raggi solari, sino a che tutto il materiale solido non sia stato digerito (rimane solamente lo scheletro della foglia, ad esempio); questa operazione dura in genere un’intera stagione. Alla fine, la componente solida rimanente viene torchiata, asciugata e calcinata per estrarre dalle ceneri i sali solubili. Questi verranno uniti all’estratto liquido per la circolazione finale (su cui torneremo alla fine).
  2.  –  LE TINTURE .    In questo caso il Mercurio (solvente) utilizzato per l’estrazione del Mercurio e del Solfo vegetale non deriva dalla pianta stessa ma da un altro solvente, un solvente universale (sia pure limitatamente al Regno vegetale). Dunque questo alkaest è vegetale è lo Spiritus vini rettificato. Si tratta di un distillato di vino, di altissima gradazione ottenuto solo con mezzi naturali e con accorta distillazione. Il termine acquavite deriva proprio dalla tradizione alchemica. La gradazione alcolica dello Spiritus vini se magistralmente preparato deve arrivare a circa 96° per successive distillazioni. 1505544_713841978628964_287444092_nInoltre la rettifica prevede di aggiungere il “suo” sale, cioè di nuovo il Sale fisso di Tartaro; questa mineralizzazione è necessaria a togliere la memoria residua all’acquavite proveniente dal vino a renderla un perfetto “solvente universale” in grado di ricevere ed estrarre in modo assoluto i Principi (l’insieme di Solfo e Mercurio), cioè  l’ “anima tingens” della pianta di cui si vuole fare la tinctura. Rispetto ad un’acquavite industriale, sebbene di identica formula chimica e composizione percentuale, queste preparazioni spagyriche portano ad uno spiritus vini davvero “vivo”. Le caratteristiche organolettiche sono infatti inconfondibili: hanno un sapore e un odore dolce e gradevolissimo che nessuna preparazione “morta” cioè industriale riesce a riprodurre; inoltre sebbene si tratti un alcol ad altissima gradazione esso non brucia in bocca! Esso ha proprietà energetiche notevoli (che un soggetto sensibile può riconoscere) e già di per se possiede proprietà curative. Pende un grande mistero della Natura sul perché si usi proprio il vino per preparare un tale mercurio universale ; ci limiteremo a far osservare che forse non è un caso se il sacerdote nella Messa usi appunto proprio il vino e che esso è stato spesso usato in numerosi riti religiosi della Tradizione mediterranea a cui le stesse origini dell’Alchimia sembra potersi collegare.  L’uso di questo “mercurio” implica un potere estrattivo differente rispetto a quello del “mercurio” che si vede in azione negli Elixir: in questi si ha un’azione assolutamente organica e armoniosa come in ogni opera spagyrica e certamente l’uso del “mercurio” proprio della piante stessa rafforza questa armonia nel ricostituire l’Ente originario, ma nella Tintura trova impiego in questo ruolo una Spirito universale (vegetale) che conferisce un potere estrattivo massimo rispetto ai principi sottili della pianta. E’ quindi naturale aspettarsi da un preparato sotto forma di tintura un’azione energetica o psichica notevolmente più forte, laddove l’elixir avrebbe un’azione più moderata.Ovviamente anche nelle tinture si completa il tutto con l’aggiunta dei sali della pianta calcinata e la circolazione.
  3.  – LE QUINTESSENZE . Si tratta della preparazione spagyrica per eccellenza, e soprattutto la più “completa” in quanto estrae, purifica e lavora separatamente tutti e tre i Principi. Per estrarre il Solfo (gli oli essenziali) dobbiamo partire anzitutto da una pianta essenzifera, che produca questa componente in quantità sensibile, condizione indispensabile per questo tipo di preparazione. L’estrazione egli oli può avvenire in vari modi. Laddove non si può eseguire spremitura a freddo, allora si dovrà procedere a distillare in corrente di vapore partendo dalla droga vegetale, usando acqua di fonte. Il risultato sarà allora quello di ottenere così l’olio essenziale ed un residuo di idrolato, un’acqua aromatica (il “Mercurio del Solfo”). Ciò che resta del residuo solido della pianta verrà poi messo a fermentare così da dare un vino vegetale (come sopra si è detto) che generalmente avrà bassa gradazione alcolica, ed esso sarà il nostro Mercurio. E’ necessario che esso venga portato per distillazione a 96°, perdendo l’acqua (queste successive distillazioni corrispondono ad altrettante purificazioni anche in senso “energetico”). L’acqua che residua dalla distillazione del Mercurio è detta Flegma.  Vi è anche un’altra strada per estrarre il Solfo ed è quella indicata da Von Bernus: si tratta di far macerare la pianta in un alcol a basso tenore (sui 5°) per ‘aprire’ il vegetale, magari tramite aggiunta di poco aceto, ma senza far fermentare – Von Bernus sconsiglia la fermentazione spagyrica perché essa fa perdere molti principi attivi, riservandola unicamente a piante velenose come il Conium (cicuta),o la Nux Vomica (stricnina). Il Mercurio, in questo secondo metodo, viene estratto per lenta distillazione, lasciando sul fondo un residuo della consistenza del miele, che sono gli oli condensati (Solfo). Una volta separati Mercurio e Solfo, il residuo solido della pianta viene calcinato in coppella, alla temperatura necessaria dando per residuo delle ceneri. Queste saranno trattate per lisciviazione con il Flegma, di cui sopra, per separare il sale insolubile (la scoria terrosa detta “caput mortuum“) dal sale solubile fisso, in genere di colore bianco o con tenui sfumature legate alla presenza di alcuni elementi. Questo è il Sale Fisso che dovrà essere reso volatile per dare una vera Quintessenza. Crediamo di non svelare nessun segreto accennando che una delle chiavi per ottenere la volatilizzazione degli alkali fissi sta proprio nel Solfo con cui si dovrà animare questi sali, prima di condurli a “circolare” per successive coobazioni con il loro Mercurio. Il risultato finale sarà infatti un preparato totalmente anidro e totalmente volatile. Anidro in quanto il sale (carbonato di potassio) che è igroscopico adsorbe, cattura la percentuale di acqua presente nell’azeotropo, cioè nell’alcol che è stato portato a 96°. Si giunge così, ricongiungendo le diverse frazioni, nella Congiunzione, a creare una reale Quintessenza per via dell’intima connessione fra i quattro elementi che compongono l’Ente originario: Fuoco (l’olio essenziale), Aria (l’alcol), Acqua (il Flegma della distillazione), Terra (il Sale). I quattro intimamente riconnessi ricostituiscono l’unità originaria, la Quintessenza in senso aristotelico, ma dopo che ogni singola parte è stata purificata e perfezionata. L’Individuo vegetale è stato così rigenerato e perfezionato.

L’ultima tappa del processo – comune ad ogni preparazione spagyrica, è dunque infatti la Circolazione: rota-02 Una volta ricongiunte tutte le componenti vengono poste e chiuse ermeticamente in pallone ad espansione (o ‘testa di moro’), sottoposti ad una temperatura costante detta di “ventre di cavallo” (a questo alludono i testi alchemici quando parlano di “sterco di cavallo”) o di “chioccia”. La temperatura è di 40° gradi e questo processo durerà per un mese filosofico ( canonicamente 40 giorni) o quanto l’artista spagyrico valuterà necessario. Nel recipiente per effetto del calore i liquidi si espanderanno, evaporeranno e ricondenseranno precipitando. Questo solve et coagula riproduce il moto ciclico delle meteore atmosferiche (il ciclo dell’acqua della scienza moderna), tutto ciò che avviene nel recipiente spagyrico infatti non è altro che la vita di un microcosmo che segue l’ordine analogico del macrocosmo. In questo continuo rarefarsi e ricondensarsi della materia, le interazioni elettrostatiche (legami idrogeno e  di Van der Waals) tra le molecole del liquido si rompono e si ricompongono ciclicamente, in continuo: questo continuo riconfigurarsi delle interazioni intermolecolari corrisponde a ciò che la preparazione omeopatica fa con la succussione del solvente. Si tratta dunque di una effettiva e indispensabile dinamizzazione. Akhenaten-aten-2Vi è un ulteriore fattore: durante tutto questo periodo il recipiente di vetro trasparente viene esposto ai raggi dei luminari: la Luna (mediatrice di tutte le influenze cosmiche) e il Sole, che attivano questo ‘microcosmo’ dall’esterno. Questo tipo di “dinamizzazione” per solarizzazione è una tecnica che è stata poi utilizzata anche dal dott. Bach nel preparare molti suoi rimedi floreali. Questo è il modo per rendere al massimo grado la capacita energetiche di un Individuo vegetale. Scrive Von Bernus: “Gli Iatrochimici ottenevano una vera Quinta Essentia che possedeva un enorme potere terapeutico, non paragonabile a quello delle odierne tinture, omeopatiche e allopatiche”.  Anche rispetto all’omeopatia vi è una notevole differenza: le estrazioni “parziali” sono, dal punto di vista spagyrico, potenzialmente poco sicure perché non esprimono tutta l’Intelligenza  della pianta, ad esempio i dinamismi sottili dei principi volatili (Solfo e Mercurio) non hanno un’intelligenza salina a bilanciarli. La tintura madre da cui si preparano le diluizioni omeopatiche ad esempio sono espressione solo dello “Spirito mercuriale“. Si sa che l’omeopatia sfrutta volutamente questi aspetti “squilibrati”, diluendo la tossicità ponderale che sarebbe spesso fatale, per costringere la forza vitale a reagire ad uno stimolo patologico estremante sottilizzato per attivare le sue capacità reattive latenti, in questo agendo in modo appunto omeo-patico, di contro alla spagyria che agisce invece in modo omeo-fisiologico, potenziando le capacità vitali in modo diretto. Maggiormente, rifacendosi alla sapienza naturale degli spagyristi si può leggere, negli oli essenziali normalmente impiegati in aromaterapia, un Solfo non purificato né rettificato (almeno a livello sottile, mentre a livello fisico è possibile un buon grado di purezza) ed inoltre non bilanciato dagli altri due Principi. Questo fa intuire che l’aromaterapia ordinaria comporta una certa dose di “problematicità” in effetti a noi nota, ma che la tradizionale Sapienza spagyrica, ben più antica, saprebbe ben spiegare.

Vi sono poi delle tinture metalliche a cui ho accennato sopra, così come nel mio articolo sulla Iatrochimica. La medicina spagyrica prevedeva infatti di operare non solo sul vegetale ma anche sul Regno animale (ad esempio le corna di cervo) e sul Minerale. A questo settore afferivano le Tinture di minerali e coralli (molto importanti questi ultimi per la cura di disturbi neurologici e psichiatrici). Non si trattava ovviamente di aggredire i metalli per ottenere la solubilizzazione con reagenti altamente corrosivi o aggressivi (le varie acque forti o acqua regia, pur scoperte dagli Alchimisti) per poi allontanare il solvente con etere e avere una dispersione colloidale del metallo. Questi sono meri artifici chimici che nulla hanno a che vedere con la vera Arte. Infatti i minerali di miniera nativi, se aggrediti con questi mezzi violenti e non naturali diventano morti, e nulla hanno da offrire in termini di reale Tintura (intesa come estrazione dell’ anima tingens). Per ottenere una tintura metallica occorre partire da un minerale del metallo estratto dalla terra, sgangato e reso in polvere fine, ma è solo attraverso l’alkaest che questa può davvero “putrefare”, dando poi luogo ad una massa resinosa detta “vetro” da cui per varie e spesso lunghe distillazioni di possono estrarre i tre principi del minerale. Non di tratta di sciogliere il metallo con qualche artificio chimico ma di “aprirlo” e con successive e spesso lunghe distillazioni, estrarne l’anima tingens, decolorando effettivamente un metallo anche nobile, ad esempio l’oro per la Tintura aurea di Paracelso. Tuttavia quasi nessuno di questi risultati si può raggiungere senza aver ottenuto lo Spiritus Vini philosophici o Alkaest, e pertanto la Spagyria minerale, pur essendo altra cosa dall’Alchimia, sfuma in essa. Gli Iatrochimici del  passato e coloro che oggi vogliono ottenere medicamenti dal minerale devono necessariamente muovere dei passi sul sentiero alchemico. Il Regno minerale ha una profondità, come sa chi studia omeopatia, che né l’animale né il vegetale raggiungono.

La iatrochimica – parte III

…segue dalla parte II.

L’effettiva capacità terapeutica dei rimedi di Paracelso ( e della spagyria minerale e vegetale in genere) fu incontestabile: le “miracolose” guarigioni ottenute in tempi piuttosto rapidi e in gran numero (cosa su cui le fonti storiche concordano) non ci lasciano dubbi al riguardo, così come il fatto che Paracelso ottenne in tempi rapidissimi onori e cariche amministrative in campo sanitario e a livello accademico malgrado il suo famigerato “caratteraccio”, cosa che certo non gli sarebbe stato possibile se la sua medicina non fosse stata di indiscussa efficacia.

74-0687-1Dopo Paracelso la tradizione iatrochimica e spagyrica conobbe almeno due secoli di enorme successo. Fu portata avanti dal suo discepolo, Rhumelius e altre notevoli figure furono De le Boe Sylvius, Kerkring, Van Helmont, Welling, Kirchwger, Starkey, Glauber (inventore del “sale inglese”), Hollandus,  Agricola, Weidenfeld (autore del “Segreto degli Adepti“), Crollius (con la sua “Basilica Chymica“) e il medico napoletano Donzelli (autore del “Teatro farmaceutico, dogmatico e spagyrico“), il francese Le Breton, a testimonianza della sua diffusione in tutta Europa.

Nelle opere di questi autori, ad esempio nella “Chymische Medizin“di Agricola,  troviamo citati i casi clinici da essi trattati e i notevoli successi anche in casi di patologie tutt’oggi ritenute inguaribili.

Tuttavia la natura segreta di alcune operazioni e di alcuni ingredienti, soprattutto relativi all’ottenimento dell’alkaest e alla volatilizzazione degli alcali, ha creato un certo limite alla sua diffusione e “standardizzazione”.
Nemmeno tutti gli autori nominati furono effettivamente degli “Adepti” nel senso stretto e tecnico del termine, cioè non tutti furono in grado di ottenere l’alkaest e di proseguire nell’Opera. Anche se la spagyria era solo un campo applicativo e minore dalla Tradizione alchemica ne mantenne la segretezza (per varie e a mio avviso giustificate ragioni). Sul finire del XVIII secolo i reali possessori dell’Arte divennero in numero sempre minore. La spagyria, vegetale o minerale, perse la visibilità e la rinomanza di cui godette anche nella cultura ufficiale dei secoli precedenti. Col tempo essa si “eclissò” gradualmente e rimase appannaggio della tradizione interna di alcune logge rosicruciane soprattutto in Germania, nei cui scritti a stampa (soprattutto del XVIII sec.) si trova traccia del sicuro deposito di questa tradizione.

 

plates58-61elementa(sized)1718Ciò che attirò le critiche fu il fatto che la medicina allopatica successiva provò la strada dei preparati metallici ma senza le “chiavi” alchemiche. Ovviamente però i sorprendenti successi della vera spagyria minerale non furono nemmeno lontanamente uguagliati dalla medicina e profana la quale, provando ad imitare Paracelso, non riuscì mai ad eliminare il problema della tossicità nè ad attivare le  forze sottili di guarigione che sono attive nei metalli resi “filosofici“.  Ne derivò l’accusa di ciarlataneria dovuta soprattutto all’incomprensione e all’incapacità di padroneggiare i segreti dell’arte, da cui la fama di inconsistenza e pericolosità della medicina metallica e iatrochimica. Basta prendere un libro qualsiasi di storia della medicina e della chimica per per vedere deriso il metodo di cura della sifilide per mezzo del Mercurio.

La verità è che nessuno storico della medicina conosce l’esatta preparazione dei rimedi mercuriali spagyrici di Paracelso, e furono semmai i medici successivi ad impiegare amalgame grossolanamente preparate con effetti disastrosi e di notevole tossicità.  Ad esempio, a questo riguardo, sappiamo sia dagli scritti di Basilio Valentino, sia da quelli di Paracelso, dell’effettiva capacità di guarire il “mal francese” o Lue, con l’uso di derivati mercuriali.  Gli iatrochimici sapevano preparare il Sublimato di Mercurio (o “Serpente pietroso” degli alchimisti”) in maniera da farne un rimedio sicuro che poteva essere assunto in dosi ponderali! Paracelso era famoso per portarne con sè sempre una dose nel pomello della spada.Paracelsus_1 Ugualmente non poteva essere compreso il metodo per rendere solubili metalli come l’oro e l’argento, sino ad ottenere soluzioni di argento potabile o di oro potabile (che non era il cloruro d’oro, o aurum muriaticum) e a poterli impiegare in dosi ponderali. Aggiungo solo che numerosi risultati di cura di patologie cancerose furono riportati dagli iatrochimici, ad esempio dal citato Agricola del XVII secolo,  proprio impiegando l’ “aurum potabile“, uno dei più elevati e potenti rimedi spagyrici, insieme all’Antimonio, nella cura delle malattie cancerose. Agricola riferisce che si potevano ottenere guarigioni rapide e sorprendenti, ad eccezione dei casi in cui la patologia avesse già “corroso e invaso le vene” [metastasi]. Questo passaggio fa fede anche della verosimiglianza di queste guarigioni, del rigore clinico nelle osservazioni degli iatrochimici e della loro onestà nel riscontrare i limiti terapeutici.

L’unico modo per recuperare – anche se solo in parte- la capacità penetrativa di questi rimedi, soprattutto quelli minerali fu, per lungo tempo, solo l’omeopatia. Sicuramente introdurre la diluizione, perfino subponderale, fu una necessità ineluttabile per non rinunciare a questi potenti rimedi anche da parte di preparatori e farmacisti che nulla sapevano di alchimia. Hahnemann ebbe dunque l’intuizione di usare le diluizioni per abbattere la tossicità (altrimenti non rimossa) anche se tuttavia l’idea stessa fu attinta da Paracelso (di cui il fondatore dell’omeopatia fu un serio lettore) il quale descrisse metodi di preparazione e diluizione delle polveri per mezzo della triturazione, anche se altrove nella sua opera Hahnemann ha inspiegabilmente mosso parecchie critiche alla medicina di Paracelso definendo la dottrina delle Segnature “la follia degli antichi medici“.

In realtà alcuni rimedi omeopatici hanno sorprendentemente – al di là della giustificazione legata alla pur reale sperimentazione del proving patogenetico-  un’origine nelle associazioni e segnature derivate dalla medicina paracelsiaca. Prendiamo il caso della cura della Lue. Ora, in omeopatia, uno dei rimedi classici per la diatesi luetica (connessa anche a un atavismo “sifilitico”) è proprio il Mercurius omeopatico, sia solubilis che il sublimatus corrosivus.

Un discorso analogo si potrebbe fare anche per altri rimedi come Antimonium tartaricum e Stibium sulforatum crudum vel nigrum.

Una volta calcinato per via spagyrica il tartrato diventa, chimicamente, null’altro che carbonato di potassio. Tuttavia sappiamo che esso, se preparato secondo l’Arte, garantisce delle proprietà che non sono quelle di questo semplice sale.  Il Sale di Tartato reso volatile (per via spagyrica) era il rimedio per ogni concrezione e deposito di tossine (urati, ossalati ecc..), la cura delle calcolosi e della gotta, così come per la disostruzione delle vie arteriose, respiratorie ecc… Van Helmont scrive:

“quando i sali refrattari al fuoco vengono resi volatili acquistano poteri prossimi a quelli dei Grandi Arcani. Arrivano fino all’inizio della quarta digestione e rimuovono tutti gli ingorghi.”

Nella medicina paracelsiaca le malattie “tartariche” corrispondono a quelle che più tardi in omeopatia verranno definite “sicotiche”.

Il Tartrato d’Antimonio, un sale erbo-metallico, assommava le capacità detossificanti dell’Antimonio (principalmente diaforetiche) con quelle disostruenti del Sale volatile del Tartaro. Non stupisce allora che, nell’omeopatia attuale, Antimonium tartaricum sia sopratutto usato per disostruire le vie respiratorie.  L’Antimonium crudum invece è esattamente lo stibnite cioè il solfuro di Antimonio allo stato nativo quello non trattato ancora spagyricamente, è allora indicato per i disturbi digestivi, secondo la descrizione della tossicità dell’Antimonio nativo descritta da Basilio Valentino. E’ evidente allora la natura omeo-patica di quest’ultimo rimedio. Ugualmente avrei agio a mostrare la validità della dottrina delle segnature, pur criticata da Hahnemann (cfr. “Esame delle fonti della Materia Medica“, 1801) proprio osservando che l’omeopatia conferma di frequente gli impieghi tradizionali basati sulle segnature: si pensi ad un Aurum cloratum, notoriamente cardiotonico e antiaritmico, indicato soprattutto in presenza di forti palpitazioni, o di un Aurum metallicum, entrambi possibili rimedi per pazienti depressi. Sappiamo dalla dottrina delle segnature che proprio l’Oro è il governatore della funzionalità cardiaca e della vitalità generale (al cui venir meno possono essere associate certe depressioni- segnatura solare).  Anche il potenziale impiego di certi rimedi di Aurum, sia il muriaticum che il natronatum muriaticum, in alcune patologie neoplastiche (specie uterine) era già noto agli spagyristi fra le indicazioni dell’ Oro Potabile (ved. supr. Agricola, op.cit.). 1

Va detto ovviamente che l’omeopatia nasce per via del tutto indipendente e i due sistemi di cura sono differenti, ma è più che probabile che alcuni rimedi originariamente introdotti da Hahnemann siano stati suggeriti anche dalla considerazione della letteratura spagyrica, anche se rimane, questa, una semplice ipotesi. Pur nella indipendenza delle due vie si nota in effetti la concomitanza di certi rimedi. La via spagyrica e quella omeopatica rappresentano allora su certi “rimedi coincidenti” i due poli di uno stesso Ente Naturale, le due polarità estreme: una omeo-patica e l’altra omeo-fisiologica. La Iatrochimica indicava la via per “aprire” i metalli e perfezionarli per via alchemico-spagyrica onde renderli del tutto a-tossici. Si esaltava così il potenziale naturale rendendolo assimilabile al livello “vibratorio” (si direbbe oggi) di quel metallo o minerale  (eliminando le fecce o le crudità avrebbero detto gli spagyristi). Il risultato è un rimedio fisiologico in grado di sostenere l’analogo Ente-principio nell’essere umano (su tutti tre i livelli, fisico-corporeo, animico e intellettuale, rappresentati dalla triplicità Sale-Mercurio-Zolfo).

L’omeopatia non rettificando i metalli  per via alchemica ne depotenzia tuttavia ogni tossicità fisica per via della progressiva diluizione la quale ha, peraltro, anche l’effetto di amplificare il potenziale sottile, in ragione inversa alla diminuzione di materia grossolana. Essendo un processo omeo-patico, tuttavia, l’informazione (energetica o vibrazionale) che essa conserva è di tipo “patologico” o meglio “patogeno-simile”. Conservando a livello sottile le potenzialità tossico-patogeniche (che la preparazione spagyrica “purifica” o, se vogliamo, sopprime) e le potenzialità “squilibranti” insite ad ogni Ente di Natura ( “imperfetto” per definizione) essa ne mima il potenziale patogeno cioè la corrispondente alterazione indotta nell’omeostasi fisiologica degli altri esseri viventi. Crea in sostanza un modello patologico, simile ma non uguale alla patologia che si vuole curare. In questo modo stimola la  Vis Vitalis a reagire attivando un surplus di risposta. Questa differente potenzialità d’azione fra omeopatia e spagyria, è facilmente dimostrata: tornando all’esempio citato dell’Oro, Aurum metallicum ha anche indicazioni per soggetti che fra i segni psicologici riportano anche una particolare tendenza all’orgoglio eccessivo e all’arroganza, segni simili a Platinum. Ora, è evidente in queste manifestazioni l’azione squilibrata del principio “solare”, il suo modello patologico o pervertito!

Questo impiego del rimedio omeopatico non sarebbe “mimabile” dal rimedio spagyrico, il che dona grande flessibilità all’omeopatia. D’altra parte indica anche un limite dell’omeopatia: quello di costituire una via  di “reazione”. In certi casi però potrebbe essere necessario integrare il principio carente piuttosto che stimolare il complesso psico-fisico umano a concentrarsi sulla propria manifestazione squilibrata; così come nei casi in cui la Vis Vitalis è bassa o insufficiente (soggetti anziani o convalescenti dopo lunga e spossante malattia, o fortemente intossicati). In tali casi la risposta omeopatica sarà condizionata dalle scarse riserve energetiche e quindi potrebbe trovare una battuta d’arresto (cosa a  volte constatabile anche in presenza di rimedi ben scelti). In quei casi sarebbe utile far aprire la strada ad altro genere di rimedi. In ogni caso credo sia una conseguenza della complementarità d’azione fra la via omeopatica e quella omeo-fisiologica.

Questi sono solo dei cenni ai rapporti intercorrenti fra la spagyria e l’omeopatia, ma spero di aver esposto alcuni punti.

Fortunatamente il secolo scorso ha visto l’inatteso riemergere in superficie di una tradizione alchemica che si riteneva sparita e si è manifestata attraverso autori diversi (non solo il “mitico” Fulcanelli) fra i quali Frater Albertus in America, Solazaref in Francia e altri autori anche solo interessati alla spagyria vegetale come lo svizzero Augusto Pancaldi. In questo contesto, miracolosamente dovrei dire, è stato anche possibile che almeno due laboratori siano stati in grado di fare preparazioni spagyriche in particolare metalliche, entrambi operanti in Germania, sin dalla prima metà del Novecento. Si tratta del laboratorio di Glückselig e quello del barone von Bernus, i cui prodotti sono dei complessi erbometallici di notevole efficacia [pur essendo preparati spagyrici a tutti gli effetti, sia pure sotto l’elaborazione personale degli autori, per ragioni di registrazione la Farmacopea tedesca li ha assimilati a prodotti omeopatici, specie per i componenti minerali, i quali hanno assunto la nomenclatura dei “corrispondenti” omeopatici, anche se sono rimedi di preparazione differente].

Sicuramente le lavorazioni spagyriche hanno una chiave posseduta da pochi (specie per le lavorazioni minerali) e questo rischia di segnarne la sopravvivenza; noi ovviamente auspiachiamo che ciò non accada.Con questo auspicio si chiude la presente trattazione.

Quanto al primo divulgatore-riformatore di questa Tradizione, Paracelso, ci piace ricordare che egli ormai vive come Archetipo di un particolare modo di intendere la Medicina. Ciò è vero specie nei paesi di lingua tedesca. Nell’Inconscio Collettivo tedesco Paracelso è andato incontro ad un processo di divinizzazione che l’ha visto trasposto in  una sorta di Genio della Medicina, cosa che accadde al medico Asclepio presso i Greci (secondo un processo che gli storici delle religioni chiamano “evemerizzazione”). Quando, nel 1831 la zona delle Alpi austriache fu colpita da una pericolosa epidemia di colera, gli abitanti si recarono in processione a Salisburgo -dove riposano i resti di Paracelso- piuttosto che dal santo patrono della città, a chiedere il suo intervento miracoloso per la fine dell’epidemia. Un dato interessante sul piano antropologico, e non solo.

 

 

 

 

La iatrochimica – parte II

…segue dalla parte I.

 

L’ultimo elemento su cui fare luce delle incomprensioni della storia della medicina è l’uso di rimedi metallici.

Crisopeya

Immagini tratte dalla Chrysopoeia di Cleopatra, testo egizio-ellenistico

Normalmente si suole ritenere che sia stata un’innovazione di Paracelso che avrebbe anticipato l’ uso di medicinali preparati chimicamente e non vegetali. In realtà l’uso di preparazioni metalliche o minerali era molto antico.
Già la Materia Medica di Dioscoride comprende diversi rimedi di origine minerale. l’alchimista egizio-ellenistico Zosimo di Panopoli, nel suo trattato sulle tinture, parla di lavorazioni fatte per fusione a partire da “terre” e  “sabbie”, e si trattava di “tinture tempestive” perché fatte secondo prescrizioni di tempi particolari riconducili all’alchimia, in contrapposizione  alle “tinture naturali”.(cfr. J.Lindsay, Le origini dell’alchimia nell’Egitto greco-romano). Ugualmente l’alchimia indiana ha conosciuto una sua specializzazione nel Rasayana, la scienza di produrre succhi erbo-metallici o solo metallici derivati da calcinazione di ossidi e dall’uso del Mercurio.

Ovviamente l’impiego dei minerali e soprattutto dei metalli è stato sempre fortemente limitato dalla potenziale tossicità di molti di questi elementi. Come vedremo tuttavia è stata sempre una caratteristica della pratica alchemica quella di preparare adeguatamente le sostanze minerali in modo da ottenere rimedi prodigiosi e ovviamente assolutamente sicuri, questo sia nell’alchimia egiziana e poi araba (al-chymia), indiana (rasayana) o cinese (wei dan). Anzi la preparazione di rimedi vegetali non era normalmente connessa con la lavorazione alchemica. Semmai è stato Paracelso (in parte sulla scia di Raimondo Lullo) ad introdurre la pratica spagyrica nel perfezionamento della medicina vegetale, sul parallelo analogico dell’Opera metallica.  Purtroppo gli storici della medicina non hanno mai considerato l’Alchimia e la Spagyria; proprio a causa di questa ignoranza di fondo hanno completamente stravolto la realtà: l’innovatività di Paracelso sta semmai nell’aver introdotto un nuovo settore della pratica alchemica, quella sul vegetale, essendo le lavorazioni su metalli e minerali assai più antiche e “prestigiose”. Paracelso ha esteso, attraverso procedimenti analogici, i processi alchemici in funzione di un perfezionamento alchemico anche nel regno vegetale, cosa precedentemente considerata con scarso interesse dagli alchimisti. Il paradigma storico va allora completamente rovesciato.

Il motivo per cui l’uso dei metalli non era parte integrante della medicina comune sta proprio nei successi e nel segreto alchemico. La preparazione del rimedio metallico è opera non comune. Il regno minerale veicola “forze” molto più distanti dall’umano del regno vegetale e anche sul livello semplicemente fisico la tossicità del minerale fu sempre un ostacolo notevole per i medici anche antichi, parlando ovviamente della medicina corrente e comune.

titleTradizionalmente l’alchimia possedeva la tecnica per “aprire” i metalli cioè per eseguirne la lavorazione così da ottenere un olio o tintura metallica  edibile e non tossica, e in grado di esprimere tutte le potenzialità curative portate alla massima esaltazione possibile per quel metallo. Ciò era possibile perché l’artista sapeva come preparare un Alkaest, un solvente adeguato a solubilizzare i metalli e i minerali, e anche a renderli in grado di sublimare! Fra l’altro uno dei risultati di ciò era di poter impiegare i metalli in dosi ponderali.
In questo tipo di preparati la tossicità dei metalli veniva completamente eliminata. Ovviamente tutto ciò rimane assolutamente incomprensibile per la chimica profana. Da notare che nel ciclo di purificazione di un metallo, ad esempio l’Antimonio, si ottiene come scarto un “Sale Arsenicoso” o “Solfo arsenicale”, per usare il linguaggio alchemico-spagyrico,  in massa superiore a quella contenuta nel prodotto di partenza.
Tutto ciò è una palese violazione della Legge chimica di Lavoisier sulla conservazione della massa (“nulla si crea nulla si distrugge“). In realtà quella che avviene (con apporto reale di materia!) è una cristallizzazione delle forze sottili e invisibili che determinano la tossicità del metallo e la sua “imperfezione”, tossicità che non è presente solo a livello fisico. Peraltro va notato che i meccanismi tossicodinamici dei metalli pesanti non sono completamente spiegati dalla scienza ufficiale.

Ovviamente questi risultati sono ottenibili solo per via filosofica (cioè alchemica) e partendo da metalli di miniera e viventi (cioè senza processi meccanici che compromettano le potenzialità sottili). Più avanti spero di poter dare maggior dettagli tecnici (nei limiti della tradizionale riservatezza del tema) su questi processi. Per ora mi limito a far notare -da chimico- che nessun artificio della chimica profana, che lavora su materie “morte”, è in grado di eguagliare né di spiegare questi risultati che può solo denigrare come “fantasie”…

Gli alchimisti e spagyristi rinascimentali riconoscevano i Sette Metalli della Tradizione: Piombo, Stagno, Ferro, Oro, Rame, Mercurio e Argento a cui venivano aggiunti i metalli bastardi (per noi sarebbero dei metalloidi o dei solfuri), cioè le Marcassiti (a cui Paracelso dedica un capitolo dei suoi Arcidoxa) e poi il Bismuto ( Wiszmut, termine coniato sempre da Paracelso) quale “bastardo” fra Stagno e Ferro e infine l’Antimonio (conosciuto fin da tempi remotissimi) quale “bastardo” fra il Piombo e lo Stagno.

stibnite-and-caustic-red-liquidIn realtà in molte vie alchemiche il famoso “piombo”, volgarmente ritenuto la “materia prima” degli Alchimisti, era in realtà non il Piombo elemento chimico, ma un particolare solfuro nativo dell’ Antimonio avente certe “somiglianze” con il piombo. Sino a Basilio Valentino quasi nessun autore osò esplicitare questa materia prima nominandola direttamente. Con Basilio Valentino si apre il filone della letteratura alchemica antimoniale. La sua opera “Il Carro trionfale dell’Antimonio” è un’opera alchemica ma contiene anche numerose indicazioni per la lavorazione medico-spagyrica dell’Antimonio per finalità terapeutiche, in particolare un modo per confezionare l‘olio rosso di Antimonio, perfettamente privo di ogni tossicità e in grado di eliminare ogni forma di concrezione o accumulo tossico dai corpi. il Benedettino di Erfurt scriveva anzi che proprio l’Antimonio  così velenoso possa diventare un ottimo “purgante” di ogni veleno. Ciò che rende velenosa una sostanza minerale per gli organismi animali è la presenza di un qualcosa di “crudo”, una “terra mercuriale” non cotta che rende inidoneo, non fruibile o addirittura dannoso lo stadio energetico elementare che si trova in molti esseri del Regno Minerale, così distante da quello Animale (ragion per cui invece i rimedi vegetali sono spesso più prossimi e adatti all’uso, sebbene poi non posseggano la profondità del Minerale). Ma sono proprio i veleni i migliori  detossificanti (per azione diaforetica, diuretica ecc..), per la presenza di uno “spirito volatile mercuriale” , tuttavia sarebbero i rimedi fissi -secondo Basilio Valentino- ad avere la piena capacità di rimuovere alla radice i mali e non solo gli aspetti sintomatici o superficiali (cosa che spetta ai rimedi “volatili”). La preparazione dell’Antimonio serve esattamente a separare il fisso dal volatile, il buono dal venefico, per azione del fuoco microcosmico (fornello) e di un secondo fuoco (“nuovo Vulcano” nel testo di Basilio Valentino) cioè il fuoco segreto dell’alchimia, che giungono a portare a compimento un processo di maturazione che il Vulcano macrocosmico (il fuoco terrestre) ha lasciato imperfetto.M2

Lo iatrochimico cercava di ottenere i rimedi minerali solubilizzando i metalli per mezzo di ciò che Paracelso chiamava il Circulatum Maius (altro nome dell’alkaest) e di ottenere soprattutto olii o elixir di colore rosso, segno indicativo della “vita minerale” e soprattutto del fatto che la preparazione avesse raggiunto il massimo perfezionamento sottile.
L’impiego tradizionale era la via del Simile: l’astro è guarito dall’Astro, insegnava Paracelso. Si introduceva la qualità carente attraverso l’uso di un rimedio di uguale polarità o segnatura, dunque il criterio d’uso era di tipo omeo-fisiologico e non omeo-patico (ricerca del simile fisiologico e non del simile patologico). Le tradizionali segnature e corrispondenze sono:

  • Sole – Oro – cuore e sistema vascolare/circolatorio.
  • Luna – Argento – gonadi, secrezioni umorali,stomaco, sistema nervoso centrale.
  • Mercurio –Mercurio – polmoni (Gemelli), sistema nervoso periferico, circolazione linfatica.
  • Marte – Ferro – emopoiesi, vescica biliare, succhi acidi dello stomaco, vulva, uretra.
  • Venere – Rame – reni, gola, laringe, alcune funzioni sessuali.
  • Giove – Stagno– fegato, membro maschile.
  • Saturno – Piombo– milza,articolazioni, ossa, mineralizzazione, corretto bilancio salino.
  • Terra – Antimonio –  eliminazione di tutte le tossine/ accumuli tossici endogeni o esogeni, depurazione del sangue, diaforetico, malattie della pelle.

(Come si nota l’Antimonio corrisponde alla Terra, madre dei metalli e questo può dare dei suggerimenti per la comprensione di alcuni  Arcani naturali…)

 

Continua….

 

La iatrochimica – parte I

La storia della scienza mostra il più delle volte una totale incomprensione della iatrochimica di Paracelso. Meno incomprensione mostrano invece gli storici delle dottrine esoteriche, in quei paesi dove tale ambito di studio è diventato materia di ricerca universitaria.

Alcuni vi hanno visto un rivoluzionario anticipatore della medicina allopatica o chemioterapica o un contestatore della medicina aristotelico-galenica, precursore della scienza moderna al pari di Galileo. Nessuna affermazione potrebbe essere più falsa.

Paracelsus_1_466Paracelso (1493-1541) contestava la medicina profana da università perchè era un iniziato e professava la Medicina degli Adepti, della quale fu il principale “diffusore”. Le sue concezioni mediche non si basavano solo sulle conoscenze convenzionali delle università (si laureò in medicina a Ferrara ) ma soprattutto sulla visione alchemica della Natura e sulla conoscenza dei procedimenti spagyrici per la preparazioni di potenti rimedi (corrente a lui preesistente e già praticata in Occidente sin dai tempi di Raimondo Lullo, almeno) e di cui fu il principale divulgatore presso la cultura europea rinascimentale insieme al misterioso monaco benedettino Basilio Valentino. Le sue miracolose guarigioni gli garantirono l’odio degli altri medici ma anche un rapidissimo successo a Basilea, città in cui divenne rapidamente docente universitario attirando folle entusiaste alle sue lezioni. Divenne anche  responsabile del controllo della preparazione dei medicinali attirandosi l’ostilità della Corporazione degli Speziali, alle cui speculazioni e adulterazioni dei preparati aveva posto un freno.

Volgarmente si suole intendere la sua “iatro-chimica” come un approccio farmaceutico nuovo basato sul farmaco chimicamente preparato, antesignano della futura chimica farmaceutica. Nulla è più lontano dal vero, come può constatare chi si desse la briga di studiare la sua vita e leggere le sue opere.

Il termine da lui coniato, Iatrochimica, indicava la coincidenza della figura del medico-guaritore (iatròs) con quella dello spagyrista e alchimista (chymicus, peraltro ben diversa dal chimico moderno). La sua concezione della Iatrochimica metteva in discussione alla radice il rigido modello di “sociologia sanitaria” ereditato dal medioevo, che si esprimeva  nel monopolio (legalizzato) della prescrizione da parte dei medici e della preparazione e vendita da parte dei farmacisti, che si spartivano così il campo. Tale modello, assente nel mondo egizio e greco-romano, nacque nel sistema dei Comuni italiani e il suo rigido corporativismo si è conservato sino ai nostri giorni. La Iatro-chimica faceva invece coincidere in una unica funzione il processo di diagnosi-individuazione della cura e preparazione del rimedio (come nell’antico mondo greco ed egizio).
siebmacherGrandeL’idea era che solo l’alchimista (e si badi, non il comune speziale o farmacista) avesse la capacità di conoscere i procedimenti occulti per separare il veleno dal farmaco.
E del resto solo un tale preparatore, che aveva raggiunto l’illuminazione della Lux Naturae, poteva possedere la comprensione occulta delle cause della malattia. L’alchimia del resto studia come guarire le “imperfezioni” della natura nel regno minerale, vegetale e umano. Così il vero medico sarà solo colui che attraverso la pratica della Chymica degli Adepti sia arrivato a comprendere davvero la Natura, e viceversa il vero guaritore è solo colui che è in grado di produrre il Rimedio artefice della guarigione. Tale ideale di prassi medica trova una radice nell’archetipo stesso dello iatròs che era un medico-sciamano in grado di divinare i processi di cura. Questo ideale è sempre vivente ancora nella figura del medicine-men, il guaritore delle società sciamaniche il quale possiede gli strumenti di accesso alla comprensione della malattia e della sua cura. Lo sciamano ancora oggi indaga con i suoi “mezzi” la genesi della malattia e o coglie o “riceve” dalle sue guide le indicazioni di quale “spirito vegetale” si debba ricercare per la guarigione e su come e in quali condizioni prepararlo.

Non stupisce che, oltre al suo pessimo e battagliero carattere,  furono i sicari mandati dai suoi nemici, la Corporazione Medici e quella degli Speziali (farmacisti) a dare la morte a Paracelso.

Un secondo elemento erroneamente ritenuto “innovativo” dagli storici della scienza  fu la sua avversione alla medicina arisotelico-galenica. Questo punto merita una spiegazione.  La medicina di Paracelso fu a tutti gli effetti una medicina ermetico-esoterica. In realtà la concezione aristotelica della natura, sebbene da alcuni sia ritenuta “tradizionale” (in particolare da Guénon e dalla sua scuola) per molti versi è stata già un notevole scostamento dalla cosmologia davvero tradizionale. Aristotele per molti versi segnò con la nascita della filosofia profana e razionale (cosa già imputata a Socrate dagli stessi Ateniesi) una deviazione notevole dalla Weltanschauung tradizionale, quella che l’uomo greco pre-classico aveva a fatica appresa in Egitto nei templi di Memphi ed Eliopoli. In questo senso l’ultimo depositario della concezione sapienziale e sacerdotale presso i greci fu Pitagora.  Aristotele non era un iniziato, a differenza di Platone. La scienza aristotelica fu la prima affermazione di una “scienza profana” (a tutti gli effetti) anche se ovviamente intessuta di dati che ancora si radicavano nei principi della Sapienza tradizionale. Come un profano Aristotele fu sempre ritenuto da tutti gli Iniziati dei tempi antichi, in particolare dagli Adepti dell’Arte Regia (alchimia). Nei Testi siriaci, citati dal Berthelot vediamo descritto Aristotele come “il più brillante degli esseri non luminosi“…

La medicina esoterica di Paracelso non poteva basarsi su quella scolastica derivata dall’aristotelismo medievale e solo in parte poteva accogliere i principi della medicina greca “profana” del periodo classico o post-classico (Galeno). Ad essere rigettate furono sopratutto le dottrine aristoteliche legate alla Storia Naturale, sopratutto il De generatione et corruptione, laddove la dottrina alchemica aveva una dottrina autonoma circa la cosmogonìa e l’origine degli esseri naturali. L’unico punto che Paracelso integrò nel suo sistema fu la dottrina dei quattro elementi e la medicina umorale (i Quattro umori) e non è un caso, dato che questa scuola medica risale ad Ippocrate (V sec.) e porta l’impronta dell’antico sapere presocratico. A ciò però Paracelso aggiunse il notevole corpus delle dottrine medievali circa le segnature astrologiche delle malattie, delle parti del corpo e di tutti gli esseri del mondo sublunare (dottrina risalente al sapere egizio-caldeo e pressochè ignota ai Greci della classicità). Una terza scienza che il medico doveva possedere oltre alla medicina e all’alchimia era infatti l’astrologia. Questa forniva peraltro un criterio diagnostico e predittivo, insieme alla fisiognomica con valore costituzionale, in più in un contesto in cui la “clinica” era tutto, intesa come osservazione di segni e sintomi, ma in cui la mancanza di strumenti impediva un indagine in profondità. E’ ovvio che le cause astrologiche erano di natura superiore a quella concepibile dalla medicina materialistica. Spero comunque di aver fornito la reale spiegazione del rifiuto dell’aristotelismo, troppo spesso fraintesa dagli storici della scienza: Paracelso non fu un antesignano della scienza moderna, egli attingeva ad un sapere pre-classico (Alchimia ed Ermetismo) che attraverso l’alessandrinismo sopravvisse e serpeggiando attraversò il medioevo per tornare in auge nel Rinascimento. Egli criticava la medicina galenico-aristotelica sulla base di un prius, un più antico e più nobile.

spiritisollunaLa dottrina di Paracelso era incentrata sul sapere alchemico di cui conobbe i testi classici. La Natura era il risultato dell’azione di tre Princìpi cosmici: Solfo, Mercurio e Sale. Nella sua particolare nomenclatura introdusse il termine di “Archaeus” (sinonimo per il principio Solfo), per indicare l’agente universale, il principio di tutto ciò che possiede individualità ed essenza, pincipium individuationis che coagula lo Spirito universale.  Azoth (un acronimo cabalistico) per indicare la “prima materia” o Spirito universale (sinonimo Del Mercurio), sostanza del “mondo astrale” (in una specifica accezione Paracelso chiama Azoth anche il campo astrale dei singoli pianeti mentre l’Archaeus è l’Intelligenza planetaria che lo regge). Hylè corrisponde al Sale ed è il principio di tutto ciò che ha natura solida e corpo fisico, o in relazione all’alchimia ha la proprietà di essere fisso.

In Paracelso troviamo un sistema di fisiologia sottile assai complesso, così come elaborata è la gerarchia dei livelli su cui si può articolare lo studio della patologia. Che si tratti di un sistema di medicina esoterica si nota ancor meglio nel fatto che egli supera per certi versi la stessa tripartizione in Spirito, Anima e Corpo (già peraltro vista con sospetto dalla Chiesa e condannata formalmente nel II concilio di Costantinopoli nell’869 come eretica). L’antropologia occulta paracelsiana prevede un modello settenario. Il che smentisce anche certi detrattori della “scuola teosofica”, laddove vogliono vedere in questa concezione un azzardo moderno, o orientaleggiante…(si legga a tal proposito F. Hartmann, Il mondo magico di Paracelso).  Nella sua opera Pholosophia sagax, Paracelso nomina “sette manifestazioni di una sola essenza” :

  • Corpo Elementare ( o fisico, lo Sthula sharira delle dottrine hindu)
  • Archeus Mumia  ( in questo caso Archeus è usato in un’accezione un po’ diversa da quella data sopra. Si tratta in pratica del “corpo eterico” o vitale. La “Mumia” di Paracelso risiede nel sangue)
  • Corpo siderale (il corpo detto “astrale” dagli occultisti successivi. Vi è una particolare relazione con gli “astri” che qui può essere solo accennata. Corrisponde al Linga Sharira in sanscr.)
  • Anima Animale ( qui comincia la sequenza dei “corpi animici”. L’Anima Animale è la sede delle passioni, Kama-rupa o Shukma Sharira delle dottrine hindu)
  • Anima Razionale (il corpo “mentale inferiore” ,sede del ragionamento discorsivo, o Manas in sanscr.)
  • Anima Spirituale (il corpo “mentale superiore”, l’Intelletto, la Buddhi)
  • l’Uomo del Nuovo Olimpo (l’elemento propriamente spirituale, il “Corpo Causale”).

Paracelso introduce poi tutta una serie di termini peraltro di complessa spiegazione tanto più che li denomina con neologismi di sua invenzione come l’Evestrum e il Tramanes, (quali manifestazioni del Corpo sidereo) a cui riferisce la spiegazione di fenomeni psichici e in alcuni casi metapsichici.

Continua…